Le immagini che negli scorsi giorni sono arrivate dai Laghi di Sibari, nel territorio di Cassano all’Jonio, raccontano una ferita profonda: case invase dall’acqua, famiglie costrette a lasciare le proprie abitazioni, attività economiche paralizzate, campi devastati. Scene che purtroppo non sono isolate. Solo poche settimane fa eventi simili hanno colpito Niscemi, in Sicilia, e prima ancora altri territori della nostra Italia.
Ogni volta siamo portati a parlare di emergenza, di calamità, di tragedie improvvise. Eppure, se vogliamo essere onesti fino in fondo, dobbiamo riconoscere che non sempre si tratta soltanto di eventi imprevedibili. Spesso queste situazioni rivelano qualcosa di più profondo: la fragilità dei nostri territori, l’insufficienza delle politiche di prevenzione ambientale e una diffusa incapacità di prenderci cura della terra che abitiamo.
La
verità è che oggi siamo davanti a un cambiamento epocale. I
cambiamenti climatici non sono più una teoria o una questione
lontana: stanno già modificando il volto dei territori, rendendo più
frequenti e più intensi eventi meteorologici estremi. Ma questi
eventi diventano tragedie soprattutto quando incontrano territori
fragili, abbandonati o mal gestiti.
È
qui che emerge un nodo decisivo: il legame tra crisi ambientale,
marginalità sociale ed economica e mancanza di cura del territorio.
Le
aree che più spesso subiscono le conseguenze di alluvioni, frane o
smottamenti sono anche quelle segnate da fragilità sociali ed
economiche. Penso alle periferie urbane, ai piccoli centri
dell’entroterra, alle zone rurali che negli anni hanno conosciuto
spopolamento, carenza di servizi e isolamento.
Quando
un territorio viene lasciato ai margini, quando non si investe nella
manutenzione del suolo, nella tutela dei fiumi, nella prevenzione del
dissesto idrogeologico, non si colpisce soltanto l’ambiente: si
colpiscono le persone che lì vivono, spesso le più fragili.
La
crisi ecologica e la crisi sociale sono profondamente intrecciate.
Non si possono affrontare separatamente. Quando manca la cura della
terra, inevitabilmente si indebolisce anche il tessuto umano e
comunitario.
Di
fronte a queste tragedie, ritorna spesso una narrazione antica:
quella della “natura matrigna”, della natura che improvvisamente
si ribella all’uomo.
Questa
lettura, tuttavia, rischia di essere comoda e consolatoria, perché
sposta altrove le responsabilità. In realtà, occorre riconoscere
che molte delle vulnerabilità territoriali non
sono il prodotto di una fatalità, ma l’esito di processi sociali,
economici e politici stratificati nel tempo: consumo di suolo,
urbanizzazione priva di una visione integrata, marginalizzazione
delle aree interne, indebolimento della manutenzione ordinaria dei
corsi d’acqua, ritardi strutturali nelle politiche di prevenzione.
Non
possiamo continuare a considerare l’ambiente come una realtà
esterna a noi, come qualcosa che semplicemente subiamo. Noi
apparteniamo a questa casa comune prima ancora
di abitarla. E quando essa mostra le crepe del suo dolore, dobbiamo
avere il coraggio di chiederci se siamo stati custodi fedeli o ospiti
irresponsabili.
C’è
poi una questione culturale che riguarda il modo in cui affrontiamo
queste situazioni. Spesso la nostra attenzione si accende solo quando
accade la tragedia. In quei momenti si mobilitano solidarietà,
soccorsi, interventi straordinari.
Ed
è giusto che sia così. In queste ore voglio ancora una volta
esprimere gratitudine alla Protezione Civile, ai Vigili del Fuoco,
alle forze dell’ordine, ai volontari e a tutti coloro che, con
dedizione e professionalità, si impegnano per salvare vite e aiutare
le comunità colpite.
Ma
non possiamo limitarci alla logica dell’emergenza.
Se
vogliamo davvero tutelare i territori e le comunità, dobbiamo
passare da una cultura della risposta immediata a una cultura della
prevenzione strutturale. Questo significa investire seriamente nella
cura del territorio, nella manutenzione, nella pianificazione
responsabile, nella tutela del suolo.
Significa
anche riconoscere che la prevenzione non è una spesa inutile, ma una
forma di giustizia verso le generazioni presenti e future.
Una
delle domande più urgenti oggi è questa: come far comprendere che
la cura della casa comune è una priorità improrogabile.
Non
basta evocare la questione ambientale solo nei momenti di crisi.
Occorre una vera conversione culturale.
La
terra non è semplicemente una risorsa da sfruttare. È uno spazio di
vita condivisa, un dono che abbiamo ricevuto e che siamo chiamati a
custodire. In questo senso, la cura dell’ambiente non riguarda solo
gli specialisti o le istituzioni: riguarda tutti. Riguarda
le scelte politiche, certamente, ma anche gli stili di vita, i
modelli economici, le abitudini quotidiane.
Credo
profondamente che il punto di ripartenza sia l’educazione.
Abbiamo
bisogno di formare nuove generazioni capaci di guardare al territorio
con responsabilità e cura. Educare alla cura significa insegnare a
riconoscere il valore della terra, dell’acqua, dei paesaggi, delle
comunità.
È
un compito che coinvolge la scuola, le istituzioni, le associazioni,
la Chiesa. In
questo senso, realtà diffuse e radicate come l’Azione Cattolica
Italiana possono offrire un contributo prezioso nel promuovere una
cultura della responsabilità e della partecipazione. Educare
alla cura del creato significa anche educare alla cittadinanza, alla
corresponsabilità, alla capacità di prendersi carico del bene
comune.
Di
fronte alle ferite dei territori non possiamo limitarci alla denuncia
o alla rassegnazione. Occorre, piuttosto, costruire alleanze tra
istituzioni, comunità locali, mondo associativo, realtà ecclesiali.
La
politica ha certamente una responsabilità fondamentale nel definire
strategie di prevenzione e tutela ambientale. Ma anche le comunità
devono riscoprire il senso della corresponsabilità.
La
cura del territorio non è soltanto una questione tecnica: è una
scelta etica e culturale. Guardando alle famiglie colpite dalle
alluvioni, alle persone che hanno perso beni, sicurezza, serenità,
il primo sentimento che nasce è la vicinanza. La sofferenza di
queste realtà ferite interpella tutti noi. E
tuttavia, proprio in queste situazioni emerge anche la forza
silenziosa della solidarietà: volontari, soccorritori, cittadini che
si aiutano reciprocamente, comunità che si stringono attorno a chi è
più colpito.
Da
qui dobbiamo ripartire.
La
cura della casa comune non è soltanto una questione ambientale o
tecnica: è un cammino umano, sociale e spirituale. È la scelta di
riconoscerci parte di una stessa terra e di uno stesso destino. Solo
così ciò che oggi appare smarrito potrà diventare un appello
condiviso alla responsabilità e un nuovo principio di speranza.
