Ci sono rumori e odori che si riconoscono ad occhi chiusi: la campanella del primo giorno e il profumo dei quaderni ancora mai aperti. Poi ci sono gli zaini ancora troppo puliti, gli astucci con tutte le penne al loro posto e i banchi che non hanno ancora un graffio che sia nostro. Allora capiamo che è quel mese dell'anno in cui tutto ha il sapore dell'inizio, e a settembre l'inizio della scuola è l'emblema delle città che riaccendono i motori dopo l'estate.
È anche il mese dei progetti e dei buoni propositi: il quaderno che terremo in ordine fin dalla prima pagina, il metodo di studio che finalmente cambieremo, la materia che quest'anno affronteremo in modo diverso. Ce li facciamo quasi tutti, in questi primi giorni e sappiamo già, in fondo, che non li realizzeremo tutti. Va bene così. Il percorso non è mai una linea retta, a scuola come in nessuna delle cose che contano davvero: si sbaglia, si sbaglia per capire, e si ritenta.
Ed è proprio dentro questo sbagliare e ritentare che si nasconde la fatica vera della scuola: non quella dei voti o delle interrogazioni, ma quella di studiare davvero. Provare a capire qualcosa che resiste, sbagliare, riprovarci. Fare un esercizio, sbagliarlo di nuovo, e la volta dopo, quasi senza accorgercene, farlo bene. Sul momento è una fatica che pesa. Ma quando scopriamo di saper fare qualcosa che il primo giorno sembrava impossibile scopriamo che i nostri orizzonti si sono allargati.
Ma allargati verso dove? Per cosa?
Un’altra fatica a cui ci chiama la scuola: quella di farci sorgere queste domande e di cercare anche delle risposte. Ma è anche il dono più bello che la scuola possa farci, quello di crescerci curiosi. Curiosi di continuare a chiedere "perché" anche quando sarebbe più facile chiudere il quaderno e passare oltre: perché una domanda tenuta aperta un giorno in più vale più di dieci risposte imparate in fretta. Curiosi non solo delle materie che piacciono di più, ma anche di quelle che sembrano più lontane da noi, perché a volte è proprio lì, dove meno ce lo aspettiamo, che si trova qualcosa che ci cambia.
Allora l'augurio che vogliamo farci all’inizio di quest'anno è quello di porci, ogni tanto, la domanda più scomoda di tutte: perché studio? Non una volta sola, a settembre, per poi dimenticarla, ma di tornarci, quando le cose si fanno difficili e sembra più semplice smettere di chiedersela. Di cercare un senso a quello che facciamo per la maggior parte del nostro tempo, invece di lasciarlo scorrere senza mai chiederci dove ci sta portando. Perché una scuola vissuta cercandone la risposta, anche quando la risposta tarda ad arrivare, diventa qualcosa che ci appartiene davvero.
Nessuno può dirci qual è la nostra risposta alla domanda in quest'anno che comincia. Ognuno la troverà a modo suo, magari non subito, e a volte proprio dentro una fatica che sul momento sembrava solo un ostacolo. Ma cerchiamola con la consapevolezza che in fondo, in modi diversi, abbiamo tutti un nostro scopo, un nostro perché, anche quando non abbiamo ancora le parole per dirlo.
Don Milani lo diceva così: «Cercasi un fine. Bisogna che sia onesto. Grande».
Buon anno scolastico!