Parlare di pace e riconciliazione in una terra di confine come Gorizia non è un esercizio astratto: qui il confine non è solo una linea sulla mappa, ma una realtà vissuta, fatta di storie familiari intrecciate, memorie diverse e identità sospese. Le ferite del Novecento – due guerre mondiali, nazionalismi contrapposti, lingue e comunità divise – hanno lasciato segni profondi, ma anche la possibilità di trasformare la storia in insegnamento e responsabilità. La pace non nasce dall’oblio, ma dalla capacità di riconoscere il dolore e convivere con memorie plurali, rispettando la dignità di ciascuna.
In questo contesto, Gorizia e Nova Gorica rappresentano un laboratorio concreto: dimostrano che un confine può trasformarsi da muro a ponte, da ferita a sutura. La riconciliazione qui significa scegliere il dialogo, valorizzare la relazione e la collaborazione quotidiana tra scuole, associazioni e comunità religiose, e mostrare che la sicurezza vera nasce dall’incontro, non dalla chiusura. Parlare di pace significa anche assumersi una responsabilità morale verso l’Europa, ricordando che l’identità non è purezza, ma incontro, e che la riconciliazione non cancella le differenze: le rende abitabili.
Questa prospettiva ha trovato eco nella Festa della Pace 2026, organizzata dall’Azione Cattolica diocesana a Capriva e Cormons il 30 e 31 gennaio, con il titolo Terra in pace. Due giornate dense di riflessione, emozione e azione concreta, che hanno coinvolto bambini, ragazzi, giovani e adulti in percorsi diversi ma complementari. Ad aprire la manifestazione è stato il recital Semi di speranza, tenutosi nella chiesa del SS. Nome di Maria a Capriva, un evento che ha unito musica e parole per trasmettere il valore della speranza. Il ricavato ha sostenuto due progetti della Custodia di Terra Santa – Educare: strada per la pace e Una carezza per la Terra Santa – a supporto dei giovani e delle famiglie che vivono in contesti di conflitto permanente.
Il momento centrale della Festa è stato il dialogo tra S.E.R. Mons. Carlo Maria Redaelli e il giornalista Alberto Chiara, dal titolo La pace orfana: dobbiamo rassegnarci alla legge del più forte?. Moderato dal presidente diocesano Paolo Cappelli, l’incontro ha evidenziato come la proliferazione dei conflitti globali, accentuata dopo eventi come l’11 settembre 2001, richieda una risposta concreta e consapevole. La guerra non può essere vista come strumento di politica o di affermazione economica; serve un impegno comune che vada dal rispetto dei trattati internazionali a un uso responsabile dei media, per disinnescare linguaggi di sopraffazione.
Mons. Redaelli ha sottolineato che la pace nasce dal basso, dal protagonismo responsabile dei laici: informazione, preghiera, azione concreta. La pace “giusta” non esiste, come ricorda l’enciclica Fratelli tutti: serve uno shalom che parta dai contesti quotidiani, testimoniando la forza vivificante e pacificante del Risorto. In un mondo segnato da oltre cinquanta conflitti e da sentimenti antieuropei derivanti dal colonialismo, è necessario costruire consenso per percorsi di riconciliazione autentici, dando vita a relazioni rispettose e collaborative anche tra comunità separate da confini storicamente controversi.
Le giornate della Festa hanno valorizzato ogni fascia d’età. I bambini e ragazzi dell’ACR hanno partecipato a giochi e attività riflessive sul valore della condivisione e della solidarietà, sperimentando la gioia dell’incontro e dell’ascolto reciproco. Nel pomeriggio del 31 gennaio, tutti i settori si sono ritrovati nella S. Messa celebrata da Mons. Redaelli insieme a don Michele Centomo, don Ignazio Sudoso e don Giovanni De Rosa, un momento di preghiera e comunità che ha rinsaldato il legame tra fede e impegno civile. Durante la celebrazione, l’Arcivescovo ha consegnato ai sindaci e agli amministratori presenti il Messaggio per la LIX Giornata Mondiale della Pace di papa Leone: La pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante.
La Festa si è conclusa con un incontro e una cena dedicati al settore Giovani presso il Ricreatorio di Cormons, che hanno dialogato con una paramedica che ha portato la testimonianza della sua esperienza maturata durante la guerra in Irak, sottolineando l’importanza di trasmettere alle nuove generazioni i valori della pace e della responsabilità.
La manifestazione ha mostrato come anche le azioni quotidiane – dialogo, collaborazione, solidarietà – possano diventare strumenti concreti di riconciliazione.
Gorizia e la Festa della Pace dimostrano che pace e riconciliazione non sono concetti astratti: sono scelte morali, azioni quotidiane e dialoghi concreti. Questa città di confine insegna che l’identità si costruisce nell’incontro, che la memoria non cancella le differenze, le rende abitabili, e che la pace comincia dal basso, nella responsabilità di ciascuno di noi. È un messaggio di speranza e impegno, che invita ogni comunità a trasformare i propri confini – fisici e simbolici – in occasioni di dialogo, crescita e riconciliazione duratura.
