“La porta d’Europa”, così viene spesso definita Ceuta, anche dagli stessi abitanti, una terra crocevia di culture, storie, commerci, persone e che a causa della sua posizione geo-politica è diventata una frontiera calda dal punto di vista migratorio. E’ possibile, tramite varie associazioni, passarci del tempo per conoscere in maniera più diretta e approfondita il territorio inserendosi nei progetti che cercano di dare supporto alla realtà locale; personalmente sono stata a casa San Antonio, di cui parlerò più avanti, e proprio dall’esperienza diretta nasce il mio interesse e studio, ancora molto limitato, per questo luogo ricco di sfaccettature diverse.
A fine luglio 2026 improvvisamente Ceuta si è resa presente tra i discorsi di chi leggeva i quotidiani, in quanto tra le notizie principali è apparsa quella dell’entrata di un numero molto elevato di persone in pochissimo tempo. Sarà forse ripetitivo dunque introdurre ribadendo che si tratta di un’enclave spagnola situata in Nord Africa, in cui la percentuale spagnola è ben radicata sul territorio vivendoci da ormai centinaia di anni. Allo stesso tempo ci abitano molte persone con origini, più o meno lontane, legate al paese confinante: il Marocco. Fisicamente, infatti Ceuta è la terra di mezzo tra questi due mondi, come descrivono molte canzoni composte da giovani ragazzi che hanno attraversato entrambi i territori passando proprio per Ceuta durante il viaggio migratorio. Chi desidera farsi un'idea può ascoltare la canzone emblematica "Dos Mundos" dell'artista "El Paisano", spesso un sottofondo nelle giornate passate a San Antonio. La linea di confine che separa i territori non è solamente geografica, ma rappresenta molte altre tipologie di confine che caratterizzano queste due terre a livello sociale, economico, geopolitico e anche religioso. Ceuta è la Spagna più vicina al Marocco, un passaggio spesso necessario per raggiungere la tanto sognata “Europa”. Dalla fine degli anni ‘90 il confine politico che separa questi territori è più visibile che mai: sono state costruite delle mura finanziate dall’UE, che negli anni sono state elevate in altezza e rese più tecnologiche, per rendere la frontiera “più sicura”, in quanto più controllata. Ceuta e Melilla sono gli unici due punti di confine terrestre tra l’Europa e l’Africa, ragione per cui sono diventate una delle modalità per entrare appunto nel territorio dell’UE. In queste due città autonome certe condizioni legate agli accordi della convenzione Schengen non sono applicate: per viaggiare da Ceuta alla Spagna peninsulare è necessario avere documenti in regola ed esibirli in frontiera, per cui la libera circolazione è controllata in maniera differente rispetto al resto del territorio UE. Questo è uno dei motivi per cui una volta arrivate a Ceuta molte persone si ritrovano a passare un tempo indefinito e variabile in attesa della documentazione necessaria per potersi muovere nuovamente. Le rotte migratorie che arrivano sul territorio si possono suddividere principalmente in due gruppi, come raccontano vari report tra cui quelli del collettivo “Caminando Fronteras”: le persone che arrivano via mare attraversano il confine tendenzialmente a nuoto, partendo dalle spiagge marocchine vicine alla frontiera, quasi sempre molto sorvegliate dalla polizia marocchina con metodi spesso violenti, e sono per la maggior parte provenienti dal Marocco e altri paesi del Nord Africa; si tratta di una maggioranza di ragazzi vicini al compimento della maggior età e che dunque nuotano per molte ore, di notte, con la paura costante di essere visti dalla polizia e riportati indietro. L’altro flusso di persone arriva da rotte ramificate che partono da paesi africani più a sud rispetto al Marocco e il tentativo è quello di superare fisicamente la valla- la recinzione-, cercando di individuare il momento più opportuno. Oltrepassare il muro è molto difficile e comporta sempre ferite fisiche, talvolta estremamente gravi, che restano come segni indelebili sui corpi delle persone.
Vivere a Ceuta significa da tempo ormai avere a che fare con la realtà migratoria, soprattutto dalla costruzione della valla, in quanto le notizie che riguardano migranti in arrivo, corpi ritrovati e situazioni emergenziali sono quotidiane. Il concetto di “emergenza” è molto presente nella retorica usata dai media e dai politici, ma occorre metterlo in discussione: sono davvero così imprevedibili e ingestibili i movimenti delle persone? Ad ogni modo la città non è stata organizzata in maniera adeguata per rispondere alle necessità legate al ruolo che ha assunto in questi tempi; infatti le strutture di accoglienza sono poche e non sufficientemente capienti. I centri di accoglienza sono suddivisi per minori e maggiori di età. Nonostante la presenza di alcune strutture governative sul territorio, molte persone si ritrovano senza un appoggio fisico per un periodo di tempo indefinito mentre restano sul territorio in attesa dei documenti. In risposta a questo bisogno creato da una mancanza del governo, nasce il centro San Antonio in collaborazione con ASCS- Agenzia Scalabriniana per la Cooperazione allo Sviluppo- e l’associazione Cardijn spagnola. Dopo vari sviluppi, ad oggi la casa San Antonio è un progetto costantemente attivo e integrato nei servizi della città, sostenuto dai volontari e volontarie inviati periodicamente da ASCS e dalle coordinatrici e coordinatori in loco in collaborazione con Cardijn. La mia personale conoscenza di Ceuta si basa proprio sull’esperienza di volontariato che ho svolto all’interno della casa per circa due mesi in un periodo estivo del 2025 e successivamente nella primavera del 2026, contesto che ho potuto approfondire nella ricerca di tesi triennale. Gli Scalabriniani, come ordine religioso, gestiscono varie case di accoglienza in giro per il mondo; il loro carisma infatti si fonda sulla vicinanza ai migranti nei vari contesti e il termine “casa” viene scelto accuratamente. Quando si parla di “casa” si vuole far riferimento alla volontà di costruire l’esperienza di un luogo innanzitutto sicuro, in cui c’è un sentimento di cura comune per gli spazi e le relazioni, significa vivere la quotidianità insieme accompagnandosi a vicenda attraverso gli strumenti a disposizione di ognuno. Nella casa San Antonio ci sono tre/quattro posti letto per i volontari e le volontarie che decidono di passare del tempo in questo contesto e una decina per le persone migranti. Il tempo di permanenza medio varia dalle 6 alle 8 settimane, valutando poi caso per caso le esigenze dei singoli percorsi di vita, considerando anche gli aspetti burocratici che dettano le tempistiche del viaggio migratorio. Le attività che vengono proposte sono spesso orientate a dare il maggior numero di strumenti possibili ai ragazzi: corsi di formazione, supporto legale, mediazione linguistica, orientamento al lavoro e alla vita futura in penisola, responsabilizzazione nella casa verso le proprie cose e quelle altrui. Il termine “ragazzi” non è usato qui con l’intento di ridurre le soggettività, ma viene preso in considerazione in quanto categoria sociale di riferimento coincidente con le caratteristiche delle persone che principalmente giungono a vivere a San Antonio: persone di genere maschile tra i 18 e i 20 anni provenienti dal Marocco.


Le giornate nella casa sono vissute nella semplicità quotidiana, tra pasti preparati sempre insieme, lezioni di spagnolo, momenti di gioco e svago, turni di pulizie dei luoghi comuni e non, brevi o lunghe chiacchiere che rivelano l’unicità ed essenzialità dei rapporti umani. Come in tutte le case, per lo meno quelle di cui ho potuto fare esperienza diretta o indiretta, ci sono momenti più sereni e momenti di difficoltà e incomprensione, ma è proprio questo l’obiettivo: condividere la vita e accompagnarsi lungo la strada scoprendosi nelle alterità che abitano tutti gli esseri umani.
Con gli ultimi eventi di luglio e agosto 2026 si è manifestata a Ceuta una situazione che ha reso veramente precarie le condizioni di vita di molte persone e tuttora non ha preso una direzione specifica e risolutiva. San Antonio in questo momento ha aperto le porte aumentando i posti letto, in condizioni emergenziali e provvisorie, ma sempre con l’intento di mantenere lo stile di casa, essenziale per dare dignità ad ogni essere umano, in qualunque condizione esso sia. Infatti dietro ai numeri che vengono raccontati ci sono decine, centinaia, migliaia di vite. Vite che aspettano di essere vissute come se potessero prendere senso solo tramite un progetto di mobilità che, se non hai le giuste carte in mano, significa intraprendere viaggi pericolosi. Ma il desiderio di cambiare vita, cercando una vida buena, porta molto più in là. Le storie di vita ci aiutano a dare profondità e restituire la complessità dei fenomeni che vengono raccontati spesso in maniera superficiale e con una retorica che gioca a colpire il livello più emotivo. L’incontro sincero con l’altro rimane una fonte, pressoché inesauribile, di crescita e un’opportunità di restituirci a vicenda la dignità in quanto esseri umani.
