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Sentirsi a casa fuori casa

Cronaca di un’esperienza di mobilità a partire dall'ultima puntata del podcast Controtempo
15/09/2026 di Antonino Adragna

La mia calda estate siciliana è stata bruscamente interrotta da una chiamata e da una partenza improvvisa. Anch’io mi ritrovo tra le centinaia di migliaia di insegnanti che in meno di due giorni ha dovuto raggiungere la propria sede di lavoro al Nord, lasciando tutto e subito. Così, come per molti altri, comincia la mia esperienza di mobilità dal Sud fino alla provincia di Torino. Un semplice spostamento fisico, poco più di un’ora di volo, ha aperto dentro me un movimento interiore molto più ampio di quanto mi aspettassi.

È stato per giorni, e lo è ancora, un continuo gioco di sguardi che si incrociano. Innanzitutto, uno sguardo indietro a ciò che ho lasciato dall’oggi al domani. Un gomitolo di affetti familiari, amicizie, di luoghi e persone amate, di impegno in Azione Cattolica parrocchiale e diocesana. Ogni pezzo di questo puzzle mi sembrava scontato, presente nella mia vita da sempre. La prima consapevolezza del mio trasferimento è stata questa: la comunità di relazioni da cui provengo è per me un dono e io sono un dono per essa. Nel naturale disorientamento di dover lasciare il conosciuto per l’ignoto è saltato fuori il valore inestimabile di ciò che è “casa”. Non me ne ero reso conto prima? Forse si, ma ora l’ho reimparato nella concretezza del distacco dalla mia terra.

Ma lo sguardo non corre solo indietro ma anche in avanti, verso la nuova terra a cui sono approdato. Sono partito ed arrivato contrariato, tra il dolore di ciò che ho lasciato e la voglia di scoprire le novità che mi attendono. Per prima cosa l’impegno professionale, la bellezza di poter offrire il proprio contributo alla crescita dei più piccoli, poi l’accoglienza nella comunità scolastica, formata per la maggior parte da docenti fuori sede dalle regioni del Sud. Infine, la conoscenza della nuova comunità civile ed ecclesiale che per me sarà “casa” nei prossimi mesi.

E tuttavia non basta avere molto, un tetto, un lavoro, per sentirsi a casa. Come ci ha ricordato Giuseppe Notastefano nell’ultima puntata di Controtempo, per sentirsi a casa dobbiamo trovare la nostra dimensione. Direi che per ricostruire il nostro mondo in una terra nuova ogni piccola cosa va risignificata, dal «dove vado a fare la spesa?» al «troverò amicizie belle e buone?». Eccomi nel bel mezzo di questo lavorìo: trovare la propria dimensione è una fatica che non ammette sconti, ma va nutrita di speranza e fiducia.

In questo incrocio di sguardi si è aperto però uno spazio non previsto. Ho fatto esperienza diretta di quanto raccontato sempre da Notarstefano: nella Chiesa ci si può sentire sempre a casa. La comunità ecclesiale che mi ha accolto sta giocando un ruolo fondamentale nell’accompagnare i primi giorni della mia mobilità. Nell’incontro con Enrico ed Ernestina (dell’AC locale) ho sperimentato la grazia gratuita e non dovuta dell’accoglienza, ho apprezzato la bellezza di essere associazione a tutte le latitudini del Paese e in questi legami inediti ho trovato casa. Forse, in virtù di Colui e di ciò che ci unisce, ero già a casa e non lo sapevo.