*In genere i manuali di scuola sono illustrati, non tanto a scopo decorativo, quanto perchè le ‘figure’ aiutano a capire meglio il contenuto.
Se a qualcuno venisse in mente di illustrare i testi del Concilio Vaticano II (perchè no?) io avrei qualche idea rispetto a due passi molto importanti.
Il primo è il n. 31 della Lumen Gentium ‘Natura e missione dei laici’ con la evidenziazione della loro specifica chiamata nel mondo a cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali, ordinandole secondo il disegno di Dio e operando all'interno della società come parte attiva ed essenziale della Chiesa.
Per illustrare il testo ci metterei la foto di Giuseppe con tutta la sua grande famiglia, moglie, 7 figli, nipoti e pronipoti, ma anche la foto del suo Studio di avvocato, nel Quadrilatero di Bologna, poi il frontespizio di numerosi statuti di associazioni, fondazioni ecclesiali o di ispirazione cristiana che hanno visto la luce utilizzando la sua competenza giuridica e il bel panorama di Villa Revedin, sede del Seminario Regionale, in cui Giuseppe è stato per anni docente di Diritto Canonico.
Il secondo testo è il numero 20 della Apostolicam Actuositatem‘L’Azione Cattolica’ con le 4 note che caratterizzano questa peculiare forma di apostolato: il fine apostolico della Chiesa, la responsabilità laicale dell’agire nel discernere e nell’attuare, la modalità di azione come corpo organico e la collaborazione diretta con la gerarchia.
L’album da cui attingere foto per inverare quelle parole è sovrabbondante: luoghi, occasioni…nel salone del Centro Diocesano di Ac, nelle parrocchie, alle assemblee, a presiedere il Consiglio pastorale, nella Presidenza nazionale, agli incontri associativi con il papa, in giro per campi.
Curiosità: tutto senza avere la patente di guida!!
Penso che l’AC, per continuare ad annunciare e rilanciare il Concilio potrebbe sostituire o accompagnare molti testi con una narrazione figurata, attingendo dalle biografie di tanti fedeli laici esemplari.
* Mi hanno raccontato che il card. Zuppi, telefonando alla famiglia dopo la morte di Giuseppe, lo ha definito ‘una montagna di bene’. Ci sta: la possanza della sua figura aveva il profilo della rotondità, anche nel senso che l’essere e il fare di Giuseppe non manifestavano spigoli. Chiarezza e determinazione di idee, offerte e veicolate con stile di pace, sempre. Scontri, rotture, asperità non appartenevano alla ‘montagna’, scalabile attraverso un’accoglienza che metteva a proprio agio e tendenzialmente garantiva buone soluzioni.
Qualcuno forse poteva interpretare questa postura come pavidità di chi lascia perdere, non si schiera, non prende decisioni: in realtà Giuseppe la decisione l’aveva presa, a priori, e consisteva nella scelta della mitezza, non ingenua né superficiale, quale via su cui camminare.
E tutto alla luce del sole: Giuseppe non si è fatto mai trovare nei crocicchi delle chiacchiere e dei cicalecci logoranti, non estranei nemmeno alla vita della comunità cristiana. Un’unica modalità, la sua: mite e basta.
* È successo ancora una volta alla Messa per le esequie di Giuseppe: entrando in chiesa e, guardandosi intorno, si sono incontrate, assieme a volti quotidianamente familiari, anche persone appartenenti a stagioni più o meno lontane di una lunga e comune esperienza ecclesiale e associativa. Con qualcuno è stato immediato riconoscersi, con altri si è reso necessario lo scambio di qualche riferimento per sintonizzarsi, sorridersi ed essere contenti.
Una vita intensa e feconda come quella di Giuseppe anche in questa occasione ha prodotto ancora incontro e comunione, ha unito, ha consentito un rinnovato incrociarsi.
Inoltre, meraviglia e privilegio dell’essere cristiani, dandosi la mano o abbracciandosi non si è sentita nemmeno un’espressione di condoglianze o di mestizia, ma solo manifestazione di gratitudine e di certezza dell'approdo definitivo su cui Giuseppe ha scommesso per tutta la vita e che anche per noi ancora in cammino è una speranza certa.