Il Mediterraneo non è solo geografia. I suoi confini non sono definiti né nello spazio né nel tempo. «Ricordiamoci che lungo le coste del Mediterraneo passava la via della seta, s’incrociava la via del sale e delle spezie, degli oli e dei profumi, dell’ambra e degli ornamenti, degli attrezzi e delle armi, della sapienza e della conoscenza, dell’arte e della scienza. Gli empori ellenici erano a un tempo mercati e ambasciate. Lungo le strade romane si diffondevano il potere e la civiltà. Dal territorio asiatico sono giunti i profeti e le religioni. Sul Mediterraneo è stata concepita l’Europa». Le parole di Predrag Matvejević, nel suo fortunatissimo Breviario Mediterraneo, edito da Garzanti e più volte ristampato, considerato da tutti il capolavoro “letterario” che ha saputo meglio raccontare il Mediterraneo, diventa oggi una nuova guida per i tempi complessi che viviamo. Anche a causa del mare Mediterraneo e di tutto quello che gli succede intorno.
Del maestro Matvejević ricordo il volto sempre allegro e sorridente, con gli occhi che catturavano chi gli stava di fronte. Insegnava anche all’Università “La Sapienza” e, circa trent’anni fa, lo incontrai nella sua casa al centro di Roma. Tra i profumi del suo tè, rigorosamente mediterraneo, e il racconto sul grande Mare Nostrum che ci abbraccia tutti e dove si è formata la stessa idea di Europa, ho percepito la grande lezione sul Mediterraneo come luogo privilegiato dell’anima. Prima dei confini che lo circondano, prima delle navi che lo navigano, prima delle grandi migrazioni che lo attraversano e dei colpi di cannone che lo rendono pericoloso. D’altronde è stata la grande Scuola delle Annales di Fernand Braudel a raccontarci come il Mediterraneo abbia un cuore e un’anima propri. Che sì, è vero che la storia di questo mare è stata scritta dai vincitori, vidimata dalle carte bollate e dalle divisioni geometriche delle mappe geografiche, ma è altrettanto vero che questo lembo di terra e di acqua salata che accomuna i Paesi europei con quelli africani, arabi e i Balcani, non è altro che una storia minuscola, vissuta dal volto dei vinti, dai popoli che hanno navigato intorno a esso per libertà, fame, democrazia, gloria e onore. Il racconto di Braudel e di Matvejević supera i confini del tempo e dello spazio per restituirci, ancora una volta, il sapore dell’alterità che diventa fraternità. I profumi e gli odori del sole e del mare, e perfino del vento, i porti e gli sbarchi da ogni dove, i naufragi e la lingua franca, l’arancio, il mirto e l’ulivo, le palme, i pini e i cipressi, lo sfarzo e la miseria. E il pane, quello che sfama e quello che celebra la fede.
«La retorica mediterranea – scrive ancora Matvejević – è servita alla democrazia e alla demografia, alla libertà e alla tirannide. I suoi effetti hanno occupato il foro e il tempio, la giustizia e il sermone». Il Mediterraneo che amiamo e che abbiamo imparato a conoscere porta in dono l’ospitalità. È un sentimento incarnato in ogni uomo e donna mediterranei. Nonostante ogni tanto la politica più sovranista faccia a gara a disconoscere “questo” carattere fondante del Mediterraneo che si è svelato nel corso dei secoli, e cioè l’ospitalità. Che vuol dire accoglienza, abbraccio, tolleranza e l’idea che nel Creato c’è posto per tutti. Ecco perché il Mediterraneo è anche un fatto politico, oltre che una questione sentimentale. Ed ecco perché a Bari, l’Azione cattolica italiana si appresta a vivere, dal 30 luglio al 2 agosto, un momento comunitario di scambio di idee su un tema che, non a caso, porta questo titolo: Orizzonti mediterranei. Abitare la fraternità per una cultura del dialogo. E non sarà un incontro solo associativo. Non può esserlo. Perché il Mediterraneo è il luogo adatto per parlare di pace, immigrazione, libertà, cambiamenti, geografie, mappe, sentimenti. Non mancherà la politica, con piazze tematiche che metteranno in dialogo la città con amministratori, giornalisti ed esperti.
Il Mediterraneo, infine, è il luogo della solidarietà.
Popoli interi ne hanno confermato, lungo i secoli, la sua utilità. Popoli divisi l’hanno accettata nel loro vocabolario della salvezza. Senza la solidarietà dei vicoli e dei porti, dei borghi interni e delle coste, non ci sarebbe il Mediterraneo. E forse nemmeno l’Europa. È una questione antropologica che regola l’habitat delle genti mediterranee: le mani che impastano il pane, i piedi che pigiano i grappoli d’uva nei tini, l’attesa per l’olio “sacro” spremuto dal frantoio, i panni stesi da un balcone e all’altro, gli odori e i sapori che si rincorrono in cucina, il pianerottolo di casa che diventa, per consuetudine e nuova resilienza, rifugio, piazza, mercato, farmacia, confessionale.
La solidarietà tra popoli vicini e confinanti ha modellato la musica, il canto, la lode, il salmo, la preghiera, la tavola e il cibo, la lentezza e il martirio, l’ironia e la resilienza. E forse, più di tutte, la solidarietà è stata la sorella maggiore che ha messo d’accordo popoli e culture, amori improbabili e amori di passaggio, guerra e pace, perché data in pasto a un pezzo di terra e un angolo di cielo che dovrebbero essere, per grazia di Dio, sempre amici dell’umanità.
IL MEDITERRANEO DI FABRIZIO DE ANDRÉ
Ne compresi il suo significato più profondo quando, anni fa, frequentai per un periodo don Andrea Gallo, il “prete degli ultimi” della Genova più nascosta e difficile. Con lui ho capito cosa significasse la solidarietà vera quando lo accompagnai nel giro notturno che “il Gallo” usava fare ogni notte nei dintorni del porto di Genova. Dalle tasche dei suoi pantaloni, piene di soldi, centinaia e centinaia di euro, prendeva il dovuto che poi elargiva gratuitamente alle sue “princese”, le prostitute e i transessuali che Fabrizio De André descrisse bene in una canzone. A tutti e a tutte, oltre il denaro, una parola di conforto, un sorriso, una benedizione. L’amore per gli esclusi dalla vita, non altro. E poi, a tardissima notte, sprofondato sulla poltrona, a cantare Crêuza de mä, sempre del grande Faber, con il sigaro in mano, una chitarra di accompagno e lacrime di commozione: «E ‘nt’a barca du vin ghe naveghiemu ‘nsc’i scheuggi, emigranti du rìe cu’i cioi ‘nt’i euggi, finché u matin crescià da puéilu rechéugge, frè di ganeuffeni e dè figge, bacan d’a corda marsa d’aegua e de sä, che a ne liga e a ne porta ‘nte ‘na crêuza de mä» (E nella barca del vino ci navigheremo sugli scogli, emigranti della risata con i chiodi negli occhi, finché il mattino crescerà da poterlo raccogliere, fratello dei garofani e delle ragazze, padrone della corda marcia d’acqua e di sale, che ci lega e ci porta in una mulattiera di mare).
Il giorno dei suoi funerali, il 25 maggio del 2013, in quella che diventò una festa laica e religiosa, tutte le “princese” del porto di Genova fecero la fila per ricevere l’Eucarestia dalle mani del cardinale Angelo Bagnasco, in un’atmosfera di rara commozione spirituale. Quel giorno il Mediterraneo si mostrò per quello che è. Padre e madre, sorella e fratello, amico e compagno di donne e uomini che vivono lungo i suoi confini e i suoi sconfini.
