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ll cielo come testimonianza

In un tempo di guerre e paure collettive, lo sguardo al cielo diventa un atto di resistenza e una scelta di vita.
Rubrica: Nuvole
16/02/2026 di Piero Pisarra

Non c’è nulla di più misterioso e indecifrabile di una nuvola. Bianca, lattiginosa, grigia, livida, bluastra, plumbea. Di vapore, di fumo, di polvere e talvolta, ahinoi, radioattiva. 
Non basta saccheggiare il dizionario dei sinonimi né i manuali di fisica dei fluidi. Cangianti per definizione, le nuvole non ripetono mai lo stesso spettacolo. Semmai, lo reinterpretano. E nessuna cartografia, per quanto vasta, può contenerne le miriadi di forme o di disegni. L’atlante delle nuvole è sempre in divenire. E anche nell’arte le nuvole di Piero della Francesca in un terso cielo toscano hanno poco a che fare con le gonfie rubensiane nuvole barocche, nuvole teatrali, dalle quali Zeus ed Efesto scagliano ancora fulmini e saette.

Viviamo tra le nuvole. Nuvole di tempesta, in un cielo sempre più cupo. E non ci consola sapere che forse è stato sempre così. Sentirsi sull’orlo del baratro, a un passo dalla fine, è una costante nella storia dell’umanità. Perché non c’è tempo che non sia apocalittico, che non sia una rivelazione della battaglia che si combatte nel teatro della storia umana e nel cuore di ognuno, tra la luce e le tenebre, la vita e la morte. È detto nel libro del Deuteronomio (30,19): «Prendo oggi a testimoni contro di voi il cielo e la terra: io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione. Scegli dunque la vita».
Scegli la vita, anche quando sembra trionfare la morte. E quando il carro della follia – come in un dipinto di Bruegel – sembra travolgere il mondo. Ucraina, Gaza, Somalia, Iran... Stati Uniti d’America. Aggressioni, massacri, genocidi. Ancora una volta l’impensabile richiede di essere pensato. Le barriere dell’ordine internazionale sono crollate tutte all’improvviso. E il fascismo, con la sua spiritualità di cartapesta, il culto pagano della forza e i generali da barzelletta, torna a ingannare le folle. Con l’alibi di sempre: la paura. E con la costruzione del Nemico – oggi i migranti – sul quale scaricare le proprie colpe. «Viva la muerte!», gridavano i falangisti durante la guerra civile spagnola. In altre lingue, lo stesso tragico paradosso è sulle labbra e negli atti di chi ordina la caccia ai migranti, criminalizza lo straniero ed è pronto a sparare contro chiunque tenti di fermare o di combattere questa ideologia di morte. 

Mai come in questo tempo è necessario guardare alle nuvole, a ciò che ci rende umani. Non come il proverbiale distratto, con la testa tra le nuvole. Ma come chi cerca la nuvola perduta, i motivi profondi della resistenza spirituale, la bellezza di un volto, la grazia di un sorriso, la fatica del lavoro ben fatto, il divino nell’altro, la musica dei colori, la fede nel Dio-Uomo venuto a proclamare un vangelo di liberazione.

Nelle Mille e una notte c’è un racconto, la Storia dell’uomo pio che possedeva una nuvola, storia di un asceta che «andava errando per le montagne e passava la notte in piedi pregando, e Iddio (sia glorificato ed esaltato!). gli aveva reso soggetta una nuvola, che andava con lui dovunque andasse e versava su di lui acqua a profusione per fare abluzioni e per bere».
In tempi di cambiamenti climatici, chi non vorrebbe una nuvola come questa, l’ombra e l’acqua a comando? Ovvero ciò che disseta e che prepara alla resistenza pacifica. Ed forse meglio del cloud a cui affidiamo i nostri dati e le nostre vite.