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In un Mediterraneo che oggi appare
sempre più segnato da conflitti, confini e divisioni, proviamo a
ribaltare lo sguardo grazie alle parole di Giuseppina De Simone.
Teologa e filosofa, docente di Filosofia della religione alla
Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli e
coordinatrice della Rete teologica mediterranea, da anni lavora su
un’idea di Mediterraneo come spazio di incontro, relazione e
costruzione della pace. Un percorso che, a gennaio 2026, l’ha
portata anche alla nomina da parte di papa Leone XIV come consultrice
del Dicastero per il Dialogo interreligioso.
Come
nasce il suo interesse per il Mediterraneo?
Questo
interesse è nato prima di tutto dai miei studi sull’esperienza
religiosa come terreno d’incontro tra popoli e culture, e dal fatto
di insegnare a Napoli, proprio nel cuore del Mediterraneo. Dalla
nostra sede abbiamo una vista splendida sul Mediterraneo e quando
abbiamo dovuto immaginare un percorso di specializzazione in teologia
fondamentale che fosse adatto per questi tempi, siamo partiti proprio
dal luogo in cui eravamo: così è nata l’idea di una teologia
dell’esperienza religiosa nel contesto del Mediterraneo. C’è
stato poi anche un invito speciale a seguire questa strada che è
venuto direttamente da papa Francesco che, fin dall’inizio del suo
pontificato, ha messo al centro questo tema. È stato come essere
dentro un grande laboratorio e abbiamo avvertito che questi temi
erano i temi su cui bisognava lavorare e che interrogarsi sul fare
teologia dal Mediterraneo significava contribuire a un processo di
rinnovamento della teologia.
Siamo
abituati a sentire parlare della religione come motivo di scontro.
Come si ribalta questo paradigma?
Questo
è quel cambio di paradigma che papa Francesco ha auspicato e ha
indicato per un rinnovamento della teologia e che siamo sollecitati a
operare: un modo diverso di pensare e abitare la realtà, con uno
sguardo che non separa, ma è capace di tenere insieme. È come
l’immagine del poliedro usata spesso da Francesco: un poliedro, non
ha soltanto una molteplicità di facce che stanno insieme, ma è
fatto anche di spigoli. Allo stesso modo, nel tenere insieme,
ovviamente, ci sono dentro anche le tensioni, c’è anche la fatica
del confronto, della diversità. Ma è questa la via da seguire,
quella del riconoscere la diversità non come qualcosa che divide, ma
come ciò che proprio nella tensione che crea, nella irriducibilità
che la contraddistingue, diventa motivo di ricchezza, di crescita e
di fioritura.
Tra
le tante differenze da tenere insieme, cos’è invece che in questo
contesto unisce?
Credo
che il Mediterraneo esprima un senso dell’umano che affiora proprio
nella diversità delle culture e che questo sia un terreno da
ritrovare e da far emergere con forza in questo tempo che stiamo
vivendo, segnato da una profonda disumanizzazione. Il senso
dell’umano che il Mediterraneo narra è quello di un umano che si
costruisce in relazione, una relazione che comporta la contaminazione
feconda e quindi l’incontro. Le culture del Mediterraneo sono
diverse però: quello che le contraddistingue è proprio il fatto che
si sono andate via via definendo proprio in questa fitta rete di
scambi, in queste interconnessioni che il Mediterraneo rende
possibili. È un mare che separa, ma che al contempo unisce, che
chiede di essere attraversato, che è fatto per essere attraversato.
Nei Paesi del Mediterraneo c’è continuamente questo andare e
tornare che comporta sempre una perdita e un arricchimento. Un
confronto con la diversità senza di cui non si è e attraverso la
quale invece si diviene e si definisce anche la propria identità.
Oggi vogliono farci pensare che ogni realtà culturale, ogni identità
anche religiosa debba difendere i propri confini. Invece la sapienza
del Mediterraneo è la sapienza di un confine che non può essere
negato, in quanto necessario, ma è tale da poter essere
attraversato. Distinguere, ma anche mettere in relazione: questo è
ciò che il confine deve rendere possibile.
Se
dovesse indicarci una parola chiave per il futuro del Mediterraneo,
quale sarebbe?
Non
posso che pensare alla parola pace per il futuro del Mediterraneo:
questa è la sua vocazione più profonda. Credo che in questo futuro
dobbiamo crederci con tutte le nostre forze ed è un futuro che
dobbiamo costruire insieme, ciascuno per la propria parte. E il
futuro del Mediterraneo sarà un futuro di pace se sarà un futuro di
incontri. Questo è il motivo per il quale lavoriamo come rete
teologica mediterranea, perché il nostro desiderio più grande è
quello di vedere maturare il senso di una cittadinanza mediterranea
così che ci si senta veramente cittadini di un Mediterraneo che
unisce, che testimonia come l’incontro tra i popoli sia possibile e
come si possa vivere insieme godendo della diversità che sussiste
tra le culture.
Perché
oggi, anche a Bari, è importante parlare del Mediterraneo?
Perché
noi siamo mediterranei e dobbiamo riscoprire che cosa significa
questo per noi. Essere mediterranei è innanzitutto una vocazione, un
modo d’essere che ci appartiene come Ac. Ripensarsi secondo questa
vocazione ci aiuta molto a vivere la nostra fede dentro questo tempo
e a vivere un annuncio del Vangelo che diventa principio di
umanizzazione e forza di costruzione della pace.
