C’è una notizia che, pur nella sobrietà del linguaggio ecclesiale, porta con sé un significato profondo e quasi simbolico per la vita civile e cristiana del Paese: il via libera del Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana alla proposta di eleggere il beato Rosario Livatino patrono dei magistrati.
Non è solo un passaggio procedurale - pur importante – verso la presa in esame della prossima Assemblea generale dei vescovi italiani e la decisiva approvazione da parte del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. È, prima di tutto, un gesto che parla alla coscienza di un’intera nazione, e che interpella in modo diretto il rapporto tra giustizia, fede e responsabilità personale.
Livatino non è un simbolo costruito a posteriori. Non è una figura mitizzata per esigenze narrative. È, piuttosto, un uomo reale, un magistrato che ha vissuto fino in fondo la tensione tra il rigore della legge e la profondità della coscienza cristiana. La sua vita e la sua morte raccontano una verità scomoda: la giustizia, quando è autentica, non è mai neutra. Prende posizione. E per questo può diventare scomoda, fino a risultare insopportabile per chi vive dentro quelle “strutture di peccato” che il decreto sul martirio ha indicato con chiarezza.
Colpisce nella motivazione del Consiglio permanente - richiamata nel comunicato finale e durante la conferenza stampa del Segretario generale della Cei, mons. Giuseppe Baturi, il 25 marzo - il richiamo all’“odio per la fede”. Non si tratta solo di una vendetta mafiosa contro un giudice integerrimo. In Livatino si è voluto colpire qualcosa di più profondo: una visione della giustizia radicata nel Vangelo, capace di sottrarsi tanto al compromesso quanto al protagonismo. La sua è stata una fede discreta, mai ostentata, ma così concreta da diventare criterio operativo nelle decisioni quotidiane.
In un tempo in cui la figura del magistrato è spesso esposta a tensioni mediatiche, polarizzazioni politiche e, talvolta, a una crisi di fiducia diffusa, proporre il beato Livatino come patrono non è un’operazione nostalgica o devozionale. È, al contrario, un atto profondamente contemporaneo. Significa indicare un modello possibile di equilibrio tra autonomia professionale e responsabilità morale, tra indipendenza e umiltà.
Questa proposta ci vede particolarmente favorevoli e grati, e non solo perché Rosario Livatino in Azione cattolica si è formato e ha vissuto la sua fede operosa. In Livatino si riconosce uno stile laicale maturo: un credente che non ha cercato spazi ecclesiali per affermarsi, ma ha abitato fino in fondo il proprio ambito professionale come luogo di testimonianza. È una lezione preziosa per una Chiesa che continua a interrogarsi sul ruolo dei laici e sulla loro presenza nei gangli della società.
C’è poi un altro aspetto, forse ancora più decisivo. Per il magistrato Rosario Livatino la giustizia non è mai stata disgiunta dalla misericordia. Non nel senso di un cedimento o di una debolezza, ma come consapevolezza che ogni decisione giudiziaria riguarda persone, storie, possibilità di redenzione. È questo sguardo che oggi manca spesso nel dibattito pubblico: una giustizia capace di essere ferma senza diventare disumana.
Come detto, il percorso non è ancora concluso: l’Assemblea generale della Cei e il Dicastero vaticano dovranno confermare la scelta. Ma il segnale è già chiaro. La Chiesa italiana indica, con discrezione ma con decisione, una figura che tiene insieme legalità e fede, competenza e coscienza. Una figura che racconta come sia possibile essere fino in fondo giusti e profondamente liberi interiormente.
