Mi chiamo Anhelina, vengo da Kyiv e ho 21 anni. Vorrei raccontare, partendo dalla mia esperienza familiare, quanto ci si possa preoccupare durante una guerra. Da noi in Ucraina, infatti, ogni famiglia vive nella preoccupazione per gli altri, dal momento che sembra che quotidianamente il mondo intero stia crollando. E, purtroppo, in Ucraina questa preoccupazione è presente ben prima dall’inizio di questa guerra. Alla Russia non servono i nostri territori: vuole distruggerci in quanto ucraini. E lo fa continuamente da secoli rubando la nostra storia, rubando le conquiste del nostro popolo, perché non desidera avere testimoni che conoscano la verità.
Quando è scoppiata la guerra su vasta scala, da noi hanno chiuso tutti i negozi e nella nostra gente si è riattivato il trauma intergenerazionale di Holodomor, la carestia avvenuta durante il regime di Stalin nell'Ucraina sovietica dal 1932 al 1933, che uccise milioni di abitanti in nell’allora Repubblica Socialista Sovietica Ucraina. . Allora i Russi portarono via tutto dalle nostre case, senza lasciare né pane né vestiti. Il mio bisnonno Oleksandr, che di quella carestia era stato testimone, raccontò che: «Non solo i Russi portavano via il cibo e tutti i prodotti, ma prendevano anche tutti i vestiti dei bambini, lasciandogli solo quelli che avevano addosso».
Nel 2022 la paura della fame si è riaccesa nella nostra gente, specialmente negli anziani e nei più deboli. Mia madre faceva scorte di cibo già dall’estate, e noi la prendevamo un po’ in giro. Ma quando è iniziata l’invasione e la gente cominciò a patire la fame e a vivere nel terrore perché i negozi erano chiusi, la disperazione si diffuse, memore del trauma di Holodomor. Tutta la nostra famiglia iniziò dunque a preparare varenyky, torte e altro cibo per sfamare chi era troppo sconvolto per prendersi cura di sé stesso, ma anche chi aveva iniziato a unirsi per difendere Kyiv.
Mio fratello, il nostro sacerdote greco-cattolico padre Roman Hrydkovets, a Chernihiv, città circondata dall’esercito russo, cercava i negozi che aprivano per una sola ora al giorno; lì vi acquistava del cibo e poi, in bicicletta e sotto le esplosioni, distribuiva generi alimentari agli anziani e alle persone non autosufficienti della città. Alle 15:00 andava al rifugio antiaereo, dove si nascondevano le donne e i bambini, e raccontava delle storie ai più piccoli: parabole su Dio e sui santi, fiabe e conforto per chi era spaventato. Anche quando la regione di Chernihiv fu liberata dall'invasore, per altri due mesi e sempre alle 15:00, i genitori hanno continuato a portare i bambini, che chiedevano di ascoltare le “storie di padre Roman” al rifugio.
L'altro mio fratello, Yaroslav, al momento dell'invasione si trovava in Georgia. All'inizio non gli fu possibile partire da lì, dunque ha organizzato aiuti per gli ucraini sul posto, supportando i nostri medici, piloti e militari nella ricerca e nel trasporto dei veicoli. Per diversi anni ha raccolto fondi per avviare un'attività in proprio e poi per un intervento chirurgico (gli impianti ai legamenti delle gambe non avevano attecchito). Quando la Russia ha attaccato l'Ucraina, senza esitare, ha donato tutto ciò che aveva per aiutare le persone. Solo poco tempo fa abbiamo scoperto che in quel periodo non dormiva in un letto, ma nelle auto o nei campi in un sacco a pelo. Aveva paura di non essere pronto per tempo, di non riuscire ad aiutare chi ne aveva bisogno.
Mia sorella Sofia all’epoca lavorava per il servizio di emergenza medica. Nei primi mesi dell’invasione non tornava nemmeno a casa perché era sempre impegnata a salvare vite. La ricordo mentre piangeva quando un gruppo di sabotatori russi fece irruzione a Kyiv e sparò a bruciapelo contro un’auto con a bordo dei bambini, che i genitori stavano cercando di evacuare. Piangeva su una bambina che non era riuscita a salvare.
L'ultimo dei miei fratelli, Lubomir, era medico tirocinante all'ospedale regionale, e anche lui è stato lontano da casa per molto tempo, impegnato a salvare la vita delle persone ferite dai bombardamenti.
Ho visto lo sguardo dei bambini rimasti orfani, mentre lavoravo con loro al campo “Artek”. Abbiamo cercato di dare loro almeno un briciolo di tregua e sicurezza, di mostrargli che hanno la forza necessaria per andare avanti.
Insieme ai giovani di Kyiv siamo andati più volte a Donetsk e nella regione di Dnipropetrovsk, dove i bambini vivono ogni giorno in condizioni pericolose. I nostri gruppi di volontari hanno cercato e cercano di dare ai bambini un raggio di gioia e speranza.
Noi e i nostri amici (e, in particolare, anche con Khristina, che è tra noi) ci siamo uniti all’organizzazione presso il Sinodo Patriarcale “Soborova Svitlytsia”, che è uno spazio sicuro per bambini e adulti. Perché quando volano i missili e i droni russi, è importante che accanto ci sia qualcuno che dia speranza, in uno spazio che sia esso stesso speranza.
Quello che segue è la trasposizione in forma di articolo della testimonianza di Anhelina Hrydkovets, giovane proveniente dall’Ucraina, tenuta all’incontro Costruire la pace, un momento di confronto tra giovani provenienti da Italia, Malta, Romania, Spagna e Ucraina, con Riccardo Redaelli, Professore ordinario di Geopolitica e di Storia e istituzioni dell’Asia presso la Facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, e Giorgia Sorrentino, Consigliera di Presidenza del Consiglio Nazionale dei Giovani con Delega agli Affari UE.
L’incontro si è svolto all’interno del modulo formativo del Settore giovani, “Facciamo a metà? Abitare il conflitto, generare il bene”, e del Seminario internazionale di formazione e dialogo “Shaping Peace, Realising Hope: Global Youth in Dialogue”.
