
«La
povertà è la più grande sfida per la pace. È una ferita aperta
nella società. Non è solo una condizione economica, ma nega la
dignità e alimenta ingiustizia, violenza e sfiducia. Il Sud Sudan è
ricco di risorse: petrolio, minerali preziosi, terre rare. Ma la sua
popolazione è condannata a vivere nella miseria, derubata della vita
stessa». Christian Carlassare, 48 anni, è il vescovo di Bentiu, in
Sud Sudan, dove è in corso una crisi umanitaria dimenticata e la
violenza ha raggiunto picchi mai visti. Comboniano, originario della
provincia di Vicenza e diocesi di Padova, consacrato vescovo nel
2022, il missionario rimase ferito in un attentato a Rumbek nel 2021.
Mentre le grandi potenze sembrano guardare altrove e l’Africa pare
sparita dai radar dei media, Carlassare testimonia «il fallimento
dello slogan “aiutiamoli a casa loro”: la casa è devastata, la
popolazione è sfollata nel proprio Paese, per il conflitto, il
cambiamento climatico e lo sfruttamento delle risorse». Bentiu
ospita diversi campi di sfollati: «il Paese non ha la capacità di
rispondere all’emergenza, le persone bisognose sono lasciate a loro
stesse e l’aiuto umanitario è sempre più messo in discussione da
una politica scettica e pessimista».
Oltre 60 gruppi etnici e 80 lingue costituiscono una grande ricchezza, ma anche una linea di faglia usata per alimentare la divisione: «C’è però un linguaggio comprensibile a tutti – dice il presule – quello del rispetto, dell’ascolto sincero, della compassione e della solidarietà: così ci capiamo, perché il cuore riconosce ciò che è umano».
In un contesto di instabilità e crisi politica come quello del Sud Sudan, si innestano facilmente il richiamo del sangue e della tribù: «Ma la fede è più forte – osserva –. Non una fede solo culturale e identitaria, o tribalista. Non la fede usata per il “noi contro loro”. Non la fede di ideologie e pratiche esteriori. Ma la fede evangelica del “riconosci nell’altro un fratello anche se non è dei tuoi”».
La Chiesa cattolica continua a tessere con pazienza e tenacia i fili del dialogo: «Per i vescovi dell’Africa, riconciliazione è il nuovo nome dell’evangelizzazione. Il Vangelo chiama a una vita riconciliata non solo con Dio ma anche con i fratelli non più ritenuti nemici». In Sud Sudan la Chiesa non è solo un’istituzione religiosa, ma «un organismo vivo dentro il tessuto sociale: attraverso parrocchie, catechisti e agenti pastorali, aiuta le persone a riscoprire la propria dignità, a vivere un’etica comune, a prendersi cura dei più deboli, a sostenersi l’un l’altro, a costruire una comunità più coesa e solidale».
L’aiuto
della Chiesa italiana con l’8xmille.
Attraverso
l’8x1000, la Chiesa italiana ha destinato quest’anno al Sud Sudan
16,5 milioni di euro per 58 progetti tra sanità, agricoltura, acqua,
istruzione ed educazione inclusiva: «La diocesi è chiamata a fare
causa comune con la gente e sostenerla in alcuni bisogni fondamentali
– spiega il presule –. Innanzitutto l’istruzione, intesa come
formazione umana integrale. Istruzione e fede vanno di pari passo,
perché senza acquisire una coscienza critica non si può essere né
cittadini né cristiani. Senza l’istruzione i giovani restano
prigionieri nel limbo dell’ignoranza e facilmente manipolabili dal
potere. Poi la cura del trauma, promuovendo scelte di perdono e di
comunione, e l’attenzione alle persone e all’ambiente, degradato
dal conflitto e dall’inquinamento causato dallo sfruttamento
indiscriminato delle risorse. Un impegno per la giustizia, la pace e
la salvaguardia del creato». L’8x1000 in Sud Sudan si traduce
infine in sviluppo integrale: «La diocesi – spiega Carlassare –
sta cercando di mettere in moto economia circolare, progetti agricoli
e di promozione della donna». Quella della diocesi di Bentiu è una
pastorale «di frontiera: Abbiamo solo dieci preti. Grazie a numerosi
laici, che sono la spina dorsale della Chiesa del Sud Sudan,
riusciamo a raggiungere tutte le comunità». Una Chiesa non
clericalizzata, ma di fraternità: «Lunghe distanze, assenza dei
mezzi di comunicazione: le comunità rimangono isolate per lunghi
periodi di tempo. Rimaniamo sorpresi dalla fede e dalla resilienza
delle persone, dalla fiducia che ripongono in Dio». I giovani
rappresentano i tre quarti delle comunità di Bentiu: «Il Vangelo
riesce a parlare a loro, che cercano nella Chiesa uno spazio dove
potersi esprimere e perseguire i loro ideali», osserva Carlassare,
che al momento della sua elezione, nel 2021, era il più giovane
vescovo del mondo. Una Chiesa che sa testimoniare con il martirio:
comboniana era anche suor Maria De Coppi, della diocesi di Vittorio
Veneto, uccisa in Mozambico nel 2022, dopo una vita intera spesa in
missione, rimanendovi fino al sacrificio estremo. In Sud Sudan i
giovani «hanno la creatività di costruire vita in tante forme. Sono
semi di speranza» e modello per i coetanei che seguono con
preoccupazione le tensioni internazionali. A loro il vescovo parla
così: «Non aspettate che siano gli altri a creare condizioni
migliori. Il mondo non cambierà mai da sé. Siete voi il mondo in
cui vivete. La pace comincia nel vostro cuore, nelle relazioni, nelle
scelte quotidiane, nel coraggio di metterci la vita».
«Il mondo non è un posto sicuro dove vivere – conclude il vescovo –. Fame, malattie e conflitti colpiscono gran parte dell’umanità. Non possiamo più dirci stranieri a questa realtà e sostenere il nostro stile di vita alle spese delle altre popolazioni. Dobbiamo responsabilizzarci. In nome di Dio non possiamo passare oltre e voltare le spalle al fratello caduto nelle mani dei briganti».
