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Oltre la guerra. Voci da Nazaret

In Terra Santa ci sono tanti cristiani che scelgono di perdonare, di restare, di amare. «Ecco la nostra missione: essere coloro che, nel buio della guerra, sanno vedere i germogli della presenza di Dio»
31/05/2026 di Giovanni Marco Loponte

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Quando mi si chiede di raccontare come le persone vivono questa situazione di tensione costante in Terra Santa – e da due anni e mezzo di vera guerra – temo sempre di generalizzare. Ma davvero oggi mi rendo conto che ogni descrizione della realtà è estremamente parziale anche escludendo dal discorso Giordania e Cipro, realtà che non conosco. Scrivo mentre devo correre perché su Nazaret sta suonando una sirena antimissile. Forse l’unica cosa che mette davvero in comune gli abitanti di questo fazzoletto di terra, israeliani e palestinesi, cristiani ed ebrei, musulmani e drusi, cattolici od ortodossi, a Gaza o ad Haifa è una grande stanchezza. Da un lato la paura immediata di subire in prima persona le conseguenze della violenza in atto, che si tratti di un razzo sulla testa, del proprio campo o della propria auto incendiata da coloni estremisti, dell’ospedale che non può fornirti le cure necessarie, della preoccupazione per i propri figli o il marito al fronte, dall’altro una stanchezza mentale per la mancanza di prospettive riguardo al futuro. Quando finirà la guerra? Si starà meglio? Sarà ancora più dura? Saremo liberi? Che speranze ci sono per i nostri bambini qui?

L’incertezza aleggia come spettro e innesca lo sconforto. Non potendo descrivere nella verità più di questo, offro qualche testimonianza almeno per sbirciare dal chiavistello della porta il vissuto di questi fratelli e sorelle, tutti figli di Dio. Mery ad esempio passa notte e giorno ad assistere suo marito Elio (arabo, ma con radici italiane) presso l’ospedale di Afula in Galilea. Sarebbe una notizia di ordinaria, delicata carità che accade ovunque nel mondo, senonché questa si compie nel parcheggio sotterraneo del centro medico, un bunker ben organizzato e dignitoso, ma pur sempre un luogo nato per le automobili e dove la privacy non esiste. Se dalle sue labbra esce un lamento, non è per la precarietà dell’accampamento, ma perché la guerra ha reso irreperibile il medico di base, costringendo il marito a un’ospedalizzazione che si sarebbe potuta evitare. Il conflitto è poi tornato a paralizzare diversi aspetti della vita imponendo la chiusura delle scuole e in parte dei luoghi di lavoro. Centinaia di migliaia di studenti sono stati costretti a ricorrere nuovamente alla didattica a distanza. Ma se in Israele la rete internet è efficiente, più problematica è la situazione in Cisgiordania. Samar, studentessa cristiana della Scuola Terra Santa di Betlemme, confessa di essere molto tesa e anche di temere per il suo futuro. E conferma che l’istruzione a distanza è difficile, perché spesso la connessione si interrompe. Gli fa eco un suo insegnante, Tony, che fa l’impossibile per arrivare a completare il 60% del programma scolastico annuale e che si sente disarmato davanti alla paura che vede nei suoi ragazzi. Padre Issa, parroco greco-ortodosso della città, ascolta la gente dire: «Fino a quando? Che cosa succederà a noi cristiani che viviamo in questa Terra Santa?». La chiesa della Natività è vuota: senza pellegrini e senza fedeli. Padre Issa cerca di incoraggiarli a non arrendersi, a pazientare con perseveranza pregando che Dio doni pace interiore e il vero amore.

Il podcast de il Chiostro condotto da Giuseppe Notarstefano


Mariana appartiene invece all’unica piccolissima comunità cattolica della città di Beer Sheva (ai confini del deserto del Neghev), costituita da cristiani di lingua ebraica. Lei ha vissuto molte guerre, ma per la prima volta un missile ha colpito il suo quartiere. È da giorni che lei e i suoi figli non riescono più a dormire per l’ansia: un’esperienza che provoca un trauma profondo, destinato a durare. L’ordigno è esploso nel cortile di una scuola primaria, ma grazie a Dio ricorreva la festa di Purim e nell’edificio non c’era nessuno. Parroco e fedeli si industriano perché l’appartamento di Mariana è stato quasi distrutto: d’altronde tutti gli edifici e le auto che circondavano la scuola hanno subito danni. Tuttavia Mariana prega Dio perché. con i bambini si trovava nel rifugio: «Ogni volta che lo ricordo, ringrazio Dio per averci salvato. Grazie, Signore, per la tua protezione. Il missile è caduto molto vicino: avremmo potuto morire. Ma testimoniamo che Dio è vivo e compie miracoli».

Anche Gerusalemme si è improvvisamente svuotata, così non solo i caratteristici negozi del suq sono chiusi, ma anche le porte dei luoghi di culto. È noto lo scandalo generato dalla polizia israeliana che ha impedito al patriarca, il cardinale Pizzaballa, e al custode di Terra Santa, padre Ielpo, di entrare al Santo Sepolcro per celebrare la Domenica delle Palme. È bene anche ricordare lo shock di buona parte del mese di Ramadan trascorso nell’impossibilità di recarsi alla Spianata delle Moschee: potete immaginare come l’aria della Città Santa sia infestata da un mix di tensione e frustrazione. Qui poi si ha paura sia dei missili iraniani, sia dei frammenti degli intercettori (il famoso Iron Dome) che cadono sui fragili tetti delle case vecchie e dei conventi. Un residente racconta: «Cerco di non mostrare paura davanti ai miei figli, ma questa volta è diverso. Non abbiamo mai affrontato una minaccia così concreta».

Abu Jamil è un cristiano palestinese con casa a Zababdeh, ma fa il sarto a Nazaret. In questi anni ha imparato cosa vuol dire non poter tornare in famiglia o non poter andare al lavoro, venendo spesso bloccato al checkpoint. Eppure mai un lamento, il sorriso sulle labbra mentre rammenda i pantaloni del cliente di turno, «Al-Hamdu-il-Allah, ringraziamo Dio per tutto». Mirna invece è una giovane mamma che si arrabatta per arrivare a fine mese. La incontro spesso a casa della nonna. Questa volta non aspetta la fine della preghiera: «Perché siete venuti a vivere qua? Con tutti i posti in pace che ci sono nel mondo… sono io che voglio venire a vivere da voi, in Italia. Quanto costa un appartamento?». Violette infine è una vicina costretta sulla sedia a rotelle. Per lei la fede è tutto e si vede che non ha paura: «Siamo abituati a vivere a contatto con la guerra; io ero una bimba di sei anni nel 1948 e mi ricordo quando stava arrivando l’esercito a Nazaret. Era notte e avevo tanta paura, ma ho sentito nel cuore Maria che mi diceva: dormi tranquilla, ci sono io in questo villaggio… mi sono addormentata e non ci è successo nulla. E non ci accadrà nulla nemmeno oggi».

I cristiani di Terra Santa sono dunque un mosaico con tessere diverse le une dalle altre. Da tutti imparo ad accettare che la realtà è fatta di violenza e precarietà e non si tratta di proteggerci da questa, ma di imparare ad accoglierla anche quando ci ferisce. In Terra Santa ci sono anche tanti cristiani che scelgono di perdonare, di restare, di amare. In questa “Nazareth” il patriarca ci ricorda che siamo chiamati a essere come Maria: «Un grembo che accoglie la vita nonostante tutto, un cuore che non si chiude nella paura, e che genera vita. Ecco la nostra missione: essere coloro che, nel buio della guerra, sanno vedere i germogli della presenza di Dio».