Delle numerose fotografie che si conservano di Pier Giorgio Frassati, non sono poche quelle che lo ritraggono in montagna, solo o in compagnia, nel corso di una delle sue frequenti ascensioni. Tra tutte, a spiccare è certamente quella iconica che ne sarebbe poi diventata il ritratto ufficiale: lo sguardo fiero, ma non arrogante; il taglio sbarazzino, la camicia leggermente aperta sotto il mento. E tra le labbra una pipa, che solo di recente si è potuta ammirare senza l’antica censura, forse perché un tempo qualcuno aveva ritenuto sconveniente l’occasionale tabagismo di un uomo in odor di santità.
Nel secolo in cui la borghesia scopre gli hobby, Pier Giorgio, ragazzo di classe sociale elevata, figlio dell’élite torinese del primo ‘900, non disdegna di sperimentarne molti. Cosicché si getta a capofitto nelle cose del mondo e vi coinvolge anche quegli amici che senza di lui mai ci si sarebbero avvicinati. Eccelle nel pallone, nel nuoto, nell’equitazione; ma difficilmente la montagna ha eguali. Essa appare come l’elemento prediletto da Frassati, che non di rado ne parla nelle sue lettere: la cima, infatti, purifica, meraviglia, induce alla lode.
Nel giugno del 1925, per esempio, sale con alcuni compagni in Val di Lanzo, per un’escursione non particolarmente semplice. Questo momento è testimoniato da una fotografia che lo ritrae con lo sguardo fisso alla vetta, mentre si aggrappa ad uno sperone di roccia nella posa dell’alpinista e la scritta “Verso l’alto”, stesa poi a mano sopra lo sfondo chiaro del cielo. Ha 24 anni, e per un beffardo gioco del destino non può certo sapere che di lì ad un mese sarebbe morto di un male fulminante.
Del resto quel breve verso vergato ad memoriam, pare davvero l’involontario testamento che ne racchiude l’esistenza, così rapida e intensa: quella di uno che è andato fino in fondo all’esperienza umana – breve e infinita al contempo – intesa come spazio per incontrare Dio. Cercando sempre di spingersi oltre: aspirando a ciò che eleva, ad una vita perfetta (nel senso latino di per-ficio, cioè di qualcosa che viene portato a termine, fatto fino in fondo – e questo è forse il cuore di una vita veramente santa).
Da questo punto di vista la dimensione “ordinaria” della sua santità, che si incarna nel quotidiano, emerge anche nei gesti semplici del montanaro: egli si mostra attento a chi procede con più difficoltà nelle salite e sostiene i compagni più fragili, dividendo con loro il peso degli zaini. Sono i suoi canti che ne allietano il cammino, ed è sempre lui che di tanto in tanto finge un lieve infortunio per rallentare il passo senza mettere in imbarazzo chi davvero avrebbe bisogno di una pausa.
Tuttavia non c’è da immaginarsi un camminatore collinare: nella sua pur breve carriera di alpinista, Frassati ha salito, tra gli altri, il Grand Tournalin (3379 m) e il Monviso (3841 m), la Ciaramella (3676 m), la Bessanese (3532 m) e la Grivola (3969 m). Di quest’ultima esperienza racconta in diverse lettere indirizzate nello stesso giorno a vari amici dei “Tipi loschi” che non avevano potuto aggiungersi alla gita:
«Partimmo alle 4½ e verso le 6 si presentò dinnanzi a noi la maestà della Grivola. In quel sublime momento non sappiamo se nel nostro animo prevalse la gioia di trovarsi a pochi passi dai piedi della Grivola o il timore di avvicinarsi a colei che ha si atroce fama. Divorammo il ghiacciaio e poi incominciammo la roccia, passammo lesti attraverso il canalone centrale per scansare qualche eventuale poco piacevole saluto che è solita fare la bella vetta a chi vuol salirla; poi per la Cresta Est (cresta con buonissimi appigli) in 2 ore eravamo in vetta».
Per la madre, invece, come i figli di ogni epoca, due sole righe di rassicurazione: «Ritornato sano e salvo dopo una magnifica ascensione e dopo aver passato un’ora vera di beatitudine contemplando i magnifici ghiacciai. Baci».
Sono certo parole giustificate. Pur essendo iscritto al Club Alpino Italiano e alla Giovane Montagna, non aveva mancato di sperimentare alcuni momenti di pericolo, come un rientro durante una violenta tormenta o una notte trascorsa in un riparo d’emergenza scavato nella neve. Ecco perché non ha affatto una visione ingenua o sognante dell’andar per cime, ma quella cauta e rispettosa di chi sa che le vette danno tutto e in un secondo possono chiedere indietro altrettanto: «Quando si va in montagna – scrive PGF – bisogna prima aggiustarsi la propria coscienza, perché non si sa mai se si ritorna», anche se «con tutto questo non mi spavento ed anzi sempre più desidero scalare i monti, guadagnando le punte più ardite, provare quella gioia pura, che solo in montagna si ha».
Quello per i monti, come si vede, è un amore radicale: «Ogni giorno che passa mi innamoro perdutamente della montagna; il suo fascino mi attira» dice ad un amico. Tra le righe si legge la giovanile gioia di sfidare i propri limiti fisici, di respirare a pieni polmoni durante la fatica di una gara di sci o di una scalata impegnativa; di farlo però in un agonismo che non è mai fine a se stesso, ma sempre accompagnato da un entusiasmo autentico e contagioso.
Guardando oggi quelle immagini non può che sovvenire un certo stupore. Non fossero in bianco e nero, parrebbero scattate ieri; non sapessimo chi vi è ritratto, certo non immagineremmo che si tratti di un ragazzotto elevato poi agli onori degli altari.
Più le fissiamo, e più viene spontaneo chiederci chi sia questo giovane che tante immagini mostrano con lo zaino sulle spalle, in mano gli strumenti per scalare, gli sci ai piedi e magari persino il numero di gara appuntato sulla giacca, quasi antesignano di quegli atleti che nel corso delle odierne olimpiadi si apprestano a gareggiare per una medaglia. Uno studente d’ingegneria, un borghese, un giovane cattolico – sì; ma anche un antifascista convinto, un amico dei poveri, un amante dello sport. All’infinito si potrebbe procedere con l’elenco, dicendo qualcosa di vero pur senza afferrarne del tutto la figura.
Per farlo, forse, basterebbe dire un uomo. E un santo, che ha preso seriamente in considerazione la sua umanità. E che nella montagna ha cercato, oltre alla sfida con se stesso e alla bellezza della natura, un luogo privilegiato di incontro con Colui che dimora nell’Alto.
