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Missione impossibile, lo spettacolo della guerra

La guerra trasformata in spettacolo mediatico mentre propaganda e retorica patriottica anestetizzano le coscienze.
Rubrica: Nuvole
16/03/2026 di Piero Pisarra

Un videoclip. E il trailer di un film. Anzi, di un videogioco. Dalla Casa bianca va in onda Furia epica, l’ultima mega-produzione di Trump & partners.

Con la guerra come spettacolo si è abbattuta un’altra frontiera. Scompaiono gli uomini, scompare la morte, restano i supereroi da fumetto e l’estetica della distruzione. È la guerra clean, che celebra la potenza tecnologica, gli armamentari sofisticati, e nasconde il massacro di vittime innocenti, le bambine uccise in una scuola iraniana, i civili colpiti da bombe al fosforo in Libano, la carneficina di Gaza. È la guerra senza strategia (che non sia la guerra stessa, la guerra senza fine, la guerra per la guerra). Peggio dei videogiochi, che richiedono comunque una forma di strategia, di razionalità. Ma pochi insorgono e quei pochi – vedi il cardinal Cupich, arcivescovo di Chicago, vedi il Papa – restano inascoltati. In Europa, soltanto il leader spagnolo Pedro Sánchez ha detto con chiarezza no alla guerra. Altri stanno a guardare, non si pronunciano o non condannano. E anche l’opinione pubblica è come anestetizzata. 

Anni di propaganda nazionalista, di disprezzo dell’altro, il migrante visto come nemico o come invasore, e poi la corsa al riarmo, folle, insensata, e pure accettata passivamente da molti, come una tassa da pagare all’imperatore, hanno banalizzato la guerra. Almeno fino a quando questa sembra un videogioco senza risparmio di colpi, crudele, ma per fortuna lontano. È il nichilismo guerrafondaio di chi non ha altra morale rispetto alla propria (a quanto pare abbastanza scadente). E tenta di far dimenticare gli scandali domestici facendo lo sceriffo del mondo. È il progetto di pulizia etnica dei politici corrotti, ricercati dalla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità e che restano in sella continuando ed estendendo la guerra.

«Se l’abitudine non avesse distrutto prima la meraviglia e poi anche la coscienza del male, chi potrebbe credere che questi uomini siano dotati di una mente razionale, visto che combattono tra loro con perenni dissidi, liti, guerre, provocano risse e scatenano tumulti?», scriveva Erasmo da Rotterdam nel Lamento della pace (1517). «Tra rapine, sangue, flagelli e distruzione, mescolano insieme sacro e profano, e non c’è trattato inviolabile che possa dividere chi impazza nell’altrui sventura».

A differenza degli altri animali, «ai quali la natura ha assegnato armi e difese proprie, solo l’uomo è stato generato inerme e debole, con l’unica difesa del necessario aiuto reciproco», aggiungeva Erasmo. «Ma ammettiamo pure che la natura, che tanto può sulle belve, non abbia alcun effetto sugli uomini. Davvero a nulla è valso l’esempio di Cristo per i cristiani?».

Domanda urgente e preziosa, ora che dalla Casa bianca si assiste alla benedizione sacrilega del capo della guerra che fino a ieri aspirava al Premio Nobel per la pace.

In causa non è soltanto la personalità autoritaria del leader di turno, ma l’indottrinamento delle masse, un veleno instillato prima a dosi omeopatiche, in maniera inoffensiva con pubblicità insulse, slogan ridicoli, canzonette strappalacrime e buonismo di facciata. E poi inoculato apertamente con l’esercito nelle strade, i selfie davanti alle gabbie di esseri umani trattati come bestie, infine con lo stravolgimento sistematico della verità, con le verità alternative, con la guerra chiamata “pace” e l’odio per gli altri “amore per i vicini”, secondo un ordine che non ha nulla di cristiano.

Se la storia insegna, ma gli scolari sono distratti – come è stato detto autorevolmente – allora bisogna partire da lontano, smontare il videogioco. Perché la cultura o è critica o non è. Partire dagli slogan innocui, dalla propaganda mascherata, dalle solenni sciocchezze propagandate come verità incontrovertibili, spacciate per buonsenso o, peggio, patriottismo. Dalla pubblicità istituzionale che non è mai stata così becera. Dalla televisione ridotta a fiera del kitsch. Smontare la retorica del fascismo dove ama nascondersi. Non abituarsi, rifiutare l’anestesia collettiva. Perché soltanto in un paese addormentato può sembrare normale e innocua una campagna pubblicitaria in ode alla nostra tempra di ferro. E se non viene da ridere ascoltando queste parole, allora, forse, è già troppo tardi: «Siamo un popolo di ferro, forgiato dal fuoco delle sfide, temprato dal coraggio, legato da un calore umano che nessuna distanza può spezzare. Come il ferro, sappiamo resistere e trasformarci, vibrare davanti alla bellezza, unire ciò che è lontano». E peccato che non ci sia più Battiato a parlarci di «quell’idiota di Graziani».

Ferro, fuoco, sfide. Come se non fosse passato più di un secolo dal culto della macchina e della guerra come igiene del mondo degli osannati futuristi.

Contro il culto pagano dell’acciaio, il risveglio comincia da ora. Svelando l’inganno del finto patriottismo, di una patria immaginaria di cui si raccontano soltanto le glorie, dimenticando le miserie, i tradimenti e le viltà. «Molto tempo fa mi sono reso conto improvvisamente che il paese al quale apparteniamo non è, come vuole la retorica, quello che si ama, ma quello di cui ci si vergogna, o di cui ci si può vergognare», ha scritto Carlo Ginzburg in un saggio ora raccolto nel suo ultimo libro (Il vincolo della vergogna. Letture oblique, Adelphi, 2026). «La vergogna può essere un legame più forte dell’amore».

È un lavoro lungo e faticoso quello che comincia. Una strada per fortuna rischiarata da uomini e donne che non si sono piegati alla logica del ferro e della guerra, da Tina Anselmi a La Pira, da don Milani a papa Francesco. Perché nessuna guerra è giusta e ancor meno santa.