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Quella degli abusi è una «ferita feroce» da «sentire con forza», per la grande responsabilità che la Chiesa e l’Azione cattolica hanno «nei confronti dei più piccoli e delle loro famiglie». È stata chiara e netta la posizione della Presidenza nazionale dell’Ac che, ancora una volta domenica scorsa, nell’ultima mattinata dei lavori del Convegno nazionale degli educatori e animatori associativi, che si è tenuto al Playhall di Riccione dal 5 al 7 dicembre, ha ribadito l’impegno a trecentosessanta gradi nella tutela dei minori e nella cura degli ambienti di crescita.
Al centro del confronto, dal titolo “Custodire la vita, generare comunità”, moderato dal vicedirettore di Avvenire, Marco Ferrando, c’è stato il tema delicato e quanto mai urgente della lotta agli abusi nei “luoghi protetti”. La complessità della responsabilità educativa «nasce dalla fragilità dell’altro che conta sul nostro aiuto», ha spiegato durante la tavola rotonda Domenico Simeone, docente di Pedagogia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, «e questo mette in atto una relazione asimmetrica, che è anche una relazione di potere». Un potere, ha messo in guardia, da cui «molto spesso» nasce l’abuso, «che a volte diventa una forma di seduzione e plagio». Simeone, dunque, ha invitato i circa 1.700 educatori presenti a «formarsi senza sosta» e a «interrogarsi costantemente» sul modo in cui utilizzano questo “potere”, che deve essere speso, al contrario, «perché si sviluppi l’empowerment dell’altro e perché questi rafforzi la sua capacità di camminare in modo autonomo».
Anche Chiara Griffini , presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori della Cei, ha ricordato come la caratteristica dell’«asimmetria» nella relazione non deve compromettere il «rispetto della dignità di ciascuno», che è fondamentale. Poi ha dato ai formatori alcune linee guida concrete di fronte a possibili situazioni critiche. «La prima cosa di cui ha bisogno una persona vittima di qualunque forma di abuso è essere ascoltato – ha sottolineato –. In questo caso occorre mettere in atto un “ascolto attivo”, e dunque ci si ferma e si fa sentire l’altro oggetto di attenzione, senza pretendere di identificare subito ciò che si ascolta». In conclusione il formatore deve ringraziare la persona per il racconto che ha scelto di consegnargli, spiegando che la sua storia «è tanto importante da pretendere l’ascolto da parte di esperti, nella riservatezza più assoluta». Da qui l’invito a curare anche le comunità educanti, come le équipe di lavoro, che sono «un primo fattore di protezione» ma non «sufficiente», perché «gli abusi apesso nascono all’interno di “cerchi magici” in cui si esclude e non si rispetta il pensiero divergente», ha concluso Griffini.
Proprio sull’importanza del curare la vita comunitaria, e del«rigenerare le istituzioni associative esistenti» perché diano «ancora più vita», ha insistito il presidente nazionale dell’Ac, Giuseppe Notarstefano, che ha partecipato al confronto. «Dobbiamo riempire di senso le nostre espressioni di vita associativa, che non sono un ostacolo all’efficienza – ha spiegato – e curare le nostre équipe, che esistono in quanto, per tenere gli occhi sulle persone, non si può che lavorare insieme». Ieri, nel giorno della solennità dell’Immacolata Concezione, in cui l’Ac rinnova il suo tesseramento associativo e il suo “sì” alla Chiesa, anche il Papa ha rivolto «un saluto speciale ai soci» dopo la preghiera dell’Angelus da piazza San Pietro. «Auguro a tutti – ha detto – una fruttuosa attività formativa e apostolica, per essere testimoni credibili del Vangelo».


