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Il vescovo Carlassare: «La povertà è la più grande sfida per la pace»

Per i vescovi dell’Africa, riconciliazione è il nuovo nome dell’evangelizzazione. Specie in Sud Sudan, dove è in corso una crisi umanitaria
16/03/2026 di Pasquale Ciuffreda
Christian Carlassare, 48 anni, è stato nominato da papa Francesco primo vescovo di Bentiu, in Sud Sudan, nel 2024 / Chiara Rossi

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«La povertà è la più grande sfida per la pace. È una ferita aperta nella società. Non è solo una condizione economica, ma nega la dignità e alimenta ingiustizia, violenza e sfiducia. Il Sud Sudan è ricco di risorse: petrolio, minerali preziosi, terre rare. Ma la sua popolazione è condannata a vivere nella miseria, derubata della vita stessa». Christian Carlassare, 48 anni, è il vescovo di Bentiu, in Sud Sudan, dove è in corso una crisi umanitaria dimenticata e la violenza ha raggiunto picchi mai visti. Comboniano, originario della provincia di Vicenza e diocesi di Padova, consacrato vescovo nel 2022, il missionario rimase ferito in un attentato a Rumbek nel 2021. Mentre le grandi potenze sembrano guardare altrove e l’Africa pare sparita dai radar dei media, Carlassare testimonia «il fallimento dello slogan “aiutiamoli a casa loro”: la casa è devastata, la popolazione è sfollata nel proprio Paese, per il conflitto, il cambiamento climatico e lo sfruttamento delle risorse». Bentiu ospita diversi campi di sfollati: «il Paese non ha la capacità di rispondere all’emergenza, le persone bisognose sono lasciate a loro stesse e l’aiuto umanitario è sempre più messo in discussione da una politica scettica e pessimista».

Oltre 60 gruppi etnici e 80 lingue costituiscono una grande ricchezza, ma anche una linea di faglia usata per alimentare la divisione: «C’è però un linguaggio comprensibile a tutti – dice il presule – quello del rispetto, dell’ascolto sincero, della compassione e della solidarietà: così ci capiamo, perché il cuore riconosce ciò che è umano».

In un contesto di instabilità e crisi politica come quello del Sud Sudan, si innestano facilmente il richiamo del sangue e della tribù: «Ma la fede è più forte – osserva –. Non una fede solo culturale e identitaria, o tribalista. Non la fede usata per il “noi contro loro”. Non la fede di ideologie e pratiche esteriori. Ma la fede evangelica del “riconosci nell’altro un fratello anche se non è dei tuoi”».

La Chiesa cattolica continua a tessere con pazienza e tenacia i fili del dialogo: «Per i vescovi dell’Africa, riconciliazione è il nuovo nome dell’evangelizzazione. Il Vangelo chiama a una vita riconciliata non solo con Dio ma anche con i fratelli non più ritenuti nemici». In Sud Sudan la Chiesa non è solo un’istituzione religiosa, ma «un organismo vivo dentro il tessuto sociale: attraverso parrocchie, catechisti e agenti pastorali, aiuta le persone a riscoprire la propria dignità, a vivere un’etica comune, a prendersi cura dei più deboli, a sostenersi l’un l’altro, a costruire una comunità più coesa e solidale».

L’aiuto della Chiesa italiana con l’8xmille.
Attraverso l’8x1000, la Chiesa italiana ha destinato quest’anno al Sud Sudan 16,5 milioni di euro per 58 progetti tra sanità, agricoltura, acqua, istruzione ed educazione inclusiva: «La diocesi è chiamata a fare causa comune con la gente e sostenerla in alcuni bisogni fondamentali – spiega il presule –. Innanzitutto l’istruzione, intesa come formazione umana integrale. Istruzione e fede vanno di pari passo, perché senza acquisire una coscienza critica non si può essere né cittadini né cristiani. Senza l’istruzione i giovani restano prigionieri nel limbo dell’ignoranza e facilmente manipolabili dal potere. Poi la cura del trauma, promuovendo scelte di perdono e di comunione, e l’attenzione alle persone e all’ambiente, degradato dal conflitto e dall’inquinamento causato dallo sfruttamento indiscriminato delle risorse. Un impegno per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato». L’8x1000 in Sud Sudan si traduce infine in sviluppo integrale: «La diocesi – spiega Carlassare – sta cercando di mettere in moto economia circolare, progetti agricoli e di promozione della donna». Quella della diocesi di Bentiu è una pastorale «di frontiera: Abbiamo solo dieci preti. Grazie a numerosi laici, che sono la spina dorsale della Chiesa del Sud Sudan, riusciamo a raggiungere tutte le comunità». Una Chiesa non clericalizzata, ma di fraternità: «Lunghe distanze, assenza dei mezzi di comunicazione: le comunità rimangono isolate per lunghi periodi di tempo. Rimaniamo sorpresi dalla fede e dalla resilienza delle persone, dalla fiducia che ripongono in Dio». I giovani rappresentano i tre quarti delle comunità di Bentiu: «Il Vangelo riesce a parlare a loro, che cercano nella Chiesa uno spazio dove potersi esprimere e perseguire i loro ideali», osserva Carlassare, che al momento della sua elezione, nel 2021, era il più giovane vescovo del mondo. Una Chiesa che sa testimoniare con il martirio: comboniana era anche suor Maria De Coppi, della diocesi di Vittorio Veneto, uccisa in Mozambico nel 2022, dopo una vita intera spesa in missione, rimanendovi fino al sacrificio estremo. In Sud Sudan i giovani «hanno la creatività di costruire vita in tante forme. Sono semi di speranza» e modello per i coetanei che seguono con preoccupazione le tensioni internazionali. A loro il vescovo parla così: «Non aspettate che siano gli altri a creare condizioni migliori. Il mondo non cambierà mai da sé. Siete voi il mondo in cui vivete. La pace comincia nel vostro cuore, nelle relazioni, nelle scelte quotidiane, nel coraggio di metterci la vita».

«Il mondo non è un posto sicuro dove vivere – conclude il vescovo –. Fame, malattie e conflitti colpiscono gran parte dell’umanità. Non possiamo più dirci stranieri a questa realtà e sostenere il nostro stile di vita alle spese delle altre popolazioni. Dobbiamo responsabilizzarci. In nome di Dio non possiamo passare oltre e voltare le spalle al fratello caduto nelle mani dei briganti».