«Chi ricerca, chi studia, chi cerca la verità, alla fine cerca Dio, incontrerà Dio, troverà Dio». Papa Leone XIV esordisce con questo saluto all’inizio della visita pastorale all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, tenutasi nella mattinata di giovedì 14 maggio.
Sono le parole che il pontefice pronuncia dopo essere stato accolto in un clima di entusiasmo e festa dalla rettrice Antonella Polimeni - insieme a vescovi, sacerdoti e autorità civili - e che risuonano nella Cappella universitaria, dove sosta per un momento di preghiera, prima di incontrare studenti e docenti negli spazi esterni e interni dell’ateneo, fondato per volontà di Papa Bonifacio VIII nel 1303.
A tutti, nel suo intervento nella sede del Rettorato nella Città universitaria, Leone parla «con cuore di pastore»: «I viali della città universitaria, che ho percorso per arrivare qui, sono attraversati quotidianamente da tanti giovani, abitati da sentimenti contrastanti. Vi immagino a volte spensierati, lieti della vostra stessa giovinezza che, anche in un mondo travagliato e segnato da terribili ingiustizie, vi consente di sentire che il futuro è ancora da scrivere e che nessuno ve lo può rubare». Studi, amicizie e incontri con i maestri del pensiero «sono promessa di ciò che può cambiare in meglio noi stessi, prima ancora che la realtà attorno a noi» perché «quando il desiderio di verità si fa ricerca, la nostra audacia nello studio testimonia la speranza di un mondo nuovo».
Il Papa riprende l’immagine dell’inquietudine di Sant’Agostino per ricordare che «molti giovani stanno male», a causa del «ricatto delle aspettative e dalla pressione delle prestazioni», e «di un sistema distorto, che riduce le persone a numeri esasperando la competitività e abbondandoci a spirali d’ansia»: «Non siamo la somma di quel che abbiamo – afferma Leone -, né una materia casualmente assemblata di un cosmo muto. Noi siamo un desiderio, non un algoritmo!». Parole che riecheggiano con particolare significato nel contesto dell’università, in un tempo in cui il sapere rischia di essere misurato solo in termini di produttività, rapidità e risultati.
Nel
suo discorso alla “Sapienza”, Leone riconosce il peso che grava
sulle nuove generazioni, in particolare di fronte a un mondo di
guerra: «La semplificazione che costruisce nemici va allora
corretta, specie in università, con la cura per la complessità e il
saggio esercizio della memoria. In particolare, il dramma del
Novecento non va dimenticato» ricorda il Papa, riprendendo «il
grido “mai più la guerra!”» dei predecessori e l’articolo 11
della Costituzione italiana per «un’alleanza spirituale con il
senso di giustizia che abita il cuore dei giovani, con la loro
vocazione a non chiudersi tra ideologie e confini nazionali».
La pace si conferma tema centrale per il suo magistero petrino, quando respinge con forza la crescita della spesa militare anche in Europa - «non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute» - e chiede che «lo studio, la ricerca, gli investimenti vadano nella direzione opposta» per «un radicale “sì” alla vita». Il monito per l’uso delle nuove tecnologie e l’eco dell’insegnamento di Papa Francesco con l’enciclica Laudato sì si fanno evidenti quando Leone invita a un fronte comune di impegno per l’ecologia e di responsabilità verso la Terra, i poveri e le generazioni future, purtroppo ancora inascoltato.
Dentro questo orizzonte si inserisce l’invito rivolto agli studenti della Sapienza a non lasciarsi paralizzare dalla crisi odierna e a «non cedere alla rassegnazione, trasformando invece l’inquietudine in profezia». Leone legge infatti il tempo del presente come una fase segnata dall’«implosione di un paradigma possessivo e consumistico», ma proprio per questo aperta alla possibilità di un nuovo inizio. Ai giovani affida allora un compito preciso: «studiate, coltivate, custodite la giustizia» per essere insieme «artigiani della vera pace: pace disarmata e disarmante, umile e perseverante», costruita attraverso la concordia tra i popoli e la custodia della Terra.
Agli studenti allora domanda «intelligenza e audacia» per aiutare «a ristabilire un autentico orizzonte di senso», ai docenti la fiducia negli studenti, coltivando «un proficuo contatto con le menti e i cuori dei giovani», ricordando che «insegnare è una forma di carità quanto deve esserlo soccorrere un migrante in mare, un povero per la strada, una coscienza disperata».
Alla comunità della Sapienza – che applaude e si alza in piedi alla fine dell’intervento del pontefice - Leone affida infine una visione alta del sapere, che «non serve solo a raggiungere scopi lavorativi, ma a discernere chi si è. Attraverso le lezioni, i tirocini, l’interazione con la città, le tesi, i dottorati, ogni studente può sempre trovare motivazioni nuove, mettendo ordine tra studio e vita, tra strumenti e fini».
La visita alla comunità universitaria ha assunto dunque i connotati di una nuova proposta di alleanza educativa tra Chiesa e università, fondata sulla ricerca della verità, sulla custodia della vita e sulla convinzione che il futuro non sia già perduto. In un mondo attraversato da guerre e disuguaglianze, Leone XIV lascia soprattutto ai giovani la responsabilità di immaginare e costruire un domani diverso. Non come spettatori disillusi del declino, ma come artigiani di pace e speranza.
