C’è una notte - quella del 26 gennaio scorso - che più di altre chiede di essere ascoltata. Non per ciò che nasconde, ma per ciò che rivela. In quella notte, grazie al lavoro rigoroso dell’Istat e della fio.PSD, migliaia di volontari radunati grazie all’iniziativa TuttiContano - cui ha aderito l’Azione cattolica - hanno contato i senza dimora nei 14 principali Comuni metropolitani d’Italia. Qui il testo integrale analitico del conteggio (seguiranno i risultati della rilevazione campionaria di approfondimento tematico basata su interviste dirette condotte il 28 e 29 gennaio). Diecimila e trentasette persone. Un numero preciso, costruito con metodo, che tuttavia sfugge alla tentazione di essere archiviato come semplice statistica. Perché dietro ogni cifra c’è una storia, e dietro l’insieme di quelle storie c’è una responsabilità collettiva.
Le città - da Roma a Milano, da Torino a Napoli - restituiscono una geografia della che non sorprende più, e proprio per questo inquieta di più. Oltre la metà delle persone è accolta in strutture notturne, ma quasi una su due resta in strada, negli spazi pubblici, in sistemazioni di fortuna. E mentre il dato scorre, emerge una contraddizione che pesa come un giudizio: i posti letto disponibili sono meno delle persone censite. Non è solo una carenza organizzativa. È una frattura tra ciò che sappiamo e ciò che siamo disposti a fare.
Da anni si ripete che la grave marginalità adulta non può essere affrontata solo come emergenza. Eppure, i numeri raccontano ancora un sistema che rincorre, più che prevenire; che accoglie, ma fatica a reinserire; che protegge nella notte, ma lascia troppo spesso soli nel giorno. Il rischio è quello di una gestione che, pur generosa, resta parziale. Perché non basta offrire un riparo temporaneo se non si costruiscono percorsi stabili di uscita dalla marginalità. La casa, il lavoro, la salute, le relazioni: tutto concorre a definire la dignità di una persona, e tutto deve essere rimesso al centro di politiche pubbliche finalmente integrate.
Ma sarebbe troppo facile fermarsi alle responsabilità delle istituzioni. C’è una domanda che attraversa queste cifre e interpella la società nel suo insieme. Chi sono, per noi, queste persone? Il fatto che una larga parte sia di nazionalità straniera rischia di diventare un alibi interpretativo, una scorciatoia che semplifica e divide. In realtà, la marginalità estrema è il punto di caduta di fragilità molteplici: economiche, sociali, psicologiche, relazionali. È un confine che può avvicinarsi a chiunque quando i legami si spezzano e le reti di protezione cedono.
E allora il tema non è solo quanti siano i senza dimora, ma quale posto occupino nel nostro sguardo. L’abitudine è la forma più sottile dell’indifferenza: si passa accanto, si riconosce, si dimentica. Le città si riempiono di presenze invisibili, e la loro invisibilità diventa, poco alla volta, una costruzione collettiva. Non è solo mancanza di risorse. È anche una questione di cultura, di coscienza, di responsabilità condivisa.
Quel dato apparentemente minimo - lo 0,11% della popolazione - potrebbe indurre a ridimensionare il problema. Ma è proprio qui che si gioca la verità più profonda. Perché la dignità non si misura in percentuali. Una sola persona costretta a vivere in strada interpella la giustizia di una comunità. Diecimila la mettono seriamente alla prova.
Il valore più grande di questa rilevazione non sta solo nell’accuratezza metodologica, ma nella sua capacità di rompere l’alibi dell’ignoranza. Ora sappiamo. E sapere, in questo caso, significa essere chiamati a rispondere. Le istituzioni sono chiamate a trasformare i dati in politiche lungimiranti, capaci di andare oltre l’emergenza. La società civile è chiamata a riscoprire il senso della prossimità, a ricucire legami, a non delegare interamente ad altri ciò che riguarda tutti.
C’è, in fondo, una domanda che resta sospesa dopo la lettura di questi numeri. Non riguarda solo i senza dimora. Riguarda noi. Che tipo di comunità vogliamo essere? Una che conta i suoi ultimi, o una che prova davvero a non averne più?
