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Dalla parte dei bambini

La proposta di assegnare il Nobel per la pace ai bambini di Gaza, come simbolo per tutta l’infanzia travolta dalle guerre. Come aderire all’iniziativa lancia dal filosofo Mazzarella e fatta propria da Avvenire
19/09/2026 di Antonio Martino
Shutterstock | Anas-Mohammed

Ci sono guerre che rischiamo di guardare da troppo lontano. Le osserviamo attraverso le mappe, i vertici diplomatici, le dichiarazioni dei governi. Contiamo i giorni del conflitto, gli accordi mancati, le armi consegnate, le tregue che saltano. E intanto, quasi fuori campo, ci sono loro: i bambini. Sono loro che la guerra raggiunge senza chiedere permesso. Quelli che non hanno scelto da che parte stare, non hanno firmato dichiarazioni di guerra, non hanno imbracciato un’arma. Eppure sono tra le sue prime vittime.

Pensiamo ai bambini di Gaza ma anche ai bambini israeliani uccisi nel raid sanguinario di Hamas del 7 ottobre 2023 e quelli che sono morti successivamente nelle prigioni dei terroristi. Pensiamo ai bambini ucraini e quelli russi, ai bambini iraniani e quelli sudanesi, ai bambini di tanti altri luoghi di guerra dimenticati dalle cronache.

Questa realtà è a fondamento della proposta lanciata dal filosofo Eugenio Mazzarella sulle pagine del quotidiano Avvenire di assegnare il Nobel per la pace ai bambini di Gaza. Una candidatura avanzata - in verità - per la prima volta già lo scorso anno dall’associazione “L’isola che non c’è” di Latiano, in provincia di Brindisi. È una proposta simbolica, certo. Ma non per questo meno concreta. Anzi. A volte abbiamo bisogno proprio dei simboli per rimettere le cose al loro posto. Per ricordarci ciò che l’abitudine rischia di farci dimenticare

Un bambino non è mai un danno collaterale. Non lo è quando dorme sotto una tenda. Non lo è quando cerca acqua. Non lo è quando viene portato in un ospedale che non ha più posti, medicine, energia. Non lo è quando perde la casa, la scuola, un genitore, un fratello. Non lo è quando il rumore che dovrebbe annunciare il giorno è quello delle bombe.

Dare il Nobel ai bambini di Gaza significherebbe allora riconoscere, attraverso di loro, tutta l’infanzia che la guerra calpesta. Sarebbe un premio a chi non può premiare nessuno, una parola di pace pronunciata dalla parte di chi la guerra non l’ha voluta e non può fermarla.

È questo, forse, il tratto più radicale della proposta: cambiare il punto di osservazione. Smettere per un momento di guardare la guerra dall’alto, dai palazzi del potere e dalle sale della diplomazia, e guardarla dal basso, all’altezza degli occhi di un bambino. Da quella prospettiva tutto cambia.

La proposta pubblicata da Avvenire il 4 agosto scorso (nella rubrica scripta manent) ha raccolto in queste settimane migliaia e migliaia di adesioni. Hanno scritto persone comuni, sindaci, religiosi, rappresentanti delle istituzioni, esponenti politici. È una risposta che merita di essere ascoltata. Perché dice che c’è ancora una parte di società che non vuole arrendersi all’idea che la morte dei bambini sia semplicemente una delle conseguenze inevitabili della guerra.

Non è necessario avere un ruolo pubblico o una particolare autorevolezza. Basta una firma, una mail, una scelta. Basta inviare il proprio Aderisco a petizione.gaza@avvenire.it.

È un gesto piccolo. Ma la pace, prima di diventare una decisione dei governi, nasce anche dalla capacità di non voltarsi dall’altra parte. Nasce dal rifiuto di considerare inevitabile ciò che inevitabile non è. Nasce dal coraggio di dire che un bambino viene prima di ogni strategia. Forse il Nobel non fermerà una guerra. Ma può aiutarci a fermare qualcosa dentro di noi: l’assuefazione, l’indifferenza, la convinzione che davanti all’orrore non ci sia più nulla da fare.

Perché se non riusciamo a riconoscere il diritto alla pace di un bambino, quale idea di pace stiamo difendendo?