A cento anni dalla sua nascita (Roma, 20 febbraio 1926) rimangono attualissimi la testimonianza e il messaggio di Vittorio Bachelet. I traguardi per i quali si batté, nella Chiesa e nella società, sono oggi rimessi in discussione, dalla “scelta religiosa” all’indipendenza della magistratura.
Uomo di mitezza evangelica, Bachelet diede tutto se stesso nel servizio a cui fu chiamato: familiare, ecclesiale, educativo, politico, istituzionale. Durante la sua presidenza, l’Azione Cattolica Italiana approdò al nuovo Statuto ispirato al rinnovamento conciliare e nel dicembre 1976 fu nominato vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, in una delle fasi più turbolente della nostra Repubblica. Eppure, mai questi impegni gravosi lo fecero rinunciare all’insegnamento universitario del Diritto. Proprio alla Sapienza, dove teneva le sue lezioni, i terroristi delle Brigate Rosse lo uccisero il 12 febbraio 1980.
«Dialoghi» vuole riproporre la figura di Vittorio Bachelet attraverso i ricordi del figlio Giovanni, che ha accettato di rispondere alle nostre domande e che ringraziamo per la sua disponibilità. Già professore ordinario di Fisica ed ex deputato, Giovanni Bachelet è attualmente impegnato nel Comitato per il no al referendum sulla riforma costituzionale che prevede la separazione delle carriere dei magistrati.
Qual è il ricordo più vivido che ha di suo padre? Un gesto, una parola, un episodio...
Di cose belle da ricordare ce ne sono tante, ma se devo isolarne una dico il mio primo giorno di scuola alle elementari. Fu lui ad accompagnarmi. Era un papà molto tenero. Quando ti richiamava
per una qualche stupidaggine, lo faceva in modo così gentile che ti spiazzava e non riuscivi a replicare. L’amministrazione della “giustizia penale” era riservata a mia madre, che era insegnante e aveva più tempo per noi figli. Papà, invece, quando ero piccolo insegnava Diritto amministrativo alla Facoltà di Giurisprudenza di Pavia e, in più, aveva l’incarico di vicepresidente nazionale dell’Azione Cattolica che Giovanni XXIII gli aveva affidato nel 1959. Poi fu chiamato come professore ordinario dall’Università di Trieste e quasi contemporaneamente, nel 1964, Paolo VI lo nominò
presidente nazionale dell’Associazione, carica che mantenne fino al 1973. Perciò, nei giorni liberi dagli impegni accademici, specie le domeniche, andava in giro per le diocesi. Ma non ho il ricordo di un padre assente. Quando era a casa era tutto per noi.
E com’era Vittorio Bachelet marito?
La mia mamma, che adesso è ultracentenaria, la conobbe alla Fuci. Si sposarono che lui aveva 26 anni e mamma 28. Venivano entrambi da famiglie praticanti e credenti. La sorella maggiore di mamma, Adele, era suora; papà aveva due fratelli gesuiti, Adolfo e Paolo. Con mamma, più impulsiva e meno diplomatica di lui, l’intesa di papà era perfetta. Mia sorella e io abbiamo avuto nei nostri genitori un modello di coppia quasi inarrivabile. Non li abbiamo mai visti litigare e anche quando provavamo, come tutti i figli adolescenti, a isolarli per ottenere da uno qualcosa che l’altro non avrebbe concesso, scoprivamo che erano già d’accordo senza essersi parlati: un accordo forte, impossibile da intaccare.
Lei è stato – anzi, è – uno scout. E l’Azione Cattolica? L’ha mai frequentata? O forse pesava troppo l’ombra di suo padre?
No, è stato semmai il segno della sua larghezza di vedute. Papà riconosceva che in quegli anni nella nostra parrocchia l’Azione Cattolica non era un granché, molti miei amici o figli di amici di famiglia frequentavano gli scout, fu naturale per noi figli farne parte.
Che ricordo ha degli anni in cui suo padre fu presidente dell’Azione Cattolica?
Ricordo, ad esempio, gli allegri soggiorni estivi degli anni Sessanta in Val d’Aosta, a Dolonne, una frazioncina allora rurale di Courmayeur; noi stavamo in una casa che i proprietari – agricoltori
– ci affittavano durante le loro vacanze. A Dolonne veniva anche don Franco Costa, fatto vescovo nel 1963 da Giovanni XXIII poco prima di morire e poco dopo nominato assistente nazionale dell’Azione Cattolica dal nuovo papa Montini. C’erano poi il suo inseparabile segretario, don Franco Sibilla (in seguito vescovo di Savona e poi Asti), coetaneo dei miei e loro amico ai tempi della Fuci, e diverse altre famiglie di ex-fucini genovesi. Don Costa, per decenni assistente della Fuci, aveva formato quella e molte altre generazioni di fucini a uno stile di partecipazione consapevole alla vita della Chiesa che sarebbe diventato di tutti con il Concilio Vaticano II.
Ma sbaglia chi sostiene che, fra gli anni della guerra e l’elezione di papa Giovanni, papà e questi preti e amici fucini fossero in polemica con Gedda, presidente dell’Azione Cattolica sotto Pio XII; rappresentavano, semmai, una “enclave” di cultura, preghiera e progettualità civile ed ecclesiale conforme alla scuola di monsignor Montini (sincero antifascista fin dalla gioventù), assistente nazionale subito prima di don Costa, che dagli uffici della Segreteria di Stato garantiva di fronte a Pio XII una certa autonomia di movimento alla Fuci. Una élite cristiana che non rimpiangeva il passato e guardava al futuro della Chiesa e del Paese con intelligenza, gioia e speranza: uno sguardo ottimista e sicuro di sé che ho visto non solo in mio padre e in mia madre, ma perfino nella carissima nonna materna (a casa della quale abitavamo). Era entusiasta della pace, della ripresa post-bellica e delle novità di allora, come la televisione; una volta, ricevendo le amiche, disse «Non è vero che prima si stava meglio: noi siamo più vecchie e brutte, ma il mondo è più bello!».
Ma sbaglia chi sostiene che, fra gli anni della guerra e l’elezione di papa Giovanni, papà e questi preti e amici fucini fossero in polemica con Gedda, presidente dell’Azione Cattolica sotto Pio XII; rappresentavano, semmai, una “enclave” di cultura, preghiera e progettualità civile ed ecclesiale conforme alla scuola di monsignor Montini (sincero antifascista fin dalla gioventù), assistente nazionale subito prima di don Costa, che dagli uffici della Segreteria di Stato garantiva di fronte a Pio XII una certa autonomia di movimento alla Fuci. Una élite cristiana che non rimpiangeva il passato e guardava al futuro della Chiesa e del Paese con intelligenza, gioia e speranza: uno sguardo ottimista e sicuro di sé che ho visto non solo in mio padre e in mia madre, ma perfino nella carissima nonna materna (a casa della quale abitavamo). Era entusiasta della pace, della ripresa post-bellica e delle novità di allora, come la televisione; una volta, ricevendo le amiche, disse «Non è vero che prima si stava meglio: noi siamo più vecchie e brutte, ma il mondo è più bello!».
In tempi recenti si è tornato a polemizzare sulla scelta religiosa compiuta dall’Azione Cattolica sotto la guida di suo padre. La presidente del Consiglio all’ultimo Meeting di Rimini ha usato parole sprezzanti, parlando di decisione codarda e di chiusura nelle sagrestie. Lei che ne pensa?
Qualcuno deve averla consigliata male. La presidente, sia per età che per ambiente di formazione, non poteva conoscere di prima mano la storia dei cattolici negli anni Sessanta e Settanta. E poi lo
stesso movimento di Comunione e Liberazione non polemizza più su questa scelta, che appartiene a un’altra epoca ed è ormai acquisita da tutti. Forse c’è ancora, all’interno della chiesa italiana, qualcuno che rimpiange vecchi contrasti e cerca di seminare zizzania.
La nuova indicazione di «distinguere per non separare» l’impegno politico da quello ecclesiale, secondo la lezione di Jacques Maritain (rilanciata in Italia da Giuseppe Lazzati nel famoso contributo su «azione cattolica e azione politica»), veniva però all’Azione Cattolica direttamente da Giovanni XXIII e Paolo VI, che anche per questo scelsero mio padre e don Costa. L’azione politica è un dovere, da svolgere sotto la propria responsabilità, perché riguarda scelte a volte opinabili e inevitabilmente divide; l’Azione Cattolica è invece un impegno che si prende insieme a tutta la Chiesa, ed è un gran bene, per la Chiesa e per la politica, mantenere gli ambiti separati. Questa indicazione, in una democrazia molto giovane nella quale il sistema elettorale di tipo proporzionale aveva naturalmente favorito la nascita di un “partito cattolico”, rappresentava una svolta importante. Dopo il decisivo contributo alla vittoria della DC nel 1948, i “comitati civici” avevano infatti rischiato di trasformare l’Azione Cattolica in un “partito nel partito” con la pretesa di dettare in nome della Chiesa l’agenda politica. Ma la “scelta religiosa” non era certo un invito a chiudersi nelle sagrestie, semmai a prendersi, da laici adulti, le proprie responsabilità in politica senza tirare in ballo l’autorità della Chiesa, senza strumentalizzare il Vangelo per la lotta tra correnti e fazioni. Lo prova il fatto che dopo il Concilio e la “scelta religiosa” molti soci di Ac (oltre a mio padre) si sono generosamente impegnati in politica e nelle istituzioni, da Oscar Luigi Scalfaro a Romano Prodi, da Arturo Parisi a Rosy Bindi e tanti, tanti altri, a tutti i livelli. Questa impostazione, maturata nella Fuci già nell’anteguerra e trapiantata nell’Azione Cattolica da papà e don Costa per volontà dei due papi del Concilio, ha liberato l’Ac da inutili pesi, da attività collaterali ottime ma secondarie rispetto alla missione dell’evangelizzazione (come, ad esempio, il Centro Sportivo Italiano), e anche dall’ossessione delle grandi adunate per riportarla alla sua vocazione originaria. L’Associazione rinunciò deliberatamente al proprio precedente status di... ente parastatale cui rivolgersi per fini utilitaristici: la raccomandazione, il posto di lavoro e così via. Al contrario, più povera ma più libera da vincoli esterni (rinunciando anche ai finanziamenti degli Stati Uniti, che guardavano alla base associativa dell’Ac in chiave antisovietica), tornava alla sua missione originaria: il Vangelo.
Fu una scelta coraggiosa perché si era consapevoli che avrebbe portato a un calo degli iscritti.
Sì, però non fu la scelta di essere in pochi, che non è mai un valore, ma di tenere dentro solo quelli che avevano davvero voglia di pagarsi la tessera, rompendo un andazzo diffuso a quell’epoca anche nei partiti e nei sindacati.
Come reagiste a casa quando nel 1976 suo padre accettò la candidatura nelle liste della Democrazia Cristiana al Consiglio comunale di Roma, dove poi fu eletto?
Moro e Zaccagnini gli avevano offerto, inizialmente, la candidatura al Senato. Aveva fatto da tramite Franco Salvi, suo amico ex fucino bresciano ed ex partigiano, che faceva parte del Consiglio
nazionale della DC. Papà non era particolarmente attratto da quella prospettiva, mentre io e mia sorella eravamo entusiasti perché ci sembrava importante sostenere il rinnovamento della politica, che nella Democrazia Cristiana aveva in quegli anni i volti di Moro e Zaccagnini. Ma all’interno del partito c’erano divisioni e opposizioni. Così dal Senato la candidatura di papà scivolò alla Camera e, di qui, al Consiglio comunale di Roma. Papà avrebbe dovuto fare da capolista, ma alla fine la DC locale non gli propose nemmeno questo, perché il capolista doveva essere per forza Andreotti (candidato anche alla Camera, non mise mai piede nel Consiglio comunale); a mio padre fu così offerta la candidatura al numero 2 della lista comunale. A quel punto dicemmo a mio padre: «Lascia perdere!». Invece lui disse: «No, se le cose sono andate così vuol dire che Moro e Zaccagnini hanno bisogno di molto aiuto». Accettò e fu eletto con un buon risultato: più di ventimila preferenze.
Anche lei si è impegnato in politica. Cosa ha ricavato da quell’esperienza?
Ho avuto almeno due vite politiche, anche se non lunghissime. Ho lavorato nel 1995-96 nei «Comitati per l’Italia che vogliamo», arruolato da Romano Prodi e Arturo Parisi, che nei primi anni di presidenza di papà era vicepresidente della Giac (la Gioventù Italiana di Azione Cattolica, uno dei “rami” riformati dal nuovo statuto del 1969). Mi sembrava un passaggio cruciale della storia italiana e ho svolto con piacere il mio servizio politico-organizzativo. Mi feci anche candidare nel mio collegio di Roma, pur sapendo di non avere chance di successo perché avrei sfidato Fini in una zona elettorale tradizionalmente orientata a destra. Anni dopo, chiamato dall’ex presidente della Repubblica Scalfaro, fui tesoriere del Comitato del no nel referendum costituzionale del 2006, per la conferma o bocciatura della riforma approvata pochi mesi prima dal governo Berlusconi, che prevedeva la cosiddetta devolution e istituiva il “premierato forte”. Io, laureato in fisica, dovetti imparare a tenere i conti e occuparmi dell’iva sui manifesti e quant’altro. Fu un’esperienza bella e faticosa, finita bene. L’affluenza fu grande e i «no» vinsero nettamente.
Poco dopo, nel 2007, fui invitato a contribuire alla fondazione del Partito Democratico e accettai, con qualche titubanza, soprattutto per dare una mano a Rosy Bindi che conduceva dall’interno una battaglia di minoranza. A ruota, nel 2008, fui candidato alla Camera con il numero 15 della lista; il sistema elettorale era allora disciplinato dal cosiddetto «Porcellum», con liste bloccate senza voto di preferenza. Avevo poche speranze di essere eletto, ma a Roma i voti del PD superarono le previsioni della vigilia, e feci il deputato dal 2008 al 2013. In quegli anni mi impegnai a Roma e nel Lazio con un gruppo eterogeneo di nuovi adepti del PD che non provenivano dai vecchi partiti, alcuni molto giovani e vispi nei rispettivi impegni professionali, intenzionati come me a ricucire il rapporto tra cittadini e politica. Guardando indietro vedo con dispiacere che quasi nessuno di loro è rimasto nella politica attiva, segno che a prevalere sono state logiche di potere utili solo a salvare i politici di lungo corso. Io stesso con rammarico, dopo cinque anni, decisi di lasciare non solo il Parlamento ma anche il PD e la politica attiva, prendendo atto che non c’era spazio per un progetto di rinnovamento e che la costruzione di un bipolarismo all’americana, nel quale avevo creduto e sperato, era stata ben presto abbandonata. I vecchi capi non volevano affatto un nuovo partito-contenitore capace di unire le forze progressiste del Paese, ma solo la fusione delle nomenklature del secolo scorso (DC, PCI, ecc.). Non credevano affatto a primarie fatte in maniera seria, per raccogliere le indicazioni dalla base, come quelle del Partito Democratico degli Stati Uniti, dove le primarie non sono “pilotate” dalle segreterie politiche e consentono l’emergere di candidati nuovi in sintonia con gli elettori (esempio recente: un sindaco radicale a New York, due governatrici moderate in New Jersey e Virginia). Perfino la DC, in questo, era più avanti dell’attuale PD italiano: il suo Consiglio nazionale era formato solo per metà da rappresentanti degli iscritti (legati al meccanismo delle tessere), per l’altra metà da rappresentanti dei gruppi parlamentari, scelti dagli elettori col sistema delle preferenze. Contrariamente alle speranze iniziali, mi sembra purtroppo che il PD anziché le virtù abbia ereditato i peggiori vizi della vecchia DC (tesseramenti fasulli) e del vecchio PCI (niente correnti, tutti con il segretario pro-tempore). Così gli elettori sono tagliati fuori e si perdono spesso le elezioni.
Vittorio Bachelet era un uomo mite, buono, disponibile verso tutti. Perché, allora, fu scelto come bersaglio dei terroristi?
Nella mia memoria di ragazzo il principio della fine furono le bombe di piazza Fontana, dicembre 1969, che colpivano nel mucchio. Nel caso di mio padre e di molti altri fu invece compiuta una scelta. Perché proprio lui? Domanda che vale per molte altre vittime di attentati ad personam organizzati da terroristi di destra e di sinistra dal 1970 in poi. Provo a rispondere. Papà era un bersaglio facile: anche dopo il rapimento e l’omicidio di Moro (1978) aveva rifiutato la scorta che il ministro degli Interni di allora gli aveva offerto. Secondo punto, forse più importante: il Consiglio Superiore della Magistratura era simbolo di legalità e coesione democratica mentre nel Paese gruppi extraparlamentari sempre più aggressivi mettevano in discussione non solo il governo, ma lo stato di diritto in quanto tale. In questo contesto mio padre, vice dell’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini, era insieme a lui e a tutto il CSM la vivente dimostrazione che lo stato democratico non si lasciava intimidire, e i primi processi a carico delle Brigate Rosse non erano farse borghesi ma rigorosa applicazione della Costituzione. Insomma: negli anni del terrorismo la magistratura era, simbolicamente, il potere da abbattere, proprio come nei decenni successivi, di fronte all’infiltrazione nelle istituzioni della loggia P2, alla mafia, alla corruzione. La magistratura ha rappresentato l’ultima trincea della legalità costituzionale, dopo che le trincee della società civile e della politica erano state travolte. Poi sulla scelta proprio di papà come vittima esistono anche teorie “complottiste” che forse contengono un pezzo di verità. Se prendiamo in esame l’elenco degli uccisi dal terrorismo e da altri poteri occulti – ricordo, oltre a mio padre, Moro, Piersanti Mattarella, Ruffilli, ecc. – ci si può chiedere se chi proveniva dalla nostra area politico-culturale sia stato preso di mira più di altri in base a una strategia nascosta. Personalmente non credo all’esistenza di uno “spectre” come nei film di James Bond, ma certo il fatto che molti cristiani accettarono di impegnarsi in prima linea per la democrazia ha implicato un prezzo molto alto. I brigatisti che hanno sparato a mio padre, a Moro e ad altri erano convinti di arrivare con la rivoluzione armata alla dittatura del proletariato. Però, quando sono state rese note le liste degli appartenenti alla loggia P2, è nato in molti il sospetto che anche altri abbiano tirato le fila. Troppa gente importante era iscritta alla massoneria deviata, dal successore di mio padre al CSM a metà del comitato d’emergenza del rapimento Moro. C’era una convergenza oggettiva di interessi interni e internazionali affinché saltasse il fragile equilibrio che si era creato in Italia fra democristiani e comunisti.
La preghiera di perdono per chi uccise suo padre, letta da lei ai funerali, pensa che sia stata capita da tutti e che abbia prodotto dei frutti?
Quella preghiera l’abbiamo discussa e preparata in famiglia, io, mamma, mia sorella, gli zii gesuiti, lo zio comunista Giorgio. Insomma, tutti. È stata notata e messa in risalto soprattutto la parte del perdono, ma c’era una premessa per così dire politica perché eravamo nel bel mezzo degli anni di piombo e c’era un funerale a settimana di vittime del terrorismo. C’era chi tirava le monetine contro i politici, chi protestava perché voleva più protezione, insomma un clima di generale contestazione. E noi non volevamo dare l’impressione che ce l’avessimo con lo Stato, con il Parlamento, col Governo. Volevamo chiarire che se papà si era impegnato fino a sacrificare la vita, era perché ci credeva davvero. La prima parte della preghiera, in cui ricordavamo tutti quelli che erano al servizio delle istituzioni, era importante come il resto. Quanto al richiamo al perdono, era un modo per opporsi all’istinto naturale della rivalsa. Ci vuole una grande forza educativa – della scuola, della cultura, delle religioni – per convincere che odio e vendetta portano più danni che benefici.
Leggi l'intervista completa su Dialoghi
Leggi l'intervista completa su Dialoghi

