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Vittorio Bachelet: la memoria, l’attualità, le sfide. Il significato di un centenario

21/02/2026 di Giuseppe Notarstefano
Voglio iniziare con la gratitudine… 

Abbiamo vissuto queste due giornate molto belle e intense di questo nostro convegno così denso di riflessioni e di esperienze che ci hanno aiutato ad iniziare nel modo migliore questo centenario (verso la XIX Assemblea nazionale e il 160° dell’AC). Abbiamo voluto immaginare questa occasione come un itinerario della memoria, nella tradizione di questi nostri appuntamenti pensati dall’Istituto a cui l’associazione ha specificamente affidato questo compito della memoria, proponendo di anno in anno occasioni di riflessione e di discussione su temi che hanno sempre intrecciato sapientemente temi che ci permettono di approfondire l’eredità di Vittorio Bachelet nei suoi diversi ambiti di impegno e servizio con le questioni emergenti dall’attualità secondo quello stile di approfondimento e valutazione critica cui lo stesso Bachelet, cresciuto alla scuola del Concilio ci ha educato, mostrandoci in diversi modi quell’esigente esercizio di lettura dei segni dei tempi. 

Tra le tante dimensioni, sempre in dialogo tra loro, scelgo di svolgere questa mia riflessione a partire da quella associativa Ricordare Vittorio Bachelet è, prima di tutto, un’esigenza di tutta l’associazione: espressione di gratitudine e di responsabilità allo stesso tempo. Appartengo ad una generazione che è ha incontrato ed è cresciuta in quella forma di vita associativa, elaborata con coraggio e lungimiranza negli anni entusiasmanti in cui tutta la Chiesa italiana si apprestava nella ricezione del Concilio. Abbiamo sperimentato, attraverso l’AC, l’invito a prendere sul serio la vita e la fede e a scoprire come questo sia fonte di gioia autentica e di pienezza in ogni ambito dell’esistenza. Abbiamo imparato a riconoscere la centralità dell’impegno formativo come prima forma di responsabilità sociale che ci incoraggia ad essere fedeli alla vocazione laicale, che sgorga dalla consapevolezza del battesimo e prende forma nell’immersione appassionata nella vita della comunità cristiana. Amare l’uomo e tutto ciò che è umano e, unitamente amare Cristo e la Chiesa che sgorga dal suo amore proprio per tutta l’umanità: queste le coordinate che abbiamo ricevuto, e che raccogliamo ancora da quel seme buono che Vittorio Bachelet, insieme a tante donne e uomini di AC, come hanno saputo gettare con larghezza di cuore e generosità nel terreno smosso dall’aratro della storia. 

Abbiamo appreso che è necessario uno sguardo contemplativo sulla vita e sulla storia, capace di saper riconoscere i germi del Regno di Dio che continuamente cresce, aldilà dei nostri sforzi e prima del nostro impegno. Una contemplazione che, come ci mostra la sapienza dell’esperienza religiosa della Chiesa, non è mai astrazione né motivo di immobilità o neutralità. In più occasioni Vittorio Bachelet ha ricordato di essersi ispirato a San Benedetto (Taccuino ’64 dopo incontro con Del Noce, intervista a Bindi e Preziosi), indicando quel dinamismo spirituale che genera innovazione nella tradizione, cambiamento nella fedeltà. L’associazione pensata e costruita da Bachelet, e dalle scelte compiute con lo Statuto frutto di un lungo lavoro corale e diffuso, è una realtà animata da relazione autentiche di amicizia e di stima che maturano nella condivisione dell’impegno educativo, nel servizio ecclesiale e nell’animazione di una vita più fraterna che si fa dialogo fecondo con tutti. Riconosciamo in tale progetto quella visione di Chiesa che si fa parola, che si fa dialogo, che si fa colloquio, espressa da Paolo VI in Ecclesiam Suam. Un progetto che abbiamo riconosciuto nel Sinodo della Chiesa universale e, in modo particolare, nel cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia. Un percorso che ha visto tutta l’associazione pronta e sollecita ad intraprenderlo, sempre con generosità e anche con tanta passione, ritrovando in tale sentiero dello Spirito, quella gioia e quella novità del cammino conciliare. 

Ho sempre pensato, e la presidenza mi ha sentito più volte ripeterlo, che assumere con disponibilità e coraggio le sfide emerse nel cammino sinodale diventa per l’AC un’occasione irrinunciabile per ripensarsi secondo quello stile che Bachelet ci ricordò, indicando la strada del rinnovamento associativo come modalità attiva di ricezione del Concilio. Un lavoro che non possiamo e non dobbiamo fare da soli, ma costruendo alleanze che proprio questo tempo aperto alla novità dello Spirito ci sta mostrando e ci sta incoraggiando a vivere, allargando lo spazio dell’amicizia e della condivisione della corresponsabilità ecclesiale e dell’impegno nella costruzione del Bene Comune. Di quel Bene di “noi-tutti”, per usare una definizione di papa Benedetto XVI che richiede l’esigente costruzione del noi più grande della comunità, proprio per poter anche edificare il Bene che è per tutti e che non può escludere nessuno. Credo che in tale prospettiva, sia per noi prezioso ricomprendere altre due scelte statutarie nelle quali l’AC è maturata e, per molti versi, è cresciuta. Mi riferisco alla scelta unitaria e a quella educativa. L’AC di Vittorio Bachelet diventa un’associazione unitaria, certo con una certa urgenza organizzativa di semplificazione ed essenzializzazione, ma credo soprattutto come valorizzazione della possibilità di vivere in modo più intenso e ordinario il dialogo intergenerazionale, ponendolo come fattore generativo per l’intera vita associativa. In Azione Cattolica la dinamica di trasmissione delle fede s’intreccia in modo fecondo con la capacità apostolica di tutti, a partire dai più piccoli che proprio Vittorio Bachelet ci insegna a guardare non come destinatari di una proposta educativa ma come soggetti attivi e protagonisti nel compito gioioso dell’evangelizzazione. Così in questi anni l’associazione ha imparato, e tanto ancora deve imparare, a fare di ogni luogo associativo un laboratorio dell’ascolto in cui apprendere, anche nella fatica e nel confronto critico, la bellezza del pluralismo e l’armonia della differenza che viene proprio dalla capacità di declinare con creatività il criterio della centralità della persona e la cura di ogni persona. Sappiamo bene di vivere immersi in una cultura dello scarto che tende a marginalizzare i più fragili, che siano giovani o anziani, adolescenti con molta fretta di diventare adulti o adulti con troppa nostalgia di restare adolescenti, ma proprio per questo dobbiamo considerare la profezia della scelta unitaria e tradurla oggi con nuova creatività. 

La scelta educativa, che ha trovato una sua espressione felice con la nascita dell’Azione Cattolica dei ragazzi, coeva proprio allo statuto del ’69
, si è rivelata nel tempo l’ossatura della vita associativa, che riguarda e coinvolge tutti perché è la vita associativa che forma ed educa e tutti hanno un compito formativo ed educativo in associazione. Una consapevolezza che ci ha condotto nel tempo nella definizione di un progetto formativo che è stato pensato in modo sempre più unitario e che è stato aggiornato alla luce del magistero di papa Francesco, divenendo il cuore pulsante di tutta la proposta associativa e la cifra della responsabilità in associazione. Formare coscienze mature si conferma ancora oggi il compito centrale dell’associazione per educare ciascuno alla complessità, senza averne timore e senza lasciarsi tentare dalla ricerca di facili scorciatoie o, peggio ancora, di comodi ripiegamenti. Ed è proprio la visione della complessità che induce Bachelet ad incoraggiare l’associazione a compiere la scelta democratica. Da profondo conoscitore dei complessi meccanismi che regolano la vita sociale e da studioso che ha dedicato le proprio ricerca a mettere in luce il valore della vita democratica come forma di attuazione permanente dalla Costituzione, il presidente Bachelet intuisce che la pratica democratica può rivelarsi non solo uno strumento rigenerativo della vita associativa, ma è consapevole del valore educativo di una democraticità nel cammino di un rinnovamento che ha individuato come perno la formazione delle coscienze. L’associazione diventa così un laboratorio di vita democratica che allena al dialogo e al confronto, sostenendo la partecipazione e educando ad una cittadinanza attiva, promuovendo la corresponsabilità e il discernimento comunitario in quella sintesi originale che è costantemente alimentata dall’esperienza di un apostolato associato che il Concilio aveva riconosciuto e promosso. 

Si potrebbe subito obiettare che il tempo che stiamo vivendo assiste ad un infragilimento, laddove non ad un vero e proprio essiccamento delle democrazie, aprendo la strada a forme sempre più elitarie ed autoritarie nell’esercizio del potere, esposte a diverse forme di abuso della dignità della persona. Ma è proprio questa consapevolezza che assegna un compito nuovo e importante all’associazione che inizia dalla custodia dei propri spazi democratici da esercitare con autenticità e rigore e che si proietta nell’impegno a rafforzare la cultura della partecipazione e del dialogo e nel guardare con cordialità e stimare tutte le forme di impegno generoso e disinteressato e di servizio competente e appassionato nelle istituzioni democratiche. Proprio per questo assume un significato straordinariamente attuale la nostra Scelta religiosa, la scelta compiuta da Vittorio Bachelet per cercare una nuova sintesi per abitare da credenti le sfide del pluralismo e della complessità. Oggi, come in quel tempo e non so dire se più di quel tempo, sentiamo il bisogno di una comunità cristiana appassionata del Vangelo che è sempre una Buona notizia per la vita di tutti, e di uomini e donne, giovani e adulti, laiche e laici cristiani che sappiano assumere con coraggio il primato di questo annuncio, abitando la vita quotidiana di tutti e mettendosi al servizio di quelle istituzioni che sono nate per promuovere la vita di tutti, elaborando una cultura della fraternità in grado di generare processi virtuosi nei diversi ambiti della vita comune, nessuno escluso. Cristiani che sanno maneggiare con cura il linguaggio della politica che chiede di essere consapevoli di cosa significa “prendere parte”, e interpretando tale scelta mai in modo divisivo ma nell’umiltà di essere una via, insieme ad altre, nella ricerca di un Bene che è di tutti e per tutti. 

Papa Leone XVI all’inizio del suo ministero petrino ha esortato la Chiesa ad essere segno di unità e di comunione e fermento per un mondo riconciliato. Una prospettiva che ci sprona a resistere con fermezza e convinzione ad ogni tentativo di divisione in nome della fede, ci chiede di disarmare il linguaggio e il cuore, ci esorta a vigilare su ogni forma ingannevole di strumentalizzazione. La testimonianza di Vittorio Bachelet, il suo stile e i suoi insegnamenti, ci sostengano nella fatica di un discernimento e nell’esercizio di una responsabilità cui oggi siamo tutti chiamati, credo che sia questo lo spirito e l’orizzonte per la celebrazione di questo centenario.