Nel seminario “Chiamati alla libertà – Stile e strade per accompagnare la vita” che l’Area famiglia e vita terrà il prossimo 7-9 novembre abbiamo voluto mettere al centro la chiamata di ciascuna persona alla libertà che, nel rito del matrimonio, prende la forma della domanda che chiede se “siete venuti senza alcuna costrizione, in piena libertà e consapevoli del significato della vostra decisione?”. A primo impatto, queste parole sembrano vertiginose, anche alla luce dei numerosi fallimenti matrimoniali. Come dunque rendere ragione della speranza nella scelta di sposarsi per chi questa scelta non l’ha ancora fatta o la sta facendo? Come sostenere chi questa scelta è chiamato a rimotivarla ogni giorno?
Quella permanente fragilità dei legami
Nella lettura dei legami nella cultura del provvisorio, Giuseppe Savagnone afferma: “Venute meno le strutture coercitive del passato, che sostenevano e ingabbiavano la famiglia, rendendola apparentemente solida, la stabilità dei legami sarebbe stata possibile solo se si fosse registrata, in proporzione diretta alla maggiore libertà degli individui di “fare” (libertà-da) una maturazione delle persone e della loro libertà di “volere” (libertà-di), sostituendo all’armatura esteriore delle regole e delle convenzioni sociali un’anima che sostenesse i rapporti umani dall’interno. Ciò non è avvenuto. E, in assenza di un’unità profonda dei soggetti, la conquista della libertà-da ha dato luogo ad una situazione di permanente fragilità dei legami, in cui essi nascono, vivono e muoiono senza che la persona investa in essa la propria sostanza – perché non ce l’ha.” (Vivere i legami, EDB, 2016, p. 105)
Un’analisi per certi versi cruda che comunque rivendica come una conquista preziosa la libertà di autonomia ma che ci interpella profondamente nel sostenere legami così esposti e fragili. Come uscirne? L’esortazione apostolica Amoris laetitia ci fa intravedere una prospettiva: “Per molto tempo abbiamo creduto che solamente insistendo su questioni dottrinali, bioetiche e morali, senza motivare l’apertura alla grazia, avessimo già sostenuto a sufficienza le famiglie, consolidato il vincolo degli sposi e riempito di significato la loro vita insieme. Abbiamo difficoltà a presentare il matrimonio più come un cammino dinamico di crescita e realizzazione che come un peso da sopportare per tutta la vita.” (AL, 37).
La famiglia non è una semplice somma di due
L’apertura alla grazia, il fidarsi di Dio e del Suo progetto per noi è il passo necessario per dare senso, significato e direzione alla scelta di sposarsi. Da qui ne consegue che la famiglia non è una semplice somma di due, ma l’unione e l’essere “una cosa sola” dentro una dinamica di dono di sé e di reciproca responsabilità. Non è una cosa che scorgi o matura tutto ad un tratto: è il frutto perseverante di una scoperta e di accoglienza continua, di un cammino dinamico dove stiamo uno accanto all’altra e proviamo a dirci l’orizzonte che abbiamo di fronte a noi. Forse non riuscirò a vedere tutti gli oggetti, le realtà, le situazioni che l’altro mi racconta, posso in tutta sincerità dire quello che non riesco a riconoscere come importante per me, ma almeno posso dire che credo sia importante per lui/lei.
È un cammino di profonda libertà, frutto di un coltivarsi quotidiano per vivere un amore totale (ti amo con tutto me stesso/a, amo tutto di te), di custodire la dimensione della gratuità della relazione, di aver cura dei momenti di fatica per preservare la fedeltà, di trovare pienezza nell’essere generativi perché la propria famiglia possa essere motore di bene.


