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Allo scoccare della mezzanotte, ammanettati alla Storia

Tra scherzi del caso e fanatismi, l'invito a riscoprire la verve di Salman Rushdie
Rubrica: Nuvole
22/06/2026 di Piero Pisarra | No comments yet

Coincidenze. Scherzi del caso o della necessità. «Io sono nato nella città di Bombay… tanto tempo fa», racconta il narratore de I figli della mezzanotte (1980). «No, non va bene, impossibile sfuggire alla data: sono nato nella casa di cura del dottor Narlikar il 15 agosto 1947. E l’ora? Anche l’ora è importante. Be’, diciamo di notte? No, bisogna essere più precisi… Allo scoccare della mezzanotte, in effetti. […] Nell’istante preciso in cui l’India pervenne all’indipendenza, io fui scaraventato nel mondo».

Bombay, 1947. Anche Salman Rusdhie è nato in quell’anno, nella stessa città, il 19 giugno, con meno di due mesi di anticipo rispetto alla data fatidica. Come il Saleem Sinai del romanzo, anche Rushdie sarebbe stato «misteriosamente ammanettato alla storia», da quel giorno del 1989 in cui l’ayatollah Khomeini lanciò la fatwa contro di lui, l’autore dei Versi satanici (1988). Ammanettato alla storia, dunque. E che di satanico il libro non avesse nulla è cosa purtroppo secondaria: i fanatici si erano ben guardati dal leggerlo, bastava il titolo.

È impossibile ormai separare lo scrittore Salman Rushdie, vulcanico inventore di storie, dalla prosa barocca e dall’ironia lieve, il narratore giocoso capace di mettere insieme realismo magico e razionalismo da illuminista postmoderno, le Mille e una notte e Diderot, dal Rushdie ammanettato alla storia dal fondamentalismo islamico più sanguinario. Eppure, dovremmo poter tornare a leggere ogni libro di Rushdie come i primi lettori dei Figli della mezzanotte, con lo stesso allegro piacere, la stessa divertita complicità con il narratore funambolo, il giocoliere che ogni volta fa scaturire i jinn più beffardi dalla personale lampada di Aladino. Leggere o rileggere Due anni, otto mesi e ventotto notti (Mondadori, 2015), come si legge una fiaba, anzi una raccolta di fiabe che raccontano le imprevedibili bizzarrie del mondo, di un mondo scosso da una tempesta elettrica che stravolge le regole della fisica, con il corteo di filosofi, di ciarlatani da fiera e miliardari ignoranti. Oppure La caduta dei Golden (Mondadori, 2017), storia di Nero Golden e della sua irresistibile ascesa, nella New York degli oligarchi russi e della comunicazione drogata dalle fake news, in cui non è difficile riconoscere il re grottesco e le altre maschere che popolano la politica mondiale. Poi ci sarà tempo per Harun e il mare delle storie (Mondadori, 1991), un’altra fiaba su ciò che minaccia le fiabe e i nostri racconti. O magari per ricominciare dalla fine, con L’undicesima ora (Mondadori, 2026), altre cinque storie in cui torna la verve di Rushdie, con l’intreccio di realismo magico e di quell’ironia che da sempre è il miglior nemico di ducetti e finti imperatori.

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