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Ecomafia, il nuovo rapporto di Legambiente per una responsabilità condivisa

Dal ciclo illegale dei rifiuti alla contaminazione dei territori, le ecomafie continuano a minacciare il Paese. Enrico Fontana (Legambiente) commenta i dati della nuova edizione del rapporto Ecomafia e richiama l’impegno concreto per la tutela del Creato.
26/10/2026 di Beatrice Zabotti

La tutela dell’ambiente non riguarda soltanto la salvaguardia degli ecosistemi e delle risorse naturali. Chiama in causa anche la legalità, la responsabilità delle istituzioni e la qualità della vita delle comunità. Dietro gli illeciti ambientali ci sono infatti territori compromessi, risorse sottratte alla collettività e attività economiche che prosperano aggirando le regole. È quanto emerge dal rapporto Ecomafia 2026. I numeri e le storie delle illegalità ambientali in Italia, pubblicato questo mese da Legambiente.

Ne abbiamo parlato con Enrico Fontana, responsabile Osservatorio ambiente e legalità di Legambiente.

Il rapporto Ecomafia 2026 registra una diminuzione dei reati ambientali accertati nel 2025, dopo due anni di crescita. Come va interpretato questo dato? Possiamo parlare di un effettivo ridimensionamento del fenomeno?

Purtroppo no, non si può parlare di un ridimensionamento. È una flessione che arriva dopo due anni di crescita esponenziale e che va letta insieme all’aumento degli illeciti amministrativi, cresciuti dell’11,4%. Sommando reati e illeciti amministrativi, la pressione della criminalità ambientale sul nostro Paese ha superato il muro delle 113.000 violazioni, con una media di 13 ogni ora.

Dal punto di vista positivo, si registra un primo segnale di prevenzione: l’inasprimento del sistema sanzionatorio penale ha effetto preventivo; in alcuni territori ha indotto i soggetti a pensarci due volte prima di commettere reati, dato che il rischio è diventato molto grave. Dall’altra parte però bisogna stare attenti, perché a fronte di questa riduzione dei reati aumentano il business e i fatturati illegali: +2,2 miliardi in un anno, superando gli 11,5 miliardi complessivi.

Quali sono oggi i principali settori in cui si concentra la criminalità ambientale e quali meccanismi permettono alle ecomafie di continuare a generare profitti?

Il dato più preoccupante è il ciclo illegale dei rifiuti, poi il business illegale delle filiere agroalimentari, e i reati come bracconaggio e traffici di specie protette. In vari territori sono aumentati clamorosamente gli incendi agli impianti di gestione, sia nel 2025 che nel primo quadrimestre del 2026.

Di quali territori parliamo?

Si tratta delle regioni a tradizionale presenza mafiosa - Campania, Sicilia, Puglia e Calabria - dove si concentra oltre il 44% dei reati ambientali. I reati crescono nelle province di Napoli, Salerno e Palermo e, nel ciclo illegale dei rifiuti, la Lombardia è diventata la seconda regione d’Italia, subito dopo la Campania.

Quali responsabilità hanno imprese, intermediari e istituzioni nel prevenire o contrastare gli illeciti?

Si tratta quasi sempre di reati d’impresa che riguardano attività economiche, soprattutto nella gestione dei rifiuti, svolte da soggetti che operano indifferentemente tra legalità e illegalità: molto spesso sono traffici mascherati con carte e documenti che fanno figurare tutto in ordine, sia a livello nazionale che internazionale. Il sistema imprenditoriale ha la seria responsabilità non solo di rispettare le regole, ma anche di assumere un ruolo attivo denunciando chi fa concorrenza sleale all’interno del proprio settore.

Sul fronte normativo e dei controlli, quali sono ancora le principali lacune da colmare e quali interventi sono necessari per rendere più efficace il contrasto ai reati ambientali?

Sono stati fatti passi avanti importanti - come le norme contro il traffico di rifiuti o il recepimento della direttiva europea ad aprile 2026 - ma restano tre grandi voragini normative. Innanzitutto, non è stato introdotto il delitto di uccisione e commercio illegale di specie selvatiche e piante protette. Inoltre, non è stato introdotto il delitto che sanziona il saccheggio delle risorse idriche (superficiali e di falda) e, infine, non è stato introdotto il delitto per chi commercia prodotti che provengono da attività di deforestazione. Sono fenomeni di criminalità che l’Unione Europea ha inserito tra i delitti e che crescono a livello globale, dove gli interessi criminali sono consolidati.

Quali strumenti hanno concretamente a disposizione i cittadini per riconoscere e segnalare situazioni di illegalità ambientale? Cosa può fare ciascuno di noi?

I cittadini devono fare attenzione ai segnali anomali sul territorio. Se lungo una strada vediamo abbandoni di scarti edili, non pensiamo solo all’inciviltà: possono essere la fase terminale di un’attività illecita a monte. Se vicino a un’area artigianale con capannoni vuoti notiamo un andirivieni sospetto di camion che entrano ed escono, dobbiamo insospettirci, poiché i capannoni dismessi vengono spesso usati per stipare rifiuti abusivi. Le segnalazioni si possono fare alle forze dell’ordine, ai circoli territoriali e all’osservatorio di Legambiente. L'importante è non voltare la testa dall’altra parte. Nel quotidiano, inoltre, ciascuno deve fare bene la propria parte, a partire dalla raccolta differenziata.

Ci può fare due esempi delle conseguenze economiche e sociali dell’ecomafia per le comunità?

Gli impatti sono drammatici, come dimostrano due esempi. Innanzitutto, la Terra dei Fuochi in Campania, come segnalato nel rapporto ecomafia di oltre vent’anni fa: l’inquinamento prolungato ha portato nel 2025 alla condanna dello Stato italiano da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo. Le conseguenze sono state sanitarie - aumento della mortalità per patologie gravi accertato dall’Istituto superiore di sanità - ambientali ed economiche, penalizzando anche produzioni agroalimentari di altissima qualità. Poi, il caso PFAS in Veneto: la contaminazione della falda da parte della Miteni ha compromesso l’area idrica più grande d'Europa; qui la denuncia di medici, cittadini ed enti locali (come le Mamme No PFAS) ha permesso di lanciare l’allarme già nel 2013-2014, arrivando poi alle indagini e alle condanne.

Quale ruolo possono svolgere le comunità cristiane, le realtà associative - come l’Azione Cattolica - e i giovani nel promuovere una cultura della legalità ambientale e nel prendersi cura dei territori, trasformando la sensibilità per il Creato in un impegno concreto contro le ecomafie?

Un ruolo fondamentale. L’Azione Cattolica collabora stabilmente con Legambiente, insieme ad ACLI, AGESCI, ARCI e Libera nella campagna “EcoGiustizia Subito”, per accendere i riflettori sui siti gravemente inquinati, dove vivono oltre 6 milioni di italiani, per partecipare attivamente e sensibilizzare. Dopo l’enciclica Laudato si' e i continui appelli dei papi, si è tracciata una strada da cui non si torna indietro: i diritti ambientali e i diritti sociali si saldano strettamente. La Chiesa, le comunità ecclesiali e i giovani toccano il cuore delle persone e la fede, aiutando tutti a prendere coscienza che l’ecomafia è la patologia più grave del nostro sistema economico, poiché fonde lo sfruttamento dell’ambiente con gli interessi della criminalità organizzata.