Nel convegno di Riccione qualche educatore si chiedeva se la presunta maggiore fragilità dei giovani fosse il frutto di una ricerca di benessere immediato o se corrispondesse, invece, a una reale mutazione del sentire.
La parte più interessante di questo interrogativo non riguarda tanto la fragilità dei giovani, quanto la percezione che in essi sia in atto una trasformazione della sensibilità, che si manifesta anche in un modo inedito di affrontare i grandi perchè della vita.
Qualcuno potrebbe avere l’impressione che i giovani non si pongano più le grandi domande. Chi li ascolta in modo attento e profondo si rende conto, invece, che il loro mondo interiore è abitato da una sorprendente quantità di interrogativi. Solo che il modo in cui essi si esprimono è diverso rispetto al passato. E la differenza non è semplicemente una questione di linguaggio: è uno spostamento di accento, dentro il quale è possibile leggere qualcosa delle trasformazioni che stanno interessando il modo di vivere l’umano.
Le domande tradizionali che molti di noi adulti ci siamo posti quando avevamo l’età dei giovanissimi o dei giovani di oggi riguardavano il mondo, la sua origine, il suo destino, Dio e la sua esistenza, il futuro, la morte… Erano domande spesso formulate in termini generali, filosofici, universali. Non è che questi interrogativi siano del tutto estranei ai giovani di oggi; semplicemente, non sembrano più costituire il punto di partenza della loro ricerca.
Oggi le domande nascono soprattutto dalla vita, dalle esperienze concrete di ogni giorno. La domanda – più o meno esplicita – che i giovani si fanno non è tanto: «Che senso ha la vita?», quanto piuttosto: «Come abitare una vita che abbia senso?».
A una giovane intervistata, alla quale era stato chiesto che cosa intendesse con l’espressione «senso della vita», la risposta è stata semplice e immediata: «È ciò che mi tiene in piedi».
Ciò che tiene in piedi i giovani ha a che fare con il modo in cui riescono ad affrontare le domande sul proprio futuro, sulla propria identità, su come attraversare il dolore e le ferite della vita, sulla possibilità di essere felici, sulla qualità delle proprie relazioni. Interrogativi diversi, che sembrano convergere verso un’unica domanda fondamentale: come si costruisce una vita che valga la pena di essere vissuta? È dentro queste grandi esperienze dell’esistenza che oggi i giovani cercano di capire che cosa possa rendere la loro vita degna di essere vissuta.
E si lasciano interrogare. Sanno, in qualche modo, che queste domande non possono essere messe tra parentesi. Ciò non significa che cerchino a tutti i costi delle risposte; piuttosto, cercano di capire come abitare le domande, come stare dentro di esse senza esserne sopraffatti. Se trovare un senso significa trovare ciò che tiene in piedi, i giovani appaiono come funamboli alla ricerca di un equilibrio rischioso, sfidante, sempre precario. Soprattutto le giovani donne sembrano cercare luoghi nei quali sostare, comprendere e rileggere ciò che stanno vivendo, sentendosi accompagnate senza essere giudicate.
Come abitare questi interrogativi? Come stare in piedi? Ciascuna e ciascuno cerca a modo proprio: negli amici, nella natura, nel silenzio, nella meditazione, nella fede… La ricerca è plurale perché è personale: corrisponde alla sensibilità, al carattere, alla storia di ciascuno. Non esistono situazioni standard né risposte prefabbricate, ma percorsi nei quali ciascuno prova a trovare, anche guardando dentro di sé, ciò che può orientare la propria vita.
Le domande attivano così un movimento interiore, un lavorio che potremmo definire «spirituale». Per molti giovani, infatti, spirituale non si identifica necessariamente con religioso, ma indica piuttosto quel cammino interiore lungo il quale può avvenire anche l’incontro con Dio. L’esperienza della vita si trasforma così in ricerca interiore.
Un tempo si tendeva a identificare la ricerca di senso con l’apertura a un senso religioso, dando quasi per scontato che la risposta alle domande esistenziali sfociasse nella trascendenza, nel senso del sacro e, infine, nell’esperienza della fede cristiana. Oggi il percorso sembra essere diverso: il senso viene cercato vivendo e poi rileggendo ciò che si vive; solo in alcuni casi questa rilettura assume una forma esplicitamente spirituale o religiosa.
Credo che la questione degli interrogativi esistenziali, proprio per le profonde trasformazioni che sta attraversando, sia oggi decisiva. Occorre comprendere la radicalità con cui essa si presenta, decodificarne il linguaggio inedito e riconoscervi una delle manifestazioni della trasformazione antropologica in atto. Solo così è possibile affrontare oggi anche la questione educativa.
Sul piano dell’educazione alla fede, infatti, non vi è più nulla che possa essere dato per scontato. L’interrogativo da cui ripensare il compito dell’educatore potrebbe essere questo: dove e come, dentro questo processo interiore, può affacciarsi la domanda religiosa? Anche in questo caso si tratta di una ricerca, non semplicemente dell’adesione a una verità proposta dall’esterno, fosse pure quella del Vangelo.
La questione decisiva diventa allora se giovanissimi e giovani incontrino adulti e luoghi capaci di accompagnare questa ricerca rispettandone l’autonomia, senza la pretesa di indirizzarla forzatamente verso una meta già stabilita e senza anticipare risposte o proporre percorsi predeterminati.
Forse il primo compito educativo, oggi, è proprio questo: non avere fretta di dare risposte, ma saper riconoscere, custodire e accompagnare ciò che tiene in piedi la vita di un giovane.
