Pacifisti da remoto: una categoria alla quale non voglio appartenere. Inizia per me la terza missione in Ucraina: parto con la consapevolezza che in quei giorni la Russia sta bombardando l’Ucraina in maniera massiccia per poter rivendicare posizioni al tavolo delle trattative. Il MEAN (Movimento Europeo di Azione Nonviolenta), che organizza la missione, è alla sua decima esperienza in terra ucraina. Dopo l’estenuante coda sul bus al confine con la Moldavia, la prima tappa è il cimitero di Odesa (storicamente il nome delle città si scrive con una esse, i russi l’hanno ribattezzata con due). Ad accoglierli troviamo il Vescovo. Appena arrivati il cancelliere ci porta dell’acqua da bere, per rifocillarci del lungo e caldo viaggio. Durante il breve momento di preghiera, ricordando i caduti delle guerre, suona l’allarme aereo. Una voce del gruppo dice ”ditegli che siamo già al cimitero”, per esorcizzare la paura e per evidenziare una vicinanza con la popolazione, che da quattro anni è soggetta di continui bombardamenti, spesso notturni. La missione prosegue con le attività che il MEAN ha messo in campo per la sua ventesima missione: ci dividiamo in gruppi per tessere reti antidrone e teli mimetici che le donne producono, spesso al freddo e a lume di candela, da inviare al fronte. A Odessa celebriamo un momento di preghiera ecumenico con le diverse chiese (non tutte, in realtà) del territorio. Nei giorni successivi spendiamo del tempo per stare con la gente, sistemare la scuola del quartiere, animare gli incontri con i ragazzi della città di Odessa, spostare gli arredamenti per rendere confortevole una sede gestita da veterani di guerra mutilati e che vogliono continuare a vivere con una determinazione per noi sorprendente. Gli amministratori locali incontrano i comuni del territorio, si stringono relazioni, si prova ad intrecciare dei rapporti di amicizia tra i comuni, che non chiedono altro che contatti, collaborazioni e progetti per il post conflitto. I sindaci, nel frattempo, progettano e realizzano le aule scolastiche sottoterra, per ospitare i bambini in sicurezza.
Alla messa con il nunzio apostolico mons. Visvaldas Kulbokas, si prega per tutti i morti di tutte le guerre.
La seconda notte passa insonne: dopo le due di notte scattano ripetuti allarmi missili che, confermati con gli strumenti telematici dei nostri smartphone, ci confermano l’attività di bombardamento nelle vicinanze. Si sta nei rifugi, una cappella nell’ammezzato che dopo alcune ore diventa, con le sue panche, un luogo dove sdraiarsi per allentare la tensione. Al mattino, quando comunichiamo ai nostri amici di essere stanchi per non aver dormito loro ci rispondono serafici “noi si fa così da più di quattro anni, alla sera noi non ci auguriamo la buonanotte, ma ci auguriamo una notte tranquilla (senza allarmi missili e/i droni ndr).
Siamo stati nella città di Odessa, luogo di ripresa del famoso film “Corazzata Potëmkin”, ove confluiscono storia mondiale e storia del cinema, un film che nel 1925 racconta un episodio della rivoluzione del 1905 laddove si descrive l’ammutinamento su una nave da battaglia di fronte alla città di Odessa. Forse il film è famoso per altre citazioni di un popolare personaggio italiano.
Odessa
è una città famosa per arti e musica. Incontrando gli Ucraini ci
hanno sempre ricordato la bellezza delle canzoni neomelodiche
italiane conosciute in tutto il mondo. La città di Odessa ha anche
ispirato, tra gli altri, artisti italiani. Una su tutte: “O sole
mio”, la cui melodia è stata scritta da Eduardo di Capua durante
un soggiorno nella città del Mar Nero provando nostalgia per la sua
città di provenienza, Napoli.
L’ultimo
giorno lo dedichiamo alla democrazia partecipativa dal basso.
Assieme, italiani e ucraini, preti e laici, discutiamo di tre temi
individuati dal MEAN che sono: il ruolo attivo della società civile
nell’azione di solidarietà e sicurezza, il movimento
anticorruzione e i Corpi Civili di Pace, in cui sono confluiti i
contenuti del lavoro svolto tra gli amministratori locali delle città
presenti. Rimane agli atti la “dichiarazione di Odessa”, un
documento che rappresenta una base di discussione per proseguire
l’impegno del MEAN in Ucraina. Al termine, sfidando possibili
bombardamenti, ci siamo mobilitati per un flash mob collettivo contro
tutte le guerre.La
missione ha visto anche un momento di amicizia e di sport attraverso
la preparazione di una pappa al pomodoro cucinata assieme ai vigili
del fuoco di Odessa e di un quadrangolare di calcio a cinque delle
due nazioni formate dai volontari MEAN e da militari della marina
ucraina.
L’azione
Cattolica c’è, con una piccola ma determinata delegazione a
coinvolgere tutti nella missione.
Intendo
terminare questa testimonianza con uno dei motivi che mi hanno
spinto, assieme a più di cento persone, tra cui molti amici
associativi, a partecipare a questa missione del MEAN. Lo faccio
riportando qui un breve passaggio del contributo di Angelo Moretti,
uno dei portavoce del MEAN sul tema delle missioni:
“la
nonviolenza langheriana non è spiritualismo, non è neanche
filosofia o opzione mistica, è azione politica, è azione
trasformativa nei contesti del conflitto. Allora che si fa? Come
MEAN, sula spimt di Langr e altri politi e formatori europei, cocme
La Pra, don Milani, De Gasperi, Schumann, don Mazzolari, abbiamo
scelto di partire con la nostra debolezza, abbiamo scelto di andare
in Ucraina, per dire “non sappiamo neanche noi com fermare
l’aggressione, ma siamo qui con voi”. Siao andati tante volte, a
inocntrare a Kyiv la società civile che partecipa attivamente alla
resistenzaper dire loro il nostro “eccoci”, siamo uomini e donne
disar,ate, apparentemente inutili. Eppure fermamente convinti di
servire la cusa giusta. Abbiamo deciso di non vestire i panni dei
tifosi e degli spettatori sui social. E con la nostra presenza ci
schieriamo accanto agli oppressi per urlare,insieme, pregare,
chiamare le istituzioni europee ai loro doveri. L nostro sogno
collettivo di una pace giusta. Siamo disarmati, facciamo lunghe
traversate in pullmann improvvisati e prercari, viaggiamo tra gli
oblast sotto lo stesso pericolo degli ucraini, ed ogni volta sentiamo
che ci stiao arricchendo con l’esempio di questi uomini e queste
donne straordinari che con dignità stanno difendendo il loro sogno
di appartenere all’Europa. Sentiamo che per loro è importante,
significa “essere visti”. I nostri digiuni sono economici – ci
paghiamo i viaggi- e sono spirituali – rubiamo tempo alle vacanze.
al lavoro, allo studio al tempo libero – perché facendo dei
“vuoti” nelle nostre vite ordinarie sentiamo di riempire i vuoti
che la società civile europea rischierebbe di seminare nella terra
aggredita”.
Contributo
di Angelo Moretti al libro: Lo
sguardo di Alex sulla pace - Rileggere Alexander Langer da Sarajevo
a Kyiv