Nelle Sacre Scritture la montagna è luogo privilegiato dell’incontro con Dio: l’Altissimo, l’Ineffabile. Chi ha una certa familiarità con la geografia fisica della Terra Santa sa che di monti ve ne sono a non finire: Ararat, Tabor, Moriah, Sinai-Oreb, quello degli Ulivi, il Nebo… Spesso si tratta di semplici alture, che vengono citate, descritte e scalate proprio perché luoghi-altri: uno scenario nel quale Dio per un attimo s’è rivelato.
Sarà allora anche per questo suo fascino radicale che la montagna continua a parlare all’uomo contemporaneo. E che, guardando gli atleti salire verso una qualunque vetta innevata, si ha sempre l’impressione che il loro gesto tecnico sia qualcosa di più di una semplice performance sportiva.
Del resto, è dentro questo immaginario – antico quanto la civiltà – che si inscrive anche la parabola sportiva e umana di Sofia Goggia. La sciatrice lombarda, che ha esordito ai Giochi di Milano-Cortina con un bronzo nella discesa libera, non a caso qualche tempo fa dichiarava alla stampa che uno dei momenti in cui si sente più grata è «quando sono su una seggiovia e mi guardo attorno. In quel momento riconosco la bellezza che mi circonda e mi sento più vicina a Dio».
Classe ’92, Sofia nasce a Bergamo – nella parte alta, come ci tiene spesso a precisare – e cresce sportivamente tra le «tre piste in croce» di Foppolo. A guardarla bene, riesce nell’impresa di assemblare un volto al contempo dolce ma dai tratti decisi: sono quelli della prima italiana di sempre a vincere le olimpiadi nella discesa libera; della prima azzurra a conoscere la gioia del podio in quattro diverse specialità nella Coppa del Mondo. Se si pensa che, con 27 vittorie, è la seconda atleta nazionale più vincente in questa competizione, dietro solamente a Federica Brignone, si capisce come negli anni sia diventata un’icona dei winter-sport nostrani.
Spesso autoironica, insaziabile su ogni centimetro di neve guadagnato alle avversarie, magari più concreta che aggraziata nello stile, Goggia colpisce per una forza di gambe impressionante, la precisione chirurgica dei gesti e l’agonismo feroce. Oltre al quale, però, c’è una dimensione più profonda e meno conosciuta: la fede. Una dimensione che non fa rumore, non cerca riflettori, ma si deposita silenziosamente nei gesti minimi: prima di una partenza, dopo una caduta.
Spesso si ha l’impressione che il sentimento di chi crede sia il risultato di esperienze straordinarie, di uno stato emotivo particolare, la nota più alta di quel concerto in tonalità minore che è l’ordinarietà. L’esperienza di Goggia, invece, mostra il lato più solido, senza exploit o infingimenti, di una spiritualità coltivata nel quotidiano, come nelle silenziose fatiche della salita e nella quiete delle cime raggiunte.
La sua storia di devozione è in fondo quella di tanti: l’educazione cristiana da bambina, la messa domenicale con i genitori, i dubbi dell’adolescenza affrontati con l’elasticità di chi è avvezzo agli slalom, fino ad interiorizzare una fede adulta, che non si nasconde né cerca vie brevi: «Andare in chiesa la domenica – raccontava qualche anno fa – era un vero e proprio rito. Poi, con il passare del tempo e l’avanzare dell’età, sono aumentati i miei impegni ed è diventato difficile percepire quale fosse il mio percorso da praticante. Ma alla fine ho capito che la cosa fondamentale è avere la fede dentro di sé».
La ritualità, del resto, è fatta anche di gesti semplici, ereditati dall’infanzia, come la preghiera prima di andare a dormire o il bacio alla croce portata al collo perché nel corso di ogni giornata «porto Dio sempre con me».
In un mondo in cui gli atleti si lanciano spesso nel ruolo di maître à penser o di divi da prima pagina, lei non solo vanta l’amicizia di un’amica suora che la domenica le spiega il Vangelo, non soltanto raggiunge appena può il proprio padre spirituale in quel di Bergamo; ma spiazza i media con parole tanto semplici quanto inaspettate, precise e nette insieme.
In particolare, questa spiritualità discreta pare riemergere con forza soprattutto nei momenti più duri.
Alla vigilia dei Giochi di Pechino del 2022, l’azzurra, collezionista seriale di infortuni d’ogni sorta, aveva mostrato una sorprendente serenità nell’accogliere l’ennesimo guaio fisico, rimediato proprio a Cortina, affidandosi a un disegno più grande e scegliendo di accoglierlo senza resistenze: «Se questo è il piano di Dio per me, altro non posso fare che spalancare le braccia, accoglierlo e accettarlo».
Poi, appena ventitré giorni dopo la lesione del crociato, l’impensabile argento olimpico. E ancora, il dicembre successivo, la vittoria nella discesa libera di St. Moritz, ottenuta nonostante la mano sinistra inutilizzabile, tenuta insieme da placche e viti d’acciaio: «Ho avuto molta fede – aveva dichiarato dopo il trionfo svizzero – sono stata guidata da una luce particolare, qualcosa che ho vissuto, che ho sentito interiormente».
Dinnanzi ai grandi infortuni, alle avversità, ecco il rifiuto della retorica della sfortuna; l’andare incontro a ciò che viene con un senso di apertura al mistero, più che con banale scaramanzia. Consapevole che le vere partite si giocano su altri piani, e che per un cristiano tutto, e specialmente le vittorie, deve essere guardato con gratitudine e speranza – parole che, se ci si fa caso, ritornano spessissimo nel suo lessico personale.
Lei d’altronde è concreta, «una all’antica» come ama definirsi, una per cui contano sì i trionfi olimpici, ma «se non sai fare la polenta non sei nessuno». Una secondo cui «la direzione e la volontà sono tutto» e che si approccia alla vita d’atleta come a un sacrificio, inteso quale «fare con sacralità quello che hai scelto di fare». Certo sono parole che si attagliano perfettamente ad una discesista. Ma forse, mutatis mutandis, ad una donna dalla fede matura, che attinge a radici profonde e non accetta annacquamenti.
Come ha scritto Matteo Zega su Rivista Contrasti, Sofia incarna lo «spirito della montagna, fortificata dalla ricerca del sacro e ispirata dalle tante letture, tra cui spuntano i filosofi greci, le poesie di John Keats e di Emily Dickinson, i romanzi di Jane Austen. Per le imprese compiute oltre le avversità, le vette raggiunte superando ciò che il fisico può spiegare, Sofia Goggia è già mito: ed è un’atleta assoluta, perché nella discesa è capace di elevarsi». Perché ogni discesa, se attraversata con verità, può diventare un’ascesa. E perché, tra neve, silenzio e velocità, la montagna continua a essere ciò che è sempre stata: un luogo dove l’uomo, almeno per un istante, sfiora il cielo.
