«Spostare il focus sulla “spiritualità” invece che sulla “vita di fede” è una scelta di campo?». È una delle domande che gli educatori presenti a Riccione nel dicembre dello scorso anno hanno posto; una tra le tante sulla spiritualità, alcune formulate con un atteggiamento quasi sospettoso, come se la spiritualità potesse diventare un'alternativa alla religione e alla fede.
L'interesse sempre più diffuso per la spiritualità riguarda anche i giovanissimi e i giovani dell'Azione Cattolica. Vale dunque la pena interrogarsi: che cosa significa questa nuova attenzione? Da dove nasce? Che cosa manifesta dei percorsi interiori delle persone, in un contesto che rischia di diventare sempre più arido per la fretta, la superficialità, la chiacchiera? Come guardare alla spiritualità? Dobbiamo considerarla semplicemente ciò che resta quando la religione si spegne?
Dedico questa riflessione alla spiritualità, riservandomi di affrontare nel prossimo intervento il rapporto che essa ha, o può avere, con la religione. Vorrei però precisare subito una cosa: non mi sembra fecondo mettere spiritualità e religione in competizione. Sono esperienze differenti, che intercettano domande diverse e che, ciascuna a proprio modo, possono costituire espressioni altissime dell'umano.
Che cosa intendiamo, allora, per spiritualità?
Più che partire da una definizione astratta, credo sia più fecondo osservare come le persone — e soprattutto i giovani — la vivono. Colpisce, infatti, la sensibilità con cui ne parlano e la ricchezza di sfumature con cui cercano di descriverla.
La spiritualità appare anzitutto come esperienza di ricerca di sé. È come se molti giovani avvertissero il bisogno di ritrovare il senso della propria vita, la consapevolezza del proprio valore, la strada verso una felicità che non può avere radici soltanto fuori di sé. Non si può cercare la felicità senza cercare se stessi.
E ciascuno si cerca in “luoghi” diversi: nella natura, nella propria interiorità, nel silenzio, nelle relazioni, nella connessione con un tutto di cui ci si sente piccola parte. Ci si cerca anche attraverso pratiche diverse: la meditazione, il silenzio, la musica, il viaggio.
È la ricerca della pienezza di un umano che sembra continuamente sfuggire: nella frenesia di giornate troppo piene o troppo vuote, nella pressione della performance, nel timore di non essere mai abbastanza, mai davvero all'altezza.
Tonino Guerra, poeta e sceneggiatore romagnolo — con Fellini scrisse anche la sceneggiatura di Amarcord — ha lasciato una frase che sembra scritta proprio per chi è risucchiato dalla fretta:
«Bisogna cercare luoghi per fermare la nostra fretta e aspettare l'anima».
Forse la spiritualità ha a che fare proprio con questo: cercare luoghi nei quali aspettare l'anima. Luoghi interiori ed esteriori, spazi di silenzio e di contemplazione nei quali sia possibile scendere nella profondità di sé e lasciar affiorare domande che la superficie della vita rischia continuamente di coprire.
E proprio nella profondità dell'umano può aprirsi la domanda dell'Infinito.
Quanta poesia, senza nominare Dio, riesce a evocare in noi nostalgia di eterno e di infinito? Quanta bellezza, quanta musica, quante relazioni profonde sembrano dirci che l'umano non si esaurisce in ciò che immediatamente vediamo e tocchiamo?
Spiritualità in alternativa alla religione? Oppure spiritualità come percorso lungo il quale può accadere anche l'incontro con Dio?
Non necessariamente il Dio astratto e impersonale di tante rappresentazioni ormai stanche, ma un Dio che entra in relazione, che cerca le persone anche lungo i percorsi impervi, incerti e talvolta rischiosi che esse attraversano.
Forse proprio qui si apre una questione decisiva per la formazione cristiana nel nostro tempo. Non si tratta anzitutto di consegnare un'immagine preconfezionata di Dio, ma di accompagnare una ricerca che non ha nulla di scontato e che può aprirsi su panorami affascinanti, inquietanti, qualche volta persino rischiosi.
Perché, quando si incontra il Dio di Gesù Cristo, non si può non incontrare anche la propria umanità: anch'essa carica di mistero, anch'essa bisognosa di attenzione e di cura.
La spiritualità non presuppone necessariamente la religione, né necessariamente la esclude. Ma un cammino di fede vero e maturo si riconosce anche nei tratti dell'umanità che genera: un'umanità che, nell'originalità di ciascuno, ha trovato una strada verso la propria pienezza.
Il cristiano parla di Dio anche attraverso la qualità della propria umanità.
Forse è proprio questa una delle scuole nelle quali oggi si può tornare a imparare il linguaggio della fede.