Un ircocervo, metà capro metà cervo, secondo l’etimo tardo-latino, si aggira per il mondo. È la cosiddetta “democrazia illiberale”, una manifesta assurdità. Ma nessuno o pochi ne ridono, poiché tra le vittime collaterali di questa curiosa innovazione vi è l’umorismo in tutte le sue espressioni. Ridere di Trump, di Putin, di Orbán? Apparentemente, nulla di più facile, tanto frequenti sono le occasioni di satira e gli interventi risibili offerti dai leader grotteschi. Il re, anzi The King, è nudo, ma guai al malcapitato che osa gridarlo ai quattro venti.
Non so se ci salverà la bellezza. I filologi ora sembrano sminuire il significato di quelle parole: non esprimerebbero il pensiero di Dostoevskij, dicono, e nell’Idiota non sono pronunciate dal principe Myškin, ma attribuitegli da altri. Sarebbero perciò meno importanti. Chi sa perché.
Forse neppure una risata, da sola, ci salverà. Ma val la pena provarci. Ridere dei vezzi, dei tic verbali, del sussiego artificiale, del cattivismo ostentato, del vittimismo programmatico, della vanagloria dei potenti, è impresa sempre più difficile. Basta una puntata di Blob, uno dei pochi programmi educativi della televisione di Stato, con le sue antologie del trash, a mostrarci che se il re è nudo anche i sudditi non se la cavano tanto bene, con i loro orpelli volgari, le esibizioni involontariamente comiche e masochistiche, le lacrime e le risate a comando. È la società dello spettacolo, bellezza. E i leader grotteschi sono forse soltanto la spia o il riflesso di comportamenti diffusi, della volgarità che ormai costituisce la norma. Riderne, ridere di The Donald, di Putin, di Orbán, di Netanyahu, e di noi stessi, è forse la prima via di salvezza, l’inizio del duro lavoro di ricostruzione. Perché se la democrazia è in macerie, e con essa ogni principio di civiltà, è necessario ricominciare dalle fondamenta, dalle basi del vivere comune.
«Senza dubbio si possono costruire interi mondi, su una risata. Interi universi. Un dio che non ride mai non può essere onnipotente», scrive Jón Kalman Stefánsson (La tua assenza è tenebra, Iperborea, Milano, 2022, p. 80). Compito spirituale, dunque. E antidoto alla follia degli apprendisti stregoni, dei dottor Stranamore con il petto o i bicipiti sui quali è tatuato il vecchio motto dei Crociati: «Deus vult». Come se Dio potesse volere il massacro dei nemici, il genocidio, la pulizia etnica.
Non è necessario prendere per vera una falsa citazione del profeta Ezechiele, inventata dal grande giocoliere Quentin Tarantino. Si è ridicoli già all’esibizione dei muscoli e della forza, e all’uso dei simboli religiosi per mascherare la rozzezza primitiva di un’ideologia di morte non più evoluta del vudù.
