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Il Rapporto annuale
dell’ISTAT è un’importante occasione per fare il punto sulla
situazione del Paese, a partire dal patrimonio di informazione
statistica pubblica che viene costantemente raccolta ed elaborata
dall’istituto. Lo è in particolare l’edizione di questo anno, in
cui ricade il Centenario dell’Istituto, che è stata presentata
alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Il profilo generale che emerge restituisce una fotografia
di un Paese resiliente alle crisi internazionali, che mostra una
crescita modesta ma diffusa nei diversi aggregati - Pil, occupazione,
investimenti hanno tutti segno + nel 2025 - caratterizzata da una
produttività stagnante e dalla fragilità di quelle determinanti di
lungo periodo sulle quali è bene focalizzare l’attenzione di tutte
le organizzazioni economiche e sociali e delle istituzioni ad ogni
livello.
Centrale in tal senso è il ruolo cruciale del capitale umano e sociale in generale, quello delle giovani generazioni in particolare, e del suo non più rinviabile rafforzamento per affrontare le sfide del futuro.
Il termine giovani è
utilizzato nel rapporto 120 volte ed associato a termini come
competenze digitali, formazione, capacità innovativa che vengono
indicate quali leve essenziali per promuovere una crescita
significativa, inclusiva e sostenibile. In particolare, la
propensione ad innovare e ad adottare tecnologie digitali dipende
essenzialmente dalla presenza di giovani nelle realtà produttive.
Oltre una certa età media della forza lavoro la capacità innovativa
declina, e più del 60% delle aziende è dotata di un capitale umano
che supera la soglia critica di età media per innovare.
Ci sono anche altri segnali di fragilità nei meccanismi di partecipazione al processo produttivo che meritano attenzione. Nel 2025 i tassi di occupazione risultano minimi tra le giovani donne residenti nel Mezzogiorno, soprattutto se con un basso grado di istruzione, mentre raggiungono il valore più elevato tra gli uomini adulti del Nord, in particolare del Nord-est. Negli ultimi anni è aumentata l’emigrazione di giovani italiani qualificati, una perdita di capitale umano che, solo in parte, è compensata dall’arrivo di giovani stranieri con elevato titolo di studio. Il Mezzogiorno è l’area più penalizzata dalla perdita di giovani laureati, sia verso l’estero sia verso il resto del Paese. Tutto questo si riflette inevitabilmente sulla natalità: tra il 2003 e il 2024 aumenta di quasi 6 punti percentuali la quota di giovani 18-24enni che non intendono diventare genitori (9,4 per cento nel 2003 e 15,2 per cento nel 2024) e di quasi 9 punti percentuali per i 25-34enni (19,1 per cento nel 2003 e 28,0 per cento nel 2024), proprio la fascia di età in cui è più frequente avere figli.
Il Rapporto consente anche di riflettere sulle aspettative dei giovani rispetto ad aspetti rilevanti per la loro vita come la natalità, il ruolo della famiglia e la solidarietà sociale. Nel 2024, il 45,3 per cento delle persone tra i 18 e i 49 anni intendono (certamente o probabilmente) avere figli in futuro. Si tratta di quasi 10 milioni di persone. Nel corso del tempo si osserva una diminuzione delle intenzioni positive di fecondità: dal 50,7 per cento nel 2003 al 45,3 per cento nel 2024, ma questo declino sembra principalmente dipendere dalla contrazione della popolazione in età riproduttiva e quindi non necessariamente da un cambiamento radicale rispetto alle aspettative di procreazione. La famiglia - e questa è una buona notizia! - rimane al centro delle aspettative di cambiamento positivo: giovani di 18-34 anni hanno aspettative più ottimistiche rispetto alle altre classi di età: circa la metà prevede un miglioramento delle relazioni familiari (52,9 per cento per la vicinanza con il partner e 47,6 per cento con i genitori) e quasi due terzi si attendono una maggiore gioia e soddisfazione (65,3 per cento). Accanto agli aspetti positivi emergono però anche preoccupazioni, soprattutto sul piano economico: più della metà delle persone ritiene che la propria situazione finanziaria peggiorerebbe con l’arrivo di un figlio nei tre anni successivi (52,6 per cento). Le donne manifestano timori riguardo alle proprie opportunità lavorative più spesso degli uomini (49,9 contro 24,0 per cento).
A livello sociale, i giovani che vivono da soli sono quelli che maggiormente percepiscono di avere un’ampia rete di sostegno (93,0 per cento), popolata soprattutto da amici (86,4 per cento), ma la disponibilità di una rete di supporto resta elevata anche per le persone della fascia centrale dell’età (85,6 per cento tra i 35 e i 64 anni). Rispetto al 2013, la presenza di persone su cui poter contare scende di diversi punti percentuali tra gli anziani soli, in particolare dopo i 75 anni (78,2 per cento). Nonostante subisca un lieve calo, la quota di popolazione che afferma di poter contare su una fitta rete di aiuto formale e informale è ancora molto rilevante. Nonostante tutto i giovani si rivelano molto generosi: l’età media di chi fornisce aiuto cresce e il coinvolgimento delle generazioni più giovani è raddoppiato (offre aiuto il 41,6 per cento dei 18-24enni).
I giovani sono una riserva di capitale umano e sociale che merita di essere attivato, promuovendo un loro reale protagonismo nella vita sociale che aiuti tutto il Paese a ritrovare la strada del futuro.
