C’è una consapevolezza nuova che attraversa oggi il mondo del volontariato e delle organizzazioni sociali: siamo dentro un vero e proprio cambiamento d’epoca. Non si tratta soltanto di aggiornare strumenti o linguaggi, ma di risintonizzare obiettivi e modalità operative con una realtà sociale segnata da accelerazioni profonde, da fragilità diffuse e da un progressivo impoverimento delle relazioni. In questo scenario, la ricerca di un senso comune diventa il primo passo per immaginare un futuro condiviso.
Emergono con forza due esigenze: rigenerare l’azione collettiva e rimotivare l’impegno comunitario. La complessità non può più essere affrontata con logiche iperspecialistiche o tecnocratiche. Servono legami, prossimità, fiducia. Proprio quei “legami deboli” che spesso la cultura dominante considera marginali e che invece permettono di riconoscere la vulnerabilità come spazio di incontro e non come difetto da nascondere.
L’ecosistema social-tecnologico, con le sue connessioni incessanti, rischia di svuotare le relazioni di profondità. La logica utilitaristica e performante, mutuata da modelli aziendalistici, ha colonizzato anche organizzazioni e istituzioni, riducendo gli scambi a mere funzioni efficientiste. Come ha osservato il filosofo Miguel Benasayag, rischiamo di smettere di esistere per limitarci a funzionare. In questo contesto, la gratuità e il dono diventano granelli di sabbia che mettono in discussione il sistema e ne aprono crepe generative.
L’accelerazione del tempo è una delle cifre più evidenti della nostra epoca. Il rallentamento, allora, può diventare una forma di obiezione di coscienza. Non per nostalgia, ma per recuperare uno spazio di vita autentica. Come ha ricordato il gesuita Giuseppe Riggio, cresce il desiderio di un “tempo altro”, personale e condiviso insieme, capace di restituire senso e respiro all’esperienza umana. Quando il tempo si contrae, anche la socialità si essicca: diventa essenziale, ma rischia di perdere il suo umore vitale.
Le trasformazioni della mobilità e del lavoro, insieme ai flussi migratori, producono nuovi disallineamenti tra persone e territori. Eppure non mancano segni di speranza: i movimenti giovanili del “restare”, le esperienze di South Working, le nuove forme di radicamento territoriale raccontano il desiderio di coniugare realizzazione personale e bene delle comunità. Le persone vogliono essere felici, ma hanno ancora tempo per esserlo?
Il tema della felicità è tornato al centro del dibattito pubblico e scientifico. Dal paradosso di Easterlin alle misurazioni del benessere e della qualità della vita, fino agli indicatori del BES e all’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, cresce la consapevolezza che il progresso non può essere misurato solo con parametri economici. Richard Layard, autore di Happiness: Lessons from a New Science, ha mostrato come la felicità dipenda soprattutto da fattori relazionali: fiducia, appartenenza, riconoscimento. In una società ipercompetitiva, anche chi vince rischia di perdere in termini di benessere collettivo.
In questa prospettiva, la felicità non è un premio individuale ma una condizione sociale. È ciò che nasce dentro relazioni giuste, contesti inclusivi e istituzioni orientate al bene comune. Lo ricorda l’economia civile e lo ribadiscono gli studi sulla generativitàsociale: prosperità individuale e prosperità pubblica non sono alternative, ma dimensioni intrecciate. Per dirla con Aristotele, non si può essere felici fuori dalla polis.
Il richiamo “nessuno può essere felice da solo” riecheggia la convinzione, cara anche a papa Francesco, che nessuno si salva da solo. Di fronte alla crisi socio-ambientale e alle tensioni globali del nostro tempo, emerge il bisogno di una nuova fraternità universale. La felicità diventa allora una categoria pienamente politica: interroga le scelte pubbliche, i modelli economici e le priorità istituzionali.
Parlare di diritto alla felicità non significa promettere una felicità garantita. Significa riconoscere il diritto alle condizioni che la rendono possibile: salute, educazione, pace, relazioni significative, partecipazione. Il nobel Amartya Sen lo ha espresso con chiarezza: una società giusta non è quella che rende felici, ma quella che amplia le libertà sostanziali delle persone. Quando queste condizioni mancano, la felicità diventa privilegio e non più aspirazione universale.
In questo orizzonte il volontariato assume una funzione eminentemente politica, nel senso più alto del termine. Non supplenza né assistenza emergenziale, ma costruzione di visioni e percorsi capaci di alimentare una nuova intelligenza relazionale. Non “barellieri della storia”, ma artigiani di comunità generative, custodi dei beni comuni e promotori di democrazia quotidiana.
Oggi si parla molto di prontezza e di adattamento rapido ai conflitti e alle crisi. Ma la sfida più urgente è forse un’altra: costruire una convivenza civile capace di tenere insieme pluralità, giustizia sociale e qualità delle relazioni. Un nuovo umanesimo integrale che scelga la logica del “noi”, perché nessuno vince davvero se non insieme agli altri. E la domanda finale resta aperta, come provocazione e come promessa: siamo pronti a farne il cuore del nostro impegno comune?
(Alcune considerazioni a partire dal documento “Nessuno può essere felice da solo - Impegni del MoVI per i prossimi anni”, in occasione del Seminario annuale dei referenti delle reti territorialidel Movimento di Volontariato Italiano)
