Quando penso alla lunga e feconda vita del professore Francesco Paolo Casavola, tornato la scorsa
notte al Padre (avrebbe compiuto novantacinque anni tra qualche giorno), non riesco a non associargli,
quale “cifra” sintetica della sua personalità, l’attributo di “Maestro”.
Un attributo che, almeno in campo universitario, è talvolta utilizzato con eccessiva larghezza, ma che gli si addice come a pochissimi altri.
Un attributo che, almeno in campo universitario, è talvolta utilizzato con eccessiva larghezza, ma che gli si addice come a pochissimi altri.
Maestro in senso etimologico, nel senso di “colui che sta sopra, che è superiore”: difficile accostarsi al
prof. Casavola senza percepire tale qualità, anche se egli faceva di tutto per non deprimere e intimorire
gli altri, per stare al livello del suo interlocutore, fosse uno studente, un collega, un amico d’infanzia. Ed
è per tale ragione che, in questo mio ricordo, da adesso userò non l’impersonale, ma il tu dialogico.
Caro Franco, sei stato Maestro anche, e soprattutto,perché capace di tenere insieme al massimo grado, quasi sovrapponendoli costantemente, pensiero e azione, volontà ed efficacia operativa. Una caratteristica rara tra gli umani (non a caso considerata, nella sua pienezza, fuori della nostra portata: ricordiamo il Poeta, “vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole”), dunque ancora di più da sottolineare, valorizzare e, nei limiti del possibile, imitare. I colleghi e gli amici che intitolarono “Armata sapientia” il volume dedicato ai tuoi novant’anni vollero proprio, oltre che tributarti il giusto omaggio in quanto giusromanista, sottolineare questa tua straordinaria qualità.
Caro Franco, sei stato Maestro anche, e soprattutto,perché capace di tenere insieme al massimo grado, quasi sovrapponendoli costantemente, pensiero e azione, volontà ed efficacia operativa. Una caratteristica rara tra gli umani (non a caso considerata, nella sua pienezza, fuori della nostra portata: ricordiamo il Poeta, “vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole”), dunque ancora di più da sottolineare, valorizzare e, nei limiti del possibile, imitare. I colleghi e gli amici che intitolarono “Armata sapientia” il volume dedicato ai tuoi novant’anni vollero proprio, oltre che tributarti il giusto omaggio in quanto giusromanista, sottolineare questa tua straordinaria qualità.
Una qualità che tu hai applicato in ogni campo nel quale ti è toccato di operare: nella vita accademica,
certamente, ma altresì nell’associazionismo cattolico (in tanti ti ricordiamo, all’inizio degli anni Ottanta,
come primo presidente del Meic, il Movimento ecclesiale di impegno culturale che succedette agli
antichi “Laureati cattolici” grazie all’impegno del traghettatore Romolo Pietrobelli) e nei numerosi
incarichi istituzionali: giudice e poi presidente della Corte costituzionale, presidente dell’Enciclopedia
Treccani e del Comitato nazionale di bioetica, Garante dell’editoria, e così via.
Dei tuoi itinerari e dei contributi che hai dato al nostro Paese mi limito ora a riprenderne uno: quello della nozione di laicità, da te studiata sotto il profilo storico, approfondita sotto il profilo storicocostituzionale, applicata nell’esperienza vissuta alla Corte costituzionale, “interpretata” quale habitus ordinario nella qualità di presidente del Comitato nazionale di bioetica. Una laicità inclusiva, che non significa indifferenza dello Stato rispetto alle religioni, ma capacità di riconoscere il significato e il valore dell’esperienza religiosa: non a caso Leopoldo Elia definì la “sentenza Casavola” n. 203 del 1989 della Corte costituzionale una sentenza-simbolo. La tua preoccupazione era quella di esorcizzare l’uso strumentale della fede, di una qualunque fede religiosa: e Dio sa quanto oggi questa preoccupazione sia di cogente attualità.
Dei tuoi itinerari e dei contributi che hai dato al nostro Paese mi limito ora a riprenderne uno: quello della nozione di laicità, da te studiata sotto il profilo storico, approfondita sotto il profilo storicocostituzionale, applicata nell’esperienza vissuta alla Corte costituzionale, “interpretata” quale habitus ordinario nella qualità di presidente del Comitato nazionale di bioetica. Una laicità inclusiva, che non significa indifferenza dello Stato rispetto alle religioni, ma capacità di riconoscere il significato e il valore dell’esperienza religiosa: non a caso Leopoldo Elia definì la “sentenza Casavola” n. 203 del 1989 della Corte costituzionale una sentenza-simbolo. La tua preoccupazione era quella di esorcizzare l’uso strumentale della fede, di una qualunque fede religiosa: e Dio sa quanto oggi questa preoccupazione sia di cogente attualità.
Abbiamo spesso ammirato la tua schiena diritta: nella chiesa italiana, anche in stagioni in cui non era
facile tenerla; nelle istituzioni, dove il potente di turno sapeva di potere contare sulla tua lealtà
istituzionale, ma anche di non poterti chiedere servilismi o ipocrisie; nella vita di famiglia, con le gioie
che essa comporta e anche con le tristezze e sofferenze che possono sopraggiungere.
Troppe cose abbiamo fatto insieme perché si possano qui ricordare, ma almeno una vorrei segnalarla.
Troppe cose abbiamo fatto insieme perché si possano qui ricordare, ma almeno una vorrei segnalarla.
Nel 2006, alla vigilia di un referendum costituzionale, ti chiesi di partecipare a un affollato convegno che
il Meic aveva dedicato al tema della Costituzione, nella sede della Treccani. Anche in quell’occasione
non mi dicesti di no e ricordo la parte finale del tuo intervento: dopo avere nettamente preso le distanze
da quella sedicente riforma, aggiungesti una riflessione ancora oggi illuminante. Qualora, dopo avere
respinto la revisione costituzionale, un processo riformatore dovesse essere ripreso, a tuo parere
occorreva “stabilire nel Paese un clima di serenità emotiva e di informazione corretta sulle grandi
questioni costituzionali. Quanto sta accadendo da qualche decennio in Italia non favorisce la nostra
educazione politica e tanto meno quello che si usa chiamare patriottismo costituzionale”. Parole che
aiutano anche oggi, vent’anni dopo.
Ora che sei “andato avanti”, voglio ricordarti in chiusura una delle tue abitudini che più mi hanno sempre colpito. Non c’era occasione (convegno, seminario, incontro tra amici) in cui tu, facendo applicazione di quell’ironia affettuosa che ti contraddistingueva, non disseminassi attorno a te, agli amici più cari (ne conservo ancora alcuni!), quei tuoi celebri bigliettini nei quali commentavi la situazione, l’oratore, il contesto: con pochi tratti, senza erudizione ma mettendo a profitto la tua cultura immensa, davi il senso di un evento, con lievità pari soltanto alla profondità e all’acume che in essi dispensavi.
Ecco, carissimo Franco, ti immagino a disseminare il Paradiso dei tuoi “pizzini”: so bene che mi risponderesti che, là dove sei, “neque nubent, neque nubentur”, ma ugualmente penso che anche agli “angelis Dei in caelo” farebbero tanto, tanto piacere.
Ora che sei “andato avanti”, voglio ricordarti in chiusura una delle tue abitudini che più mi hanno sempre colpito. Non c’era occasione (convegno, seminario, incontro tra amici) in cui tu, facendo applicazione di quell’ironia affettuosa che ti contraddistingueva, non disseminassi attorno a te, agli amici più cari (ne conservo ancora alcuni!), quei tuoi celebri bigliettini nei quali commentavi la situazione, l’oratore, il contesto: con pochi tratti, senza erudizione ma mettendo a profitto la tua cultura immensa, davi il senso di un evento, con lievità pari soltanto alla profondità e all’acume che in essi dispensavi.
Ecco, carissimo Franco, ti immagino a disseminare il Paradiso dei tuoi “pizzini”: so bene che mi risponderesti che, là dove sei, “neque nubent, neque nubentur”, ma ugualmente penso che anche agli “angelis Dei in caelo” farebbero tanto, tanto piacere.


