È trascorsa una settimana esatta dall’inizio della nuova guerra in Medio Oriente, dopo l’attacco all’Iran di sabato 28 febbraio da parte di Stati Uniti e Israele. Il Paese è ripiombato ora in una situazione di grave crisi, nella speranza che il conflitto trovi presto una fine e si possa giungere a un tempo di ricostruzione, partecipazione e democrazia. Ne abbiamo parlato con Shirin Zakeri, iraniana, docente di storia e politica dell'Asia occidentale e dell'Iran contemporaneo all'Università Unitelma Sapienza e all'Università La Sapienza di Roma.
Per
iniziare, come stanno vivendo le persone in Iran questa escalation e
quali sono le loro principali preoccupazioni? Ha potuto contattare la
sua famiglia? La popolazione è stata colta di sorpresa o era in
qualche modo pronta a fronteggiare l’eventualità di questi nuovi
attacchi, che hanno portato anche alla morte di Ali Khamenei?
“Gli
iraniani stanno cercando luoghi sicuri, magari allontanandosi dalle
vicinanze di basi militari, uffici di polizia, ospedali, scuole,
palestre e da qualsiasi edificio di grandi dimensioni che potrebbe
diventare bersaglio dei bombardamenti. Molti stanno lasciando le
città per spostarsi verso le periferie o verso altre località
considerate meno pericolose. Tuttavia, sappiamo che già 174 città
sono state colpite dai raid americani e israeliani.
Anche
le comunicazioni sono diventate estremamente difficili. In Iran è in
corso un blackout quasi totale di internet, e questo rende molto
complicato avere notizie affidabili o contattare familiari e amici
dall’estero. In molti casi restano possibili solo comunicazioni
frammentarie all’interno del Paese, mentre per chi vive fuori
dall’Iran l’angoscia è aggravata proprio dall’impossibilità
di sapere con certezza come stiano i propri cari.
La
popolazione, dopo la guerra dei 12 giorni nel mese di giugno 2025,
iniziata da Israele, sapeva che avrebbe potuto verificarsi un nuovo
attacco, ma non immaginava una situazione di questa gravità e
ampiezza, tale da coinvolgere anche gli Stati Uniti”.
Può
aiutarci a ricordare come siamo arrivati a questa situazione?
Guardando alla storia recente e ai processi politici e sociali che
hanno modellato l’Iran, quali elementi e quali passaggi storici e
sociali hanno preparato il terreno per le tensioni attuali?
“L’Iran
di oggi è il risultato di un lungo percorso storico e politico. Dal
1979, con la rivoluzione islamica, il Paese è guidato da una élite
politico-religiosa che ha costruito un sistema teocratico, non
democratico. Da allora, il regime ha fondato la propria legittimità
su alcuni pilastri: il controllo interno, l’indipendenza dalle
potenze straniere, soprattutto occidentali, e una forte opposizione a
Israele e all’influenza americana nella regione.
Per
capire le tensioni attuali bisogna però guardare anche più
indietro. Nella memoria politica iraniana pesa ancora il colpo di
Stato del 1953 contro il governo di Mossadeq, sostenuto da potenze
straniere e CIA, così come il lungo sostegno occidentale allo Shah
Mohammad Reza Pahlavi. Dopo il 1979, questa esperienza ha rafforzato
l’idea che l’Iran dovesse difendersi da ogni ingerenza esterna
che si occidente che oriente.
Un
altro passaggio decisivo è stata la guerra tra Iran e Iraq dal 1980
al 1988, che ha segnato profondamente lo Stato e la società. Da quel
conflitto sono usciti rafforzati l’apparato militare e di
sicurezza, in particolare i Pasdaran (Guardie rivoluzionarie), che
oggi non rappresentano solo una forza armata, ma anche un centro di
potere politico, economico e ideologico molto influente.
Negli
anni successivi, l’Iran ha cercato di consolidare la propria
influenza regionale sostenendo diversi attori alleati in Medio
Oriente, come Hezbollah in Libano e gruppi sciiti in Iraq. Questa
strategia è stata presentata dal regime come uno strumento di difesa
e di deterrenza, ma ha anche aumentato le tensioni con Israele, con
gli Stati Uniti e con altri attori regionali. In questo quadro si
inserisce anche la questione dell’energia nucleare uso civile, che
per Teheran rappresenta un diritto sovrano e un simbolo di
indipendenza, mentre per i suoi avversari è diventata una fonte
permanente di allarme e conflitto.
Sul
piano interno, però, l’Iran arriva a questa fase in una condizione
di grande fragilità. Anni di cattiva gestione, corruzione,
repressione e isolamento internazionale hanno indebolito
profondamente il Paese. Le sanzioni hanno aggravato una crisi
economica già pesante, colpendo soprattutto la popolazione:
inflazione, disoccupazione, svalutazione della moneta, impoverimento
del ceto medio e crescente difficoltà ad accedere a beni essenziali.
L’uscita unilaterale dell’amministrazione Trump dall’accordo
sul nucleare, il JCPOA, nel 2018, e l’imposizione di nuove sanzioni
hanno peggiorato ulteriormente la situazione.
Allo
stesso tempo, la società iraniana è cambiata profondamente. Oggi
esiste una distanza sempre più evidente tra il potere e una
popolazione giovane, istruita, urbanizzata, che chiede libertà,
diritti, dignità e un futuro diverso. Negli ultimi anni la società
civile non è mai rimasta immobile: ci sono state numerose proteste,
nate per ragioni economiche, politiche e sociali, quasi sempre
represse con violenza. Questo dimostra che, già prima della guerra,
il Paese viveva una forte tensione interna”.
In
questo momento di grande preoccupazione e cambiamento, cogliamo che
nelle città iraniane ci sono sentimenti contrastanti tra la
popolazione, tra attese di trasformazione e timori per il futuro.
Come interpreta questo clima sociale e quali effetti può avere sulla
vita quotidiana e sulle dinamiche comunitarie?
“Sì,
oggi tra gli iraniani convivono sentimenti molto contrastanti. Da una
parte, soprattutto all’inizio, alcuni hanno pensato che questo
attacco potesse aprire la strada alla fine dell’autorità della
Repubblica islamica dell’Iran. C’era quindi, in una parte della
popolazione, l’idea che potesse rappresentare l’inizio di un
cambiamento. Dall’altra parte, però, è diventato subito chiaro
che non si tratta di una soluzione immediata e che la guerra potrebbe
continuare per settimane o addirittura mesi. Questo sta generando
paura, angoscia e grande preoccupazione anche tra coloro che, in un
primo momento, potevano aver visto con favore un attacco militare.
Soprattutto
ora che vediamo colpiti anche molti luoghi civili e che migliaia di
persone hanno perso la vita, il clima sociale è segnato da shock,
insicurezza e smarrimento. La vita quotidiana è sconvolta: le
famiglie cercano luoghi più sicuri, molte persone lasciano le città,
le comunicazioni sono difficili e cresce un forte senso di
precarietà. Tutto questo incide profondamente anche sulle dinamiche
comunitarie, perché aumenta la paura, ma allo stesso tempo rafforza
in molti casi la solidarietà tra parenti, vicini e reti locali di
aiuto.
Il
punto più doloroso è proprio questo: molti iraniani desiderano la
fine di questo regime, ma allo stesso tempo si trovano davanti a una
realtà in cui, nel pieno dei bombardamenti e dell’aggressione
militare, l’unica struttura che appare ancora in grado di reagire e
organizzare una risposta è proprio lo Stato esistente. Questa
contraddizione produce un sentimento collettivo molto complesso,
fatto insieme di speranza di cambiamento, paura della distruzione e
incertezza profonda sul futuro”.
Quali
spiragli di de-escalation si possono intravvedere per cambiamenti
democratici e partecipazione della società iraniana? Possiamo
individuare segnali concreti di evoluzione e pace per il popolo
iraniano?
“In
questo momento, con il Paese sotto le bombe, è molto difficile
parlare di spazi reali di de-escalation, di partecipazione
democratica e persino della sopravvivenza stessa della società
civile. La priorità immediata, oggi, è fermare la guerra e
proteggere la popolazione civile. Senza un cessate il fuoco e senza
garanzie minime di sicurezza, è difficile immaginare un percorso
concreto di evoluzione democratica.
Prima
della guerra, però, la società civile iraniana era tutt’altro che
passiva. Molti attivisti, movimenti e reti indipendenti continuavano
a chiedere diritti, libertà e maggiore partecipazione politica,
nonostante la repressione. Esisteva quindi una domanda reale di
cambiamento, che veniva dalla società e non dal potere.
In
questo quadro, alcuni attivisti avevano anche cercato di richiamare
l’attenzione della comunità internazionale sul principio della
“Responsibility to Protect”, cioè la responsabilità di
proteggere le popolazioni civili da atrocità di massa. Come R2P che
si tratta di un principio politico internazionale riconosciuto dalle
Nazioni Unite. Ma
proprio quando è stata inviata la richiesta di giustizia per il
massacro di migliaia di iraniani durante la repressione dell’8 e 9
gennaio da parte delle autorità iraniane contro i manifestanti, la
mattina seguente, il 28 febbraio, Israele ha attaccato l’Iran,
interrompendo la possibilità di una soluzione pacifica.
Oggi,
tuttavia, la guerra rischia di schiacciare tutto: la società civile,
le possibilità di organizzazione dal basso e ogni prospettiva di
trasformazione pacifica. Per questo gli eventuali spiragli di pace e
di cambiamento democratico passano prima di tutto dalla fine delle
ostilità, dalla protezione dei civili e dalla riapertura di uno
spazio politico in cui gli iraniani possano tornare a esprimersi
liberamente e decidere del proprio futuro”.
Negli
ultimi tempi, le donne in Iran hanno vissuto profonde trasformazioni
tra restrizioni e lotte per l’emancipazione e la partecipazione
civile. Qual è oggi il loro ruolo nella società iraniana, e in che
modo continuano in questi giorni a combinare resistenza e
protagonismo sociale?
“Come
dicevo, quando c’è una guerra tutte le rivendicazioni sociali e
politiche passano inevitabilmente in secondo piano, perché la
priorità immediata, per donne e uomini, diventa salvare vite umane e
aiutare chi si trova sotto i bombardamenti. In questo momento, anche
per le donne iraniane, la prima forma di resistenza è proteggere le
persone, sostenere le famiglie e tenere unite le comunità in una
situazione di estremo pericolo.
Questo
però non significa che il loro protagonismo si sia fermato. Al
contrario, le donne continuano a essere una parte fondamentale della
società iraniana e della sua capacità di resistere. Negli ultimi
anni hanno avuto un ruolo centrale nelle richieste di libertà,
dignità, diritti e partecipazione civile, e questa forza non è
scomparsa. Oggi si esprime in forme diverse, più legate alla
sopravvivenza, alla solidarietà e al sostegno reciproco, ma resta un
elemento essenziale della società civile iraniana.
Quindi,
anche in questi giorni drammatici, le donne non sono affatto assenti:
semplicemente, la loro resistenza assume innanzitutto la forma della
cura, della protezione e della presenza attiva accanto a chi soffre”.
Di
fronte alla situazione in Medio Oriente e in Iran, domenica scorsa
Papa Leone XIV all’Angelus ha lanciato un appello accorato alla
pace e alla responsabilità morale, sottolineando il ruolo del
dialogo e della diplomazia per una convivenza fondata sulla
giustizia. Quale contributo possiamo dare come cristiani e come
europei per imparare a costruire dialogo e percorsi di pace?
“Credo
che ogni essere umano, a prescindere dalla religione, dall’etnia o
dal gruppo a cui appartiene, debba alzare la voce e condannare questa
guerra, che sta togliendo la vita e la dignità a persone innocenti,
vittime di poteri che sembrano guardare soltanto ai propri interessi
politici. Pensiamo alla scuola di Minab, dove sono stati uccisi sotto
le bombe statunitensi, causando l’uccisione di 175 studenti tra i 7
e i 12 anni.
Come
cristiani, ma anche più in generale come cittadini europei, il
contributo più importante che possiamo dare è non restare
indifferenti: difendere il valore della vita umana, chiedere con
forza il cessate il fuoco, sostenere il dialogo, la diplomazia e ogni
iniziativa capace di fermare l’escalation. Parlare di pace non
significa restare neutrali davanti alla sofferenza, ma scegliere di
stare dalla parte delle vittime, dei civili, delle famiglie colpite,
di chi perde tutto sotto le bombe.
In
Iran vive anche una minoranza cristiana storicamente riconosciuta
dallo Stato, che ha persino una propria rappresentanza parlamentare.
Anche loro, in questo momento, come tutti gli altri cittadini
iraniani, sono sotto le bombe e rischiano la vita. Questo ci ricorda
che la guerra non distingue e che il dolore colpisce intere comunità,
senza differenze di fede.
Per
questo costruire dialogo e percorsi di pace significa, prima di
tutto, riconoscere l’umanità dell’altro, rifiutare la logica
della guerra come soluzione e sostenere con coraggio una giustizia
che non sia vendetta, ma protezione della vita, dei diritti e della
dignità di tutti”.
Guardando
al futuro, quali scenari individua per la società iraniana? Esistono
possibilità concrete che possano indicare vie alternative alla
violenza e all’incertezza politica, economica e sociale, magari
rendendo protagoniste le nuove generazioni?
“Sì,
ma solo se la guerra finirà. Quello che stava accadendo in Iran, con
la resistenza del popolo che continuava nonostante un prezzo
altissimo in termini di repressione, è stato bruscamente interrotto
dalle bombe americane e israeliane. A questo si aggiunge il peso
devastante delle sanzioni economiche, che da anni ricade soprattutto
sulle spalle della popolazione.
L’Iran
resta però un Paese con una società molto viva, in gran parte
composta da giovani: l’età media è bassa e parliamo di una
popolazione di circa 90 milioni di persone. Proprio per questo,
stabilità economica e sicurezza sociale sarebbero condizioni
fondamentali per permettere alle nuove generazioni di costruire un
futuro diverso e diventare protagoniste del cambiamento.
Oggi,
però, il Paese si trova in una fase molto oscura. Non sappiamo
quanto durerà questa guerra, né quanto resterà da ricostruire se
il conflitto continuerà ancora. Il rischio è che le conseguenze
siano così profonde da compromettere per anni ogni prospettiva di
rinascita. E c’è anche il timore che, come è avvenuto in altri
Paesi della regione, una parte importante delle nuove generazioni sia
costretta a partire, senza più voler tornare.
Tutto
dipenderà quindi da come andrà questa guerra e da ciò che resterà
del Paese sul piano umano, sociale ed economico. Ma una cosa è
certa: tra i giovani iraniani esiste ancora, ed è molto forte, la
volontà di ricostruire il proprio Paese e di immaginare un futuro
diverso, libero dall’attuale regime”.
