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De Simone: Mediterraneo, confine da attraversare

L'intervista alla teologa Giuseppina De Simone, che spiega come sia possibile vivere insieme valorizzando la diversità tra le culture
23/06/2026 di Ludovica Mangiapanelli

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In un Mediterraneo che oggi appare sempre più segnato da conflitti, confini e divisioni, proviamo a ribaltare lo sguardo grazie alle parole di Giuseppina De Simone. Teologa e filosofa, docente di Filosofia della religione alla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli e coordinatrice della Rete teologica mediterranea, da anni lavora su un’idea di Mediterraneo come spazio di incontro, relazione e costruzione della pace. Un percorso che, a gennaio 2026, l’ha portata anche alla nomina da parte di papa Leone XIV come consultrice del Dicastero per il Dialogo interreligioso.

Come nasce il suo interesse per il Mediterraneo?
Questo interesse è nato prima di tutto dai miei studi sull’esperienza religiosa come terreno d’incontro tra popoli e culture, e dal fatto di insegnare a Napoli, proprio nel cuore del Mediterraneo. Dalla nostra sede abbiamo una vista splendida sul Mediterraneo e quando abbiamo dovuto immaginare un percorso di specializzazione in teologia fondamentale che fosse adatto per questi tempi, siamo partiti proprio dal luogo in cui eravamo: così è nata l’idea di una teologia dell’esperienza religiosa nel contesto del Mediterraneo. C’è stato poi anche un invito speciale a seguire questa strada che è venuto direttamente da papa Francesco che, fin dall’inizio del suo pontificato, ha messo al centro questo tema. È stato come essere dentro un grande laboratorio e abbiamo avvertito che questi temi erano i temi su cui bisognava lavorare e che interrogarsi sul fare teologia dal Mediterraneo significava contribuire a un processo di rinnovamento della teologia.

Siamo abituati a sentire parlare della religione come motivo di scontro. Come si ribalta questo paradigma?
Questo è quel cambio di paradigma che papa Francesco ha auspicato e ha indicato per un rinnovamento della teologia e che siamo sollecitati a operare: un modo diverso di pensare e abitare la realtà, con uno sguardo che non separa, ma è capace di tenere insieme. È come l’immagine del poliedro usata spesso da Francesco: un poliedro, non ha soltanto una molteplicità di facce che stanno insieme, ma è fatto anche di spigoli. Allo stesso modo, nel tenere insieme, ovviamente, ci sono dentro anche le tensioni, c’è anche la fatica del confronto, della diversità. Ma è questa la via da seguire, quella del riconoscere la diversità non come qualcosa che divide, ma come ciò che proprio nella tensione che crea, nella irriducibilità che la contraddistingue, diventa motivo di ricchezza, di crescita e di fioritura.

Tra le tante differenze da tenere insieme, cos’è invece che in questo contesto unisce?
Credo che il Mediterraneo esprima un senso dell’umano che affiora proprio nella diversità delle culture e che questo sia un terreno da ritrovare e da far emergere con forza in questo tempo che stiamo vivendo, segnato da una profonda disumanizzazione. Il senso dell’umano che il Mediterraneo narra è quello di un umano che si costruisce in relazione, una relazione che comporta la contaminazione feconda e quindi l’incontro. Le culture del Mediterraneo sono diverse però: quello che le contraddistingue è proprio il fatto che si sono andate via via definendo proprio in questa fitta rete di scambi, in queste interconnessioni che il Mediterraneo rende possibili. È un mare che separa, ma che al contempo unisce, che chiede di essere attraversato, che è fatto per essere attraversato. Nei Paesi del Mediterraneo c’è continuamente questo andare e tornare che comporta sempre una perdita e un arricchimento. Un confronto con la diversità senza di cui non si è e attraverso la quale invece si diviene e si definisce anche la propria identità. Oggi vogliono farci pensare che ogni realtà culturale, ogni identità anche religiosa debba difendere i propri confini. Invece la sapienza del Mediterraneo è la sapienza di un confine che non può essere negato, in quanto necessario, ma è tale da poter essere attraversato. Distinguere, ma anche mettere in relazione: questo è ciò che il confine deve rendere possibile.

Se dovesse indicarci una parola chiave per il futuro del Mediterraneo, quale sarebbe?
Non posso che pensare alla parola pace per il futuro del Mediterraneo: questa è la sua vocazione più profonda. Credo che in questo futuro dobbiamo crederci con tutte le nostre forze ed è un futuro che dobbiamo costruire insieme, ciascuno per la propria parte. E il futuro del Mediterraneo sarà un futuro di pace se sarà un futuro di incontri. Questo è il motivo per il quale lavoriamo come rete teologica mediterranea, perché il nostro desiderio più grande è quello di vedere maturare il senso di una cittadinanza mediterranea così che ci si senta veramente cittadini di un Mediterraneo che unisce, che testimonia come l’incontro tra i popoli sia possibile e come si possa vivere insieme godendo della diversità che sussiste tra le culture.

Perché oggi, anche a Bari, è importante parlare del Mediterraneo?
Perché noi siamo mediterranei e dobbiamo riscoprire che cosa significa questo per noi. Essere mediterranei è innanzitutto una vocazione, un modo d’essere che ci appartiene come Ac. Ripensarsi secondo questa vocazione ci aiuta molto a vivere la nostra fede dentro questo tempo e a vivere un annuncio del Vangelo che diventa principio di umanizzazione e forza di costruzione della pace.