C’è un dato che, più di altri, fotografa la fase storica che stiamo attraversando: la crescita globale rallenta, ma non per una crisi interna al sistema economico. Secondo le più recenti stime del Fondo monetario internazionale, il Pil mondiale è stato rivisto dal 3,3% al 3,1%. Una correzione apparentemente contenuta, ma che rischia di essere solo l’inizio di un declino. Il capo economista Pierre-Olivier Gourinchas ha infatti avvertito che le previsioni potrebbero scendere fino al 2% qualora conflitto e tensioni in Medio Oriente dovessero protrarsi.
Non
si tratta di un semplice rallentamento ciclico. Siamo di fronte a uno
shock esterno, legato in larga parte al costo e alla disponibilità
dell’energia, che incide direttamente sui processi produttivi e sui
prezzi. Il rischio non è solo l’inflazione, ma una combinazione
più insidiosa: crescita debole e aumento dei prezzi. Una dinamica
che, per l’Europa, assume contorni ancora più preoccupanti.
Già
oggi l’economia europea mostra segnali di fragilità: crescita
prossima allo zero, dinamica occupazionale stagnante, investimenti in
rallentamento. In questo contesto, un ulteriore aumento dei costi
energetici - anche solo del 10-15% - può tradursi in un impatto
significativo sui bilanci delle famiglie e sulla competitività delle
imprese. Il rischio di una recessione non è più un’ipotesi
remota, ma una possibilità concreta, come ha riconosciuto anche il
ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.
Di fronte a questo scenario, il dibattito politico si concentra sugli strumenti: sospendere il Patto di Stabilità, aumentare la spesa pubblica, intervenire sui prezzi. Ma il punto decisivo non è solo quanto intervenire, bensì come farlo.
La crisi attuale, infatti, è profondamente diversa da quella seguita alla pandemia di Covid-19. Allora il problema era sostenere la domanda in un’economia che ripartiva. Oggi il nodo è un vincolo dal lato dell’offerta: energia più costosa e, in prospettiva, meno disponibile. In presenza di beni scarsi, politiche espansive indiscriminate rischiano di produrre un effetto paradossale: sostenere la domanda senza aumentare l’offerta, alimentando ulteriormente l’inflazione.
È
qui che l’economia incontra l’etica.
Ogni
scelta di politica economica implica una gerarchia, esplicita o
implicita, tra bisogni. Il recente taglio delle accise sui
carburanti, ad esempio, ha certamente attenuato l’impatto dei
rincari. Senza quell’intervento, il prezzo alla pompa sarebbe oggi
sensibilmente più alto. Ma la misura pone interrogativi non banali.
Da
un lato, si osserva che il beneficio assoluto è maggiore per chi
consuma di più, e quindi per i redditi più elevati. Dall’altro,
però, non si può ignorare che le famiglie a basso reddito destinano
una quota più alta del proprio reddito ai consumi, e subiscono
maggiormente gli effetti indiretti dell’aumento dei costi
energetici lungo la filiera produttiva.
In
altre parole, la realtà è più complessa delle etichette. Definire
una misura come “regressiva” o “progressiva” senza
considerare i comportamenti e le condizioni concrete rischia di
semplificare eccessivamente il problema.
Ma
c’è un livello ancora più profondo. L’aumento dei prezzi, in
teoria, dovrebbe ridurre i consumi. Tuttavia, una parte rilevante di
questi consumi non è comprimibile. Milioni di persone utilizzano
l’auto per recarsi al lavoro, spesso in assenza di alternative. In
questi casi, il prezzo non è un incentivo, ma un vincolo.
E
allora la domanda diventa inevitabile: su chi devono ricadere i costi
dell’aggiustamento?
Se
la riduzione dei consumi si concentra sulle attività non essenziali,
si rischia di riprodurre una logica già sperimentata durante la
pandemia: proteggere la produzione sacrificando altre dimensioni
della vita. Eppure, mobilità, relazioni sociali, tempo libero non
sono elementi accessori. Sono parte integrante della dignità della
persona.
Una
politica economica che ignori questa dimensione rischia di essere
efficiente nei modelli, ma ingiusta nella realtà.
Le
alternative, come i sussidi mirati alle fasce più deboli, appaiono
più eque. Ma anche qui emergono difficoltà concrete: individuare i
beneficiari, tenere conto delle differenze territoriali, gestire
costi amministrativi elevati. Già William Beveridge metteva in
guardia dai limiti di un welfare eccessivamente selettivo: più si
cerca di essere precisi, più si rischia di essere inefficaci.
Nel frattempo, anche la politica monetaria si trova in una posizione scomoda. La Banca centrale europea deve contenere l’inflazione, ma un aumento dei tassi in un contesto già debole rischia di comprimere ulteriormente la crescita. Il margine di manovra si riduce, mentre aumenta la complessità delle scelte.
In
controluce, emerge una verità più ampia: la crisi attuale non nasce
oggi. È il risultato di una lunga stagione in cui l’Europa ha
rimandato decisioni cruciali sull’energia. L’Italia, in
particolare. La dipendenza da fonti esterne e da combustibili fossili
ha reso il sistema vulnerabile agli shock geopolitici. E oggi, di
fronte alle tensioni che attraversano aree strategiche come lo
Stretto di Hormuz, questa fragilità diventa evidente.
Per
anni, la transizione ecologica è stata presentata come una scelta
etica o ambientale. Oggi si rivela per ciò che è: una necessità
economica e strategica. Senza autonomia energetica, non c’è
stabilità. Senza stabilità, non c’è crescita. E senza crescita,
le disuguaglianze tendono ad ampliarsi.
La sfida che abbiamo davanti, dunque, non è solo quella di gestire l’emergenza. È quella di ridefinire le priorità. In un tempo segnato da risorse scarse, la politica è chiamata a un compito difficile: non limitarsi a distribuire costi e benefici, ma orientare le scelte verso un equilibrio che tenga insieme sostenibilità economica e giustizia sociale. È una prova di realismo, ma anche di responsabilità. Perché nelle crisi, più che nelle fasi di crescita, si misura la qualità di una comunità politica. E la sua capacità di non lasciare indietro nessuno.

