In un'epoca segnata da crescenti tensioni geopolitiche, polarizzazioni e conflitti, il Mare Mediterraneo appare spesso come uno spazio di frattura piuttosto che di incontro. Eppure, la storia e la vocazione profonda di questo "mare tra le terre" raccontano una storia diversa. Giorgio La Pira amava definire il Mediterraneo come un grande «lago di Tiberiade»: un luogo d'elezione per le tre grandi religioni abramitiche e culla spirituale di una pluralità di culture — dalla filosofia greca alla scienza ionica, dal diritto romano alla matematica araba — che hanno forgiato la civiltà umana.
A partire dalla sua profonda "mediterraneità" e da una straordinaria intuizione "profetica", La Pira è riuscito a tradurre la visione teologica in una prassi politica originale. Con l'invenzione della "diplomazia delle città" e l'esperienza storica dei Colloqui Mediterranei a Firenze, dimostrò che le comunità locali e le Chiese potevano farsi piazze neutrali di dialogo e che la pace si costruisce dal basso, unendo i popoli a partire dai territori. Un'intuizione che trova oggi nuova linfa ed espressione in appuntamenti cruciali come l'evento nazionale dell'Azione Cattolica “Orizzonti Mediterranei. Abitare la fraternità per una cultura del dialogo” tenutosi dal 30 luglio al 2 agosto, crocevia simbolico tra Oriente e Occidente, per rilanciare la corresponsabilità, l'ecumenismo e la centralità della fraternità vissuta nelle nostre città.
Attraverso questa intervista alla Presidente della Fondazione “Giorgio La Pira” la Professoressa Patrizia Giunti, docente di Diritto romano e fondamenti del diritto europeo presso l’Università degli Studi di Firenze, si esplora l'attualità del pensiero lapiriano di fronte alle grandi sfide contemporanee: dalla necessità imperativa del dialogo interculturale alle politiche d'accoglienza per superare la retorica dell'emergenza migratoria, fino alla ricerca di un linguaggio e di un'educazione capaci di disarmare le coscienze e costruire una vera "civiltà della pace" sul nostro crinale apocalittico.
Giorgio La Pira definiva il Mediterraneo come un grande «lago di Tiberiade», luogo d'incontro per le tre grandi religioni abramitiche e culla di una comune eredità spirituale e storica. In un contesto attuale spesso segnato da tensioni geopolitiche e polarizzazioni, in che modo la prospettiva spirituale e "profetica" di La Pira può offrire strumenti concreti per trasformare il Mediterraneo da mare di conflitti e divisioni a laboratorio per una reale "fraternità vissuta"?
La visione mediterranea di La Pira, riflessa in quell’immagine che gli era particolarmente cara e che ne è divenuta il simbolo,“il grande lago di Tiberiade”, coglie il cuore della vocazioneteologale di questo mare tra le terre, secondo l’etimologia della parola, “lago” verso il quale affluiscono le genti alla ricerca di una prospettiva di senso nel loro vivere diversi ma insieme: la grande famiglia abramitica, le tre fedi monoteiste che hanno la responsabilità di riconoscere la comune discendenza da Abramo per abitare la loro fraternità come “luogo” unificante i popoli che si affacciano sul Mediterraneo e vivono la feconda pluralità di questo mare, per millenni centro di irradiazione delle culture che hanno forgiato la civiltà dell’umano: il pensiero scientifico ionico, la filosofia greca, la matematica araba, il diritto di Roma antica. La visione di La Pira offre una messa a sintesi di questa complessità, resa possibile non soltanto dalla sua formazione culturale e spirituale ma ancor prima dalla sua mediterraneità profonda di bambino nato e cresciuto a Pozzallo, in quella punta meridionale della Sicilia che quasi tocca la costa magrebina.
In questo senso l’intuizione “profetica” di un Mediterraneo chiamato a farsi laboratorio di riconciliazione tra i popoli riuscì a tradursi in una originale costruzione di politica internazionale di cui furono vessillo i Colloqui Mediterranei, convocati a Firenze dal 1958 al 1964, con i quali La Pira raggiunse una capacità di sintesi ancora inedita tra consapevolezze culturali, riflessione teologica e prassi politica. Di questa intuizione “profetica” e della visione politica che ne nacque io credo che rimangano oggi, non soltanto l’amarezza del constatare i costi umani prodotti dall’averne disatteso nei decenni l’ispirazione di fondo ma anche la possibilità di affidarsi a due consapevolezze che ne sono il frutto.
Da un lato, l’urgenza non più disconoscibile del dialogo interreligioso come fonte di riconciliazione, tra i singoli e i popoli: un dialogo che negli anni ’50 e ‘60 vissuti da La Pira appariva come un traguardo lontano: ma per noi, dopo l’Incontroper la Pace tra i leader delle grandi religioni mondiali, convocatoad Assisi da Papa Giovanni Paolo II nel 1986; dopo la firma apposta congiuntamente da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad -al Tayyib, al Documento sulla fratellanzaumana per la pace mondiale e la convivenza comune, il 4 febbraio 2019, il dialogo tra fedi e culture diverse rappresenta uno strumento assolutamente nelle nostre mani: ma tocca a ciascuno di noi, individualmente e quotidianamente, avvertirne l’improrogabile necessità quale pratica di fraternità vissuta.
Dall’altro lato, l’urgenza non meno pressante di favorire processi di formazione professionale e culturale indirizzati ai giovani del Mediterraneo, per sottrarre gli adulti di domani al destino di odio, contrapposizione reciproca e violenza cui appaiono altrimenti già condannati. La Pira, storico dell’antichitàappassionato dai progressi della scienza e della tecnica, aveva immaginato un Politecnico del Mediterraneo, un progetto di università radicate nelle sole discipline scientifiche e tecnologiche, con sedi paritarie sulle due sponde del Mediterraneo, destinate ad accompagnare studenti delle diverse provenienze in un percorso comune, sì da favorire la crescita di una futura classe dirigente formatasi nei valori dell’amicizia e del riconoscimento reciproco. Un progetto che è stato ripreso, cui le voci più significative dell’associazionismo cattolico hanno dato un prezioso contributo e che è responsabilità di ognuno di noi, come cittadini europei consapevoli che la pace si costruisce tra i singoli prima che tra i governi, assecondare in tutte le sue potenzialità.
Uno dei contributi più originali di La Pira fu l'intuizione della diplomazia delle città e la promozione dei "Colloqui Mediterranei" a Firenze per unire i popoli partendo dai territori. Alla luce di eventi come quello di Bari, come si attualizza oggi questa intuizione lapiriana di mettere in rete le comunità locali, le diocesi e le società civili per incidere sulle politiche europee e mediterranee?
I Colloqui Mediterranei costituiscono un autentico spartiacque nella storia delle relazioni internazionali, rappresentando l’impegno per la pace nel Mediterraneo non più come un auspicio languido e sostanzialmente utopistico ma come un’autentica strategia politica. Ciò vale in particolare per il I Colloquio Mediterraneo, indetto nel 1958, nel cuore del conflitto per l’indipendenza dell’Algeria. La Pira chiamò a Firenze i rappresentanti del fronte di liberazione algerino e del governo francese, nemici in guerra, per dimostrare che si poteva esplorare anche un terreno diverso dallo scontro armato: il terreno del negoziato, del tavolo di confronto, dell’avvio di un dialogo.
In quel 3 ottobre 1958 ci saranno momenti di tensione estrema, il colloquio non riuscirà a decollare e politicamente il risultato mancherà ma c’è comunque un metodo nuovo, la diplomazia delle città, che finisce sotto i riflettori: la città che si fa soggetto attivo di una diplomazia dal basso, Firenze che si offre ad accogliere, non neutra ma neutrale, le parti in conflitto per immaginare una strategia risolutiva che abiti quella visione del Mediterraneo come “lago di Tiberiade” capace di assecondare l’istanza di pace tra i popoli.
Oggi, nel nostro mondo globalizzato che non ha confini ma è attraversato da lacerazioni inedite e gravissime, in cui i soggetti internazionali soffrono di disconoscimento e invisibilità, le singole comunità possono scoprirsi luogo dell’incontro e della riconciliazione. In questo senso merita ricordare l’esperienza del Consiglio dei Giovani del Mediterraneo, l’opera segno voluta dalla Conferenza Episcopale Italiana, a valle dei due convegni dei Vescovi del Mediterraneo svoltisi a Bari nel 2020 e a Firenze nel 2022. Con l’obiettivo di dare effettiva continuità allo spirito che aveva animato i due convegni dei Vescovi, nel segno dell’eredità di La Pira e della sua visione, in pari tempo teologale e politica, del Mediterraneo, il Consiglio accoglie poco meno di 40 giovani, designati dalle Conferenze episcopali e dai Sinodi delle Chiese orientali dell’area mediterranea, coinvolgendo territori situati sulle diverse sponde, fra Europa, Asia, Africa.
Accanto all’impegno sul piano ecclesiale, ecumenico, ai giovani delegati delle Chiese mediterranee si chiede un impegno fattivo per costruire, tra i giovani delegati stessi e nei rispettivi territori grazie alle attività del Consiglio, relazioni fraterne che siano ponti di dialogo e di ascolto tra singoli, comunità, popoli e culture: un modello di pacificazione dei cuori, dei singoli, delle comunità: la frontiera di pace del futuro.
In questa prospettiva, l’esperienza dei gemellaggi rappresenta una chiave progettuale fondamentale. Sull’esempio del gemellaggio tra l’Arcidiocesi di Brindisi- Ostuni e il Vicariato Apostolico di Beirut, siglato a Brindisi il 25 settembre 2025 a valle di una settimana di incontri nel segno delle comunità dell’accoglienza, il Consiglio dei Giovani si è dotato quest’anno di un protocollo che fa tesoro del gemellaggio già attivato e si pone come uno strumento dalla portata istituzionale.
Il protocollo crea un modello replicabile per i diversi gemellaggi dei quali il Consiglio si farà promotore, tra diocesi, realtà ecclesiali ma anche associazioni e realtà della società civile che potranno in tal modo porsi come soggetti di relazioni strutturate e stabili tra le diverse sponde del Mediterraneo. Il seme più piccolo, gettato nella terra buona, potrà generare frutti preziosi. Ad esso noi affidiamo la nostra speranza di futuro.
La Pira sosteneva fermamente che l'Europa e l'Occidente potessero ritrovare sè stessi solo aprendosi all'integrazione e al dialogo con i popoli del Mediterraneo, dell'Africa e del Medio Oriente. Quali indicazioni trarre dal suo pensiero per superare la retorica dell'emergenza sui flussi migratori e costruire, invece, una politica strutturale dell'accoglienza e integrazione fondata sulla giustizia sociale e sul bene comune condiviso? La Pira difendeva con forza il diritto delle persone a non dover abbandonare la propria terra a causa della miseria o delle guerre, mettendolo in parallelo con il dovere dell'accoglienza. Alla luce della retorica attuale che oscilla tra la chiusura dei confini e la gestione emergenziale dei flussi, in che modo noi contemporanei possiamo interpretare la lezione lapiriana nel bilanciare il diritto a migrare con il diritto a restare?
Ancora una volta è dall’esperienza dei Colloqui Mediterranei che dobbiamo muovere per recuperare le coordinate con le quali guardare alle grandi sfide del nostro tempo, delle quali il tema migratorio rappresenta il più drammatico e urgente.
Con la consapevolezza della centralità del Mediterraneo entro i nuovi scenari geopolitici e del ruolo che le tre fedi abramitiche possono svolgere nel loro reciproco dialogo, i Colloqui Mediterranei spostano il baricentro dell’agire di La Pira verso le grandi questioni internazionali: la decolonizzazione, l’approvvigionamento energetico, la partecipazione alle risorse. In un contesto internazionale diviso in blocchi e tutto costruito sulla narrazione dell’asse Est – Ovest, La Pira destruttura il modello e mette al centro l’asse Nord – Sud del mondo e scopre il grande tema dei paesi in via di sviluppo, dell’impegno per la cooperazione, della priorità politica di garantire la giustizia sociale, e non lo sfruttamento predatorio delle risorse petrolifere, ai popoli che vivevano la loro emancipazione coloniale: processi fondamentali in vista della costruzione di relazioni autentiche con i nuovi soggetti nazionali, chiamati ad essere i protagonisti del domani.
Il III Colloquio Mediterraneo, indetto per il maggio 1961 e intitolato “L’idea del Mediterraneo e l’Africa Nera” pone l’accento sul ruolo affidato ai popoli dell’Africa sub-sahariana. Nel suo discorso di apertura, il 19 maggio 1961, dirà tra l’altro il sindaco La Pira: “E’ per questo, amici Africani, che siamo tenuti a mutare profondamente le strutture invecchiate della società ed a strutturare l’economia, la società e lo stato, in modo tale da elevare i nostri popoli a quei livelli di giusto benessere, di scienza, di cultura, di bellezza, di contemplazione (religiosa ed artistica) e di pace (interna ed internazionale) che sono i soli livelli storici proporzionati al destino infinito ed alla infinita dignità della persona umana”.
Oggi dobbiamo partire dalla consapevolezza che le migrazioni appartengono alla storia dell’umanità, esprimono il bisogno vitale dell’uomo di inseguire ideali di libertà e di crescita. Nel nostro mondo globalizzato e iperconnesso, che vive crisiumanitarie a sfondo climatico e bellico (gli oltre cento conflitti attivi di cui ci ha parlato papa Leone) i processi migratori non possono essere affrontati costantemente con la logica dell’emergenza e la retorica della paura, ma devono uscire dall’agenda della contrapposizione partitica, motore di un consenso elettorale tanto strumentale quanto labile, per divenire piattaforma di una costruzione politica condivisa con al centro il principio della solidarietà, che guardi al tema del lavoro, alla costruzione di corridoi umanitari per i soggetti che abitano le situazioni a più drammatica evidenza di violazione dei diritti fondamentali, alla gestione organica e strutturata di modelli di integrazione e accoglienza, al monitoraggio vigile della società internazionale contro politiche predatorie che mirano alla desertificazione di aree del pianeta per insediarvi strutture di lusso o assicurarsi lo sfruttamento esclusivo di terre rare.
Nel suo viaggio a Malta, nell’aprile del 2022, disse Papa Francesco: “Il Mediterraneo ha bisogno di una corresponsabilità europea per diventare nuovamente teatro di solidarietà e non essere l’avamposto di un tragico naufragio di civiltà”.L’imperativo scandito dal Santo Padre, drammaticamente inevaso, ancora ci interpella come lama che taglia la nostra coscienza.
La Pira fu uno straordinario comunicatore della pace, capace di coinvolgere l'opinione pubblica ed eludere le censure diplomatiche dell'epoca per parlare direttamente ai popoli. In un ecosistema informativo contemporaneo frammentato, spesso polarizzato e orientato alla logica della contrapposizione rapida, con quali strumenti è possibile riproporre oggi una narrazione del Mediterraneo capace di formare le coscienze senza cedere alla semplificazione?
Sono sempre più numerose le testimonianze che ci ricordano come la prospettiva del baratro dell’orrore, della quale pensavamo di esserci liberati, sia in realtà tornata ad abitare la nostra quotidianità.
L’alternativa tra la pace o l’autodistruzione totale, il “crinale apocalittico” come amava definirlo La Pira, è di nuovo un’alternativa che ci pone di fronte all’urgenza di una scelta: ed è una scelta impegnativa perché la pace è dimensione complessa che esige la costruzione di una civiltà della pace, grazie al dialogo e nel rispetto della giustizia e della libertà, dei singoli e dei popoli. In un suo celebre discorso tenuto a Budapest, nel 1969, La Pira affermava: “Non si tratta solo di non fare la guerra: si tratta di trasformare qualitativamente la civiltà del mondo, passare da una civiltà costruita in vista della guerra ad un’altra civiltà costruita in vista della pace”.
Una civiltà costruita in vista della pace, diceva La Pira nel 1969. Per riprendere le parole del Segretario di Stato card. Parolin, nel suo intervento del 12 gennaio 2024 all’Accademia dei Lincei, potremmo dire “la pace come metodo, dell’azione diplomatica, attraverso il dialogo, il rispetto, l’inclusione, e la pace come traguardo”.
La pace come traguardo, da inseguire perché oggi è la guerra ad avere riconquistato il centro della scena e della legittimazione politica ma soprattutto culturale. È la civiltà della guerra, come la chiamava La Pira. La guerra è stata rivalutata e rappresenta non più soltanto una necessità dolorosa, ineliminabile per la sicurezza, ma si pone come opzione accreditata anche sul piano etico, perché la narrazione ricorrente ci dice che la pace si può avere solo dopo l’annientamento militare dell’altro. La guerra è protagonista della nostra quotidianità e come non si stanca di ripetere il card. Pizzaballa, si tratta anche, e io aggiungerei in primo luogo, di un problema di linguaggio.
Nella società della comunicazione, quale noi siamo, il linguaggio pieno di aggressività e di odio veicolato dai social, che esprime un bisogno di vendetta, così come le immagini che descrivono con compiacimento la violenza più brutale sul corpo dell’altro, sono esse stesse strumento di guerra, il più pervasivo e pericoloso perché totalmente privo di controllo. La rete tecnologica, salutata quale straordinario motore di cittadinanza digitale a partecipazione diretta e diffusa, viene adesso alimentando preoccupazioni crescenti per il suo atteggiarsi a strumento di condizionamento e di controllo: voce della post-verità, fonte di manipolazioni, negazione della dignità dell’umano.
Non si tratta certo di immaginare una forma di resistenza di retrovia, peraltro totalmente inattuabile, nei confronti dei social e dei loro schemi antagonistici. Ma sicuramente attiene alla responsabilità di ciascun cristiano avvertire il dovere della comunicazione educativa, del contributo alla formazione di coscienze pensanti, sottraendosi alle modalità tanto polarizzate quanto impoverite, forzatamente semplificate per l’incapacità di accogliere prospettive dialettiche capaci, se non di risolvere, almeno di esprimere la complessità che sottende le categorie del pensiero. Mai come in questo caso si tratta di un problema che mette al centro la responsabilità del singolo e la sua affermazione di libertà: per il cristiano, un imperativo non eludibile
