L’11 febbraio, Giornata mondiale del malato, non è una ricorrenza rituale. È una data che chiede alla società di guardare in faccia la fragilità, di misurare la qualità della propria umanità su come si prende cura di chi soffre. In Italia, questa giornata interroga in modo diretto lo stato di salute di un diritto che la Costituzione definisce “fondamentale”: il diritto alla cura.
L’articolo 32 della Carta costituzionale è chiaro e inequivocabile. La salute è “fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”; la Repubblica garantisce cure gratuite agli indigenti e tutela l’accesso alle cure per tutti, senza distinzioni. Non è solo una norma tecnica: è una scelta di civiltà, radicata anche nell’articolo 2, che riconosce e protegge i diritti inviolabili della persona. In questa visione, la salute non è una merce né un privilegio, ma un bene comune, un legame che tiene insieme diritti individuali e responsabilità collettive.
Eppure, la realtà quotidiana racconta una storia diversa. Una storia fatta di attese che diventano rinunce, di ambulatori introvabili, di famiglie costrette a scegliere se curarsi o pagare altre necessità essenziali. Nel 2024 - dati Istat - circa 5,8 milioni di persone -quasi il 10% della popolazione - hanno rinunciato a prestazioni sanitarie. Le cause sono note: liste d’attesa interminabili, difficoltà economiche, carenza di personale. Dietro questi numeri non ci sono statistiche astratte, ma volti, diagnosi rimandate, malattie che peggiorano.
Il Servizio sanitario nazionale, nato per garantire cure a tutti indipendentemente dal reddito, è oggi in affanno. Il sottofinanziamento cronico - con una spesa pubblica inferiore di circa il 44% rispetto alla media europea, come segnalato dal 21mo Rapporto del Crea, il Centro per la ricerca economica applicata in sanità - ha prodotto una spirale perversa: meno risorse, meno personale, meno posti letto, maggiore ricorso alla sanità privata. La spesa sanitaria privata ha raggiunto i 41,4 miliardi di euro l’anno e oltre quattro milioni di persone si rivolgono al privato per visite ed esami. Non sempre per scelta, spesso per necessità.
Questa “privatizzazione di fatto” non è neutra. Scava disuguaglianze, mina l’universalità del sistema, introduce una selezione implicita basata sul reddito. Se puoi pagare, ti curi in tempi rapidi; se non puoi, aspetti. O rinunci. O ti ammali di più. È una frattura silenziosa ma profonda, che colpisce soprattutto le fasce più fragili e i territori già svantaggiati.
Le disuguaglianze territoriali sono infatti uno dei nodi più critici. Le Regioni che non garantiscono i Livelli essenziali di assistenza(Lea) si concentrano prevalentemente nel Mezzogiorno, ma non solo: anche realtà del Centro-Nord faticano a rispettare gli standard. Il diritto alla cura, che dovrebbe essere uguale da Bolzano a Lampedusa, diventa variabile geografica. E questo tradisce lo spirito stesso del Ssn.
Alla base di questa crisi c’è un insieme di cause strutturali: il definanziamento pubblico protratto nel tempo; una governanceStato-Regioni spesso inefficace; la difficoltà di programmazione e gestione in alcune aree del Paese; il ritardo nel colmare il divario infrastrutturale. Ma c’è anche un elemento troppo spesso rimosso: la sofferenza dei professionisti sanitari. Medici, infermieri, operatori sociosanitari lavorano da anni in condizioni critiche, con carichi crescenti, stipendi non competitivi, scarsa valorizzazione. La carenza, soprattutto infermieristica, è una delle emergenze più gravi e visibili.
La riduzione del personale si è accompagnata a un forte ridimensionamento delle strutture ospedaliere e dei posti letto, oggi nettamente inferiori alla media europea: secondo i dati Eurostat, in Italia abbiamo 304 posti letto ogni 100.000 abitanti, con una media Ue a 511. Nelle Regioni sottoposte a piani di rientro, la combinazione di carenze strutturali, presenza massiccia del privato accreditato e scarsità di risorse rende ancora più difficile avviare riorganizzazioni efficaci. Anche il progresso tecnologico, pur portatore di enormi benefici, solleva interrogativi: il costo elevato di molti farmaci innovativi, spesso gravato da rendite monopolistiche, pone seri problemi di sostenibilità, come denunciato dalla stessa Agenzia italiana del farmaco (Aifa).
Tutto questo produce un effetto ulteriore, meno misurabile ma altrettanto grave: la perdita di fiducia. Cresce la percezione di un sistema meno equo, meno capace di prendersi cura. Quando il diritto alla salute si indebolisce, si incrina anche il patto sociale.La Giornata mondiale del malato, allora, non può limitarsi a parole di conforto. È un richiamo esigente alla responsabilità politica, istituzionale e culturale. Difendere il diritto alla cura significa rifinanziare il Ssn, ridare centralità al personale sanitario, ridurre le disuguaglianze territoriali, governare l’innovazione senza trasformarla in esclusione. Ma significa anche riaffermare un principio: la salute non è un costo da comprimere, bensì un investimento umano e sociale.
In una società che invecchia e si fa più fragile, la domanda è semplice e radicale: vogliamo un sistema che accompagni la vita, soprattutto quando è ferita, o uno che seleziona chi può permettersi di essere curato? L’11 febbraio ci ricorda che la risposta a questa domanda definisce chi siamo, oggi, come comunità.
