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Passaggi di confine

Crescere significa uscire da sé: tra ricordi, cadute e relazioni, il senso della vita prende forma nello sguardo altrui
22/04/2026 di Filippo Longari
Ricordo che ero un ragazzino impegnativo. Uno di quelli che, disponendo di energia illimitata e ancor più voglia di fare dispetti, poteva lanciarsi nel fango più insidioso fino a tingersi completamente di nero. Al tempo il nemico era senz’altro la doccia, una tappa imposta, decisamente più noiosa rispetto alle alternative. Una volta balzato al di fuori della vasca, occorreva una certa attenzione perché non si perdessero tutti i progressi raggiunti, tant’ era quell’esuberanza e quella spensieratezza che, negli incanti un po’meno utili, mi permetteva di dipingere le giornate. Ma in fondo, chi saremmo senza essere guidati? 

I genitori sono il buongiorno del mattino, le nostre prime parole, una tavola imbandita, ma anche divieto, aspettativa, carestia. Appresi i primi passi e ricevute le dovute raccomandazioni, già ero pronto ad uscire di casa verso il primo giorno di scuola. Da quel momento non sarei più stato solo loro eredità: lì fuori c’era un mondo. Di lì a poco avrei scoperto parole nuove, giochi, regole, quando tra i banchi si levavano le prime risate, simpatie, antipatie, i primi gruppi e le conseguenti esclusioni. 

Lo spazio aveva iniziato a dilatarsi, mostrando i suoi infiniti volti, mentre il ritmo del tempo iniziava ad esser scandito non più da una merenda all’altra, ma dall’infittirsi degli impegni e dei calendari. E come è pesante questo tempo, che non si vede ma che si sente: i rintocchi così precisi di quelle lancette mi parevano i colpi quasi perfetti di una marcia senza direzione. È che non stare al passo con gli altri sembra fare di te un ritardatario. Certamente, mi dicevo, un mondo senza orologio creerebbe molti problemi, come per un pilota di aerei nelle comunicazioni di volo: ‘Gentili passeggeri, atterreremo, prima o poi…’. Non molto rassicurante. 

Dunque, si vive in mezzo agli altri, secondo concessioni e aggiustamenti; e poi si sta nel ‘nostro’ e più personale luogo, più silenzioso, in cui talvolta sonnecchiamo, ma dove sempre albergano Memoria e Fantasia. Pensandoci bene, non sarebbe un vero e proprio ‘mondo’ quello privo di ogni salto, privo di una tensione tra i fatti e la nostra insaziabile volontà. Quest’ultima non è un mistero minore: i nostri desideri, sottili, di rado vogliono mostrarsi per il timore di esser banali o fin troppo pretenziosi. Altre volte, tutt’ al contrario, sembriamo quasi dimenticarci della nostra stazza, barricati nell’ostinazione e nella più cieca giustizia. Finché, le strade iniziano ad infittirsi e quei precari equilibri a cedere. 


Il podcast condotto da Matteo Truffelli e dedicato a Vittorio Bachelet. Ascolta le puntate. 


Una mano tesa può essere tutto. Come per quell’uomo che da Gerusalemme scendeva a Gerico e che incappò nei briganti, i quali lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Cosa l’avesse portato su quella strada, se l’avesse scelto o meno, questo non c’è detto. Ma lì fa esperienza di una vita che lo scopre, lasciandolo nudo sotto il sole dell’indifferenza. È lì che molti dimenticano il proprio nome e la propria storia. 

Un evento drammatico, anche proveniente dall’esterno, può squarciare la tiepidezza del quotidiano, apparendo come un’inspiegabile tratteggiato dentro la vita; eppure, molto spesso anche quell’episodio apparentemente isolato segue delle logiche definite, rivelandosi niente meno che una produzione reale, un agire situato e articolato, esso stesso ‘vivo’, in sé lacerato, impaurito. Anche questa è sopravvivenza, per quanto ciò possa costituire un assurdo paradosso: la vita è al contempo forza motrice, vetta sperata e inciampo. Se la vita non fosse queste cose insieme, come spiegarsi il suo crescere e il suo diminuire, e quella lucidità d’essere presente e quel sentimento di compassione tra i più piccoli? Non sono queste crisi i luoghi in cui l’esperienza si riorganizza, o i passaggi per i quali, sporgendosi un po’, riesce a vedere quell’Altro da sempre ricercato? 

È così vero che qualcuno stava ad aspettarti fuori dalla porta, come se non potesse vivere senza di te. Quando ho sperimentato la piccolezza, la vacuità del mio ricercato isolamento, lì di fronte ho trovato degli amici. Nel cadere delle nostre protezioni ci siamo riconosciuti, guardati e benedetti. Nel dialogo incessante con un buon amico, la vita non stanca di mostrarsi e di narrarsi nelle sue nuove pieghe. Infatti, non c’è cosa più triste del credersi abbandonati, quando c’è un mondo che, nelle sue inspiegabili stranezze, continua ad interpellarci, a chiedere la nostra testimonianza. Chi sarei senza un altro? La prima volta che mi sono visto, era per gli occhi di un amico.