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Sanremo 2026 si annuncia come il punto di non ritorno di una trasformazione iniziata da anni: il Festival non è più soltanto lo specchio della canzone italiana, ma il palcoscenico quasi esclusivo di una musica giovanile che detta linguaggi, tempi e immaginari. Un cambiamento che ha portato nuova linfa, certo, ma che oggi solleva interrogativi sempre più urgenti sul senso culturale della manifestazione. Le attese per il prossimo Festival ruotano attorno a nomi, estetiche e suoni che parlano soprattutto a una fascia anagrafica precisa.
Urban, pop contaminato dal rap, canzoni pensate per vivere su TikTok prima ancora che sul palco dell’Ariston: il prossimo e imminente Festival di Sanremo viene già raccontato come l’ennesima consacrazione di un presente musicale iper-giovane, veloce, consumabile. Il problema non è la qualità – spesso alta – di questi artisti, né la loro legittima centralità nel mercato. Il problema è l’assenza quasi strutturale di alternative.
Il Festival nasce come evento nazionale, generalista, capace di tenere insieme pubblici diversi, generazioni lontane, gusti spesso inconciliabili. Oggi, invece, sembra inseguire con ansia la rilevanza digitale, misurata in stream, trend e visualizzazioni. Sanremo non anticipa più, ma rincorre: le classifiche, i social, l’algoritmo. C’è poi un rischio artistico. Quando un linguaggio diventa dominante, tende a ripetersi. Le canzoni si assomigliano, i temi si restringono, le produzioni convergono su formule già testate. La ribellione diventa stile codificato, l’intimità si trasforma in posa, la fragilità in brand. Sanremo 2026 potrebbe essere ricordato non per una rivoluzione, ma per una stanchezza mascherata da novità. Anche il ruolo dei veterani appare ambiguo: invitati come eccezioni, come “quote nostalgia” o come figure da rilanciare in chiave giovane, spesso snaturate.
Non è un dialogo tra generazioni, ma una gerarchia rovesciata, in cui l’esperienza deve giustificarsi davanti alla freschezza anagrafica.
Eppure, la storia della canzone italiana dimostra che l’innovazione più duratura nasce spesso dall’incontro, non dall’esclusione. Il pubblico, infine, è chiamato a un consumo rapido e continuo. Canzoni che durano una stagione, artisti che bruciano tappe, polemiche che sostituiscono il dibattito. Sanremo diventa un grande contenitore mediatico, più che un luogo di ascolto. Ma se il Festival perde la capacità di rallentare, di sorprendere davvero, di proporre visioni diverse, rischia di perdere anche la sua funzione culturale. Il prossimo Festival della musica italiana non è di per sé un problema. Lo diventa quando questa centralità si trasforma in monopolio simbolico. La sfida non è tornare indietro, ma allargare lo sguardo: restituire al Festival la complessità di un Paese che canta in molti modi, a molte età, con molte voci. Altrimenti, l’evento più popolare della musica italiana rischia di diventare solo lo specchio, un po’ opaco, di un presente che ha paura di immaginare il futuro. Eppure, prima di qualsiasi giudizio definitivo, resta un elemento che non può essere aggirato: le canzoni devono ancora essere ascoltate. Le attese, le polemiche e le etichette generazionali precedono il Festival, ma non lo esauriscono. Sanremo, nonostante tutto, rimane un luogo in cui la musica può ancora sorprendere, scivolare fuori dalle previsioni, incrinare le certezze costruite a tavolino.
È in questo margine che si annida una speranza non ingenua, ma necessaria. La musica giovanile, quando non è prigioniera delle sue stesse formule, ha dimostrato di saper raccontare il presente con lucidità e autenticità. Sanremo 2026 potrebbe allora diventare, almeno in parte, il luogo di una riconciliazione: tra immediatezza e profondità, tra linguaggi nuovi e ascolto condiviso. Il Festival sarà giudicato, come sempre, non dalle aspettative che lo precedono, ma dalla capacità delle canzoni di resistere al rumore che le circonda. E finché resta questa possibilità, anche minima, il verdetto non può dirsi chiuso in anticipo.
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