
Alla guida dell’Istat dal maggio 2024, Francesco Maria Chelli osserva da vicino le trasformazioni profonde dell’Italia: demografiche, economiche e sociali. Statistico ed economista, si occupa da sempre di povertà e condizioni di vita, dinamica del mercato del lavoro e indicatori statistici di sviluppo sostenibile. Con il Rapporto annuale 2025, giunto alla sua trentatreesima edizione, l’Istat restituisce una fotografia dettagliata di un’Italia in transizione, che cambia volti e prospettive tra criticità e segnali di vitalità.
Presidente Chelli, il Rapporto annuale 2025 illustra i cambiamenti economici, demografici e sociali dell’anno appena trascorso. Tanti i punti di forza e debolezza...
Quest’anno nel Rapporto abbiamo voluto analizzare l’evoluzione dei comportamenti delle tante generazioni che convivono nella popolazione italiana. E abbiamo provato a comprenderne esigenze e opportunità facendo i conti con vecchi e nuovi divari socioeconomici e territoriali. Un dato positivo, tra i diversi che sono emersi, è la maggiore scolarizzazione di chi è entrato o sta entrando nel mercato del lavoro rispetto a chi va in pensione. Abbiamo osservato un aumento del livello di istruzione pari a 0,7 anni di studio equivalenti per addetto, al quale corrisponde una crescita di oltre cinque punti percentuali della quota di laureati tra gli occupati, dal 14,1 al 19,4 per cento. Un dato preoccupante è invece l’aumento dell’espatrio tra i giovani 25-34enni italiani con una laurea: sono stati 21 mila nel 2023, un record storico; il risultato è una perdita netta di 97 mila giovani laureati in dieci anni.
Gli occupati aumentano, anche se resta il tasso più basso d’Europa. E i giovani faticano a trovare lavoro.
In Italia il tasso di occupazione (15- 64 anni) nel 2024 è stato pari a 62,2%. Siamo sui valori più alti nelle serie storica degli ultimi vent’anni, e tuttavia questo tasso è ancora di 8,6 punti percentuali inferiore a quello medio europeo. Tra i giovani fino a 29 anni, l’occupazione scende a 34,4% e il divario con la media europea sale a 15,1 punti percentuali. Inoltre, tra i giovani residenti in Italia, quasi quattro su dieci dipendenti sono a tempo determinato (il 39,4%), a fronte di una media europea che si assesta al 33,4%. Si può ancora migliorare ma c’è un forte recupero.
Ambiente: l’aumento degli eventi estremi impatta sul sistema Paese.
Usciti dalla pandemia ci eravamo illusi di aver imparato una lezione. E cioè che le transizioni ecologica e climatica andavano prese sul serio e affrontate con tutti i mezzi possibili. Purtroppo due guerre improvvise e violente hanno cambiato il quadro e ci hanno fatti ripiombare dentro un contesto di crisi permanente. Ma la questione resta, con tutta la sua emergenza. Nel Rapporto annuale c’è un’analisi che evidenzia come il 18,2 per cento del valore aggiunto di industria e servizi è prodotto in unità locali ubicate in territori esposti a forti rischi di frane e sismicità elevata. È un dato puntuale, ma esemplare di quanto siamo esposti agli eventi estremi.
In Italia si fanno sempre meno figli.
Le nostre previsioni demografiche indicano uno scenario che passa da 1,18 figli per donna nel 2024 a 1,38 nel 2050. Ma questo aumento dei livelli riproduttivi medi non porta un parallelo aumento delle nascite poiché è contrastato dal calo progressivo delle donne in età feconda. Basta considerare che nel 2024 il numero delle donne in età 15-49 anni ammontava a 11,5 milioni e che, in base alle nostre previsioni, questo contingente è destinato a contrarsi fino a 9,1 milioni nel 2050. C’è una dimensione strutturale che determina questa transizione demografica. Dobbiamo tenerne conto.
E i giovani laureati espatriano.
Prima dicevo della maggiore scolarizzazione di chi entra nel mondo del lavoro. Bene, ma non basta. Nel Rapporto Bes ricordiamo che l’Italia è al di sotto della media Ue27 anche per alcuni indicatori del dominio Istruzione e Formazione, con solo il 31,6% dei 25-34enni laureati, contro il 44,1% nell’Ue27 e il 66,7% delle persone di 25-64 anni che hanno conseguito almeno il diploma di scuola secondaria di secondo grado (80,5% Ue27). Bisogna agire su più fronti per valorizzare i laureati che formiamo, a partire dal mercato lavoro, più inclusivo e capace di remunerare meglio impegno e competenze.
La sanità pubblica è in crisi?
L’Italia continua a fare i conti con un dato sorprendente: i centenari sono in forte crescita. Tra 2009 e il 2025 sono più che raddoppiati (+130%), passando da circa 10.200 a oltre 23.500. Confrontando i dati europei, l’Italia si colloca al secondo posto per numerosità di centenari, seconda alla Francia, e seguita dalla Germania e dalla Spagna. Questi “indicatori viventi” di buona salute vanno letti insieme ai tanti indicatori sulla salute degli italiani. La sanità pubblica, però, ha fatto e fa moltissimo. Uno dei problemi che abbiamo evidenziato nella recente audizione parlamentare sulla legge di Bilancio riguarda la demografia. A fronte di un aumento della domanda di cure dovuto all’invecchiamento della popolazione, l’Italia si connota per uno scarso ricambio generazionale per il personale medico e una dotazione insufficiente di quello infermieristico. Nel 2023 abbiamo avuto la quota più alta tra i Paesi dell’Ue27 di medici anziani in servizio: il 44,2% ha più di 55 anni e il 20,6% supera i 65 anni. Su questo fronte bisogna fare di più. Incentivando, ad esempio, i giovani medici e infermieri a lavorare nei nostri ospedali.


