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Francesco e l’Ac: la fraternità che ricostruisce

Dalla spiritualità francescana alla vita dell’Azione Cattolica: una fraternità che non si chiude nell’associazione, ma diventa servizio, alleanza e responsabilità per le comunità
04/10/2026 di Giuseppe Notarstefano

Il rapporto tra san Francesco e l’Azione Cattolica Italiana non è occasionale. Francesco è patrono dell’associazione e, soprattutto nel primo Novecento, il legame tra spiritualità francescana e apostolato organizzato dei laici fu oggetto di una riflessione esplicita.

Nel 1926, in occasione del settimo centenario della morte del santo, Pio XI invitò gli aderenti all’Azione Cattolica e la famiglia francescana a ricordarne insieme le opere, le virtù e lo spirito. Francesco veniva proposto come modello di una riforma autenticamente evangelica, capace di congiungere fedeltà alla Chiesa e presenza operosa nella società.

Questo legame si rese particolarmente visibile nell’esperienza di Armida Barelli, fondatrice e presidente della Gioventù Femminile di Azione Cattolica. Entrata nel Terz’Ordine francescano nel 1910, Barelli seppe tradurre la propria spiritualità in un’instancabile opera educativa. Non raccolse soltanto un grande numero di aderenti: contribuì a formare generazioni di donne consapevoli della propria dignità, capaci di assumere responsabilità nella Chiesa e nella vita civile.

Nella sua esperienza, la fraternità divenne fiducia, formazione e promozione della libertà altrui. L’appellativo di “sorella maggiore” esprimeva una forma di autorevolezza educativa: non occupare tutto lo spazio, ma aprirlo; non creare dipendenza, ma rendere altre persone capaci di pensare, decidere e servire.

È una lezione ancora attuale per l’Azione Cattolica. La sua forma associativa può essere letta come una concreta scuola di fraternità. Associarsi significa riconoscere che la fede e la missione non sono imprese individuali. Significa assumere un legame stabile con altre persone, con una Chiesa locale e con la vita di un territorio.

L’unitarietà fra ragazzi, giovani e adulti diventa fraternità tra generazioni. Gli organismi democratici, le assemblee e i consigli possono diventare esercizi di ascolto e discernimento. Gli incarichi associativi possono essere vissuti secondo uno stile di minorità, come servizi temporanei dei quali rendere conto e che, alla loro conclusione, devono essere restituiti con libertà.

Anche l’appartenenza alla Chiesa locale, acquista un significato francescano: amare non una Chiesa ideale costruita a propria immagine, ma questa comunità concreta, con i suoi doni, le sue fragilità e le sue fatiche. La fraternità comincia quando impariamo a ricevere persone che non abbiamo selezionato e che, proprio grazie alla loro diversità, dilatano il nostro modo di comprendere il Vangelo e di amare il prossimo.

La fraternità, tuttavia, non può fermarsi alla vita interna dell’associazione. Un gruppo nel quale si sta bene ma che rimane indifferente alla solitudine, alla povertà e alle divisioni del territorio rischia di diventare una “comfort zone”.

La fraternità evangelica è autentica quando si apre e genera altra fraternità.

È questo uno dei compiti più importanti dell’Azione Cattolica oggi: contribuire a ricostruire il tessuto cristiano delle comunità e, insieme, il tessuto umano e civile della vita sociale.

Le due dimensioni non possono essere separate. Il Vangelo non vive in uno spazio astratto: prende corpo nei quartieri, nelle famiglie, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nelle istituzioni e nelle reti di prossimità. Ricostruire il tessuto cristiano non significa restaurare forme sociali del passato o limitarsi ad aumentare il numero delle attività ecclesiali. Significa generare comunità nelle quali le persone possano incontrare Cristo attraverso relazioni affidabili, forme credibili di servizio, ascolto delle domande e condivisione della vita.

In molti territori si avverte una crescente fragilità dei legami. Aumentano le solitudini, si indeboliscono le forme di partecipazione, le famiglie faticano a trovare sostegno, i giovani incontrano adulti incapaci di offrire fiducia e futuro. Anche le comunità cristiane rischiano di operare per compartimenti separati, moltiplicando iniziative che non sempre diventano processi condivisi.

Per rispondere a questa situazione serve una “nuova cultura delle alleanze”. 

Alleanza significa riconoscere che nessuno possiede da solo tutte le risorse necessarie per affrontare i problemi. Parrocchie, associazioni, famiglie, scuole, università, istituzioni, realtà del volontariato e forze culturali ed economiche devono imparare a conoscersi e a collaborare attorno a obiettivi concreti. Non si tratta di alleanze tattiche o di sommatorie organizzative!

La cultura dell’alleanza nasce dal riconoscimento reciproco e dalla disponibilità a lasciarsi cambiare dall’incontro. Richiede la capacità di collaborare anche con chi parte da convinzioni differenti, senza nascondere la propria identità cristiana e senza pretendere di imporla.

Per l’Azione Cattolica questo vuol dire essere una presenza capace di connettere e mettere in relazione. Connettere le generazioni e le diverse condizioni di vita; la parrocchia e il territorio; la formazione spirituale e la responsabilità civile; le domande dei poveri e le competenze necessarie a dare risposte; la comunità ecclesiale e quanti, anche senza appartenenza religiosa, cercano sinceramente il bene comune.

L’amicizia sociale comincia da questa disponibilità a creare ponti. Non elimina il confronto né rende irrilevanti le differenze. Impedisce però che il dissenso degeneri nella delegittimazione dell’altro. In una stagione nella quale la comunicazione pubblica premia lo scontro e la semplificazione, l’Azione Cattolica può contribuire a formare persone capaci di discutere senza disprezzare, decidere senza escludere e cercare mediazioni senza rinunciare ai principi.

Ricostruire le comunità significa, infine, tornare a vedere chi rischia di rimanere invisibile: anziani soli, giovani scoraggiati, famiglie in difficoltà, lavoratori precari, migranti, persone con disabilità, abitanti delle aree interne e quanti non possiedono voce nei processi decisionali.

Una cultura dell’alleanza si misura dalla possibilità offerta ai più fragili di diventare protagonisti, non soltanto destinatari di assistenza.

L’ottavo centenario ci riconsegna così un Francesco vivo, non una statua da contemplare a distanza. Un uomo riconciliato che continua a chiamarci alla conversione dello sguardo; un patrono che ricorda all’Italia la propria vocazione alla pace e alla solidarietà; un modello che invita l’Azione Cattolica a vivere la responsabilità come servizio e la propria forma associativa come fraternità aperta.

Forse è questo il modo più autentico di celebrare il Transito: non limitarsi a ricordare la morte di Francesco, ma permettere alla sua esperienza di generare vita nuova. Tornare a ricevere gli altri come fratelli e sorelle, ricucire le relazioni spezzate e costruire alleanze capaci di restituire speranza alle nostre comunità. Perché la fraternità non è soltanto un ideale da proclamare.

È un lavoro paziente, quotidiano e condiviso. È il lavoro della ricostruzione del tempio di Gerusalemme che papa Leone XIV indica nella sua Magnifica Humanitas come necessario per costruire la città nel Bene. Il lavoro necessario per tornare a essere veramente popolo.