Voleva un gran bene all’Azione cattolica italiana. E ne era corrisposto con affetto e amicizia. Tantissime parrocchie e gruppi di Ac lo invitavano spesso per incontri sulla Parola e lui ci andava volentieri. E c’è un perché. Enzo Bianchi, che ha lasciato questa terra l’1 settembre all’età di 83 anni, aveva un animo “popolare”, quel senso di “popolo di Dio” che piace tanto ai soci di Ac. Sì, certo, era un monaco laico, gli piaceva anche stare solo, aveva fondato la Comunità monastica di Bose, ma la sua vita è stata segnata da una visione più cenobitica: l’ospitalità, l’accoglienza, il dialogo con gli uomini e le donne del nostro tempo, la tavola, il cibo, la relazione con tutti e tutte, l’amicizia. E, naturalmente, la Parola. Una Parola sacra pensata, ruminata, addolcita, data in assaggio all’interlocutore, una Parola declinata sempre al presente, alla vita di ogni giorno, una Parola che dà speranza per ogni futuro. Lo ripeteva spesso, quando si trovava davanti al popolo di Ac, invitato anche dal Centro nazionale: riteneva lo stile ecclesiale dell’Ac lo stile migliore per vivere appieno questi tempi difficili. Aveva seguito la FUCI da universitario, e sempre da giovanissimo aveva conosciuto l’Ac, ma quello stile, quell’essere presenti nella Chiesa e nel mondo, lo aveva ereditato proprio dall’Ac stessa. E ne andava fiero.
Era una presenza costante all’interno della redazione di Segnosette, lo storico settimanale dell’Azione cattolica (ora Segno nel mondo), negli anni in cui non era ancora conosciutissimo e non firmava per i grandi giornali. Chiamava al telefono, scriveva articoli e rubriche, tesseva rapporti di amicizia e non mancava di sostenere, con idee e dialoghi sempre franchi, il confronto in anni di tensioni anche ecclesiali. Non a caso, tanti di quegli articoli poi sono diventati la base per i suoi libri di successo.
Enzo Bianchi, il monaco laico Enzo, fondatore di Bose, il predicatore, l’intellettuale, il saggista, l’esperto di Bibbia e di liturgia, è stato davvero una presenza importante nel post Concilio nella Chiesa e nella società italiana. Ha fatto capire che la radicalità evangelica, se vissuta nella verità del Vangelo, sa essere davvero lievito di speranza per un mondo che ha bisogno davvero di speranza. E che l’annuncio della buona notizia non ha paura di essere raccontato e vissuto. È un annuncio che ragala una buona e bella vita, se vissuto nella fraternità.
Restano i suoi libri, moltissimi. Le sue predicazioni, ovunque. Le sue polemiche, e ci mancherebbe. Il suo sorriso amicale, e quella voce e quegli occhi che sapevano rapire lo sguardo dei suoi interlocutori.
Ma resta anche la fedeltà alla Parola che salva. Alla Parola che porta felicità. Alla Parola che viene svelata davanti la tavola imbandita. “L’amore è un piatto”, usava spesso dire. È dire alla persona che ti siede accanto, “ti voglio bene”.
Anche e solo per questo, a Enzo Bianchi va detto grazie.