Non sono sempre gli eventi più complessi a segnare il dibattito pubblico, ma spesso quelli che, per la loro forza simbolica, riescono a condensare tensioni e domande più ampie. È quanto accaduto l’11 dicembre scorso sul palco di Atreju, durante un confronto tra la Ministra dell’Università e della Ricerca e alcuni studenti, un episodio che merita di essere osservato con attenzione.
La risposta rivolta alla contestazione studentesca, caratterizzata da toni ironici e da semplificazioni di natura ideologica, solleva interrogativi sullo stile del dialogo tra istituzioni e giovani. Al di là delle intenzioni, il linguaggio utilizzato rischia di essere percepito come distante da quella sobrietà e attenzione che il ruolo istituzionale richiede, soprattutto quando si affrontano temi che toccano direttamente il futuro delle nuove generazioni.
Ridurre una protesta a una formula caricaturale non contribuisce a chiarire le ragioni di una riforma né a esplicitare una visione politica; può invece dare l’impressione di un confronto interrotto, o quantomeno reso più difficile. In un contesto segnato da una diffusa richiesta di ascolto e partecipazione, è importante ricordare che la qualità delle parole diventa parte integrante della responsabilità pubblica, soprattutto in un tempo in cui molti giovani avvertono una distanza crescente tra le proprie esigenze e il linguaggio della politica, che spesso fatica a intercettarle pienamente.
Non è oggetto di questa riflessione la valutazione della protesta in sé, né il merito delle riforme proposte. Il nodo centrale riguarda piuttosto il rapporto tra istituzioni e cittadinanza. Chi ricopre un incarico pubblico parla a nome di una comunità più ampia e agisce sulla base di un mandato che è collettivo, non individuale. Gli studenti, al contrario, si esprimono da una posizione meno tutelata e strutturalmente asimmetrica.
Per questo, ogni occasione di confronto rappresenta un’opportunità preziosa per rafforzare la fiducia reciproca. Preservare uno stile rispettoso e aperto al dialogo non è solo una questione formale, ma un elemento sostanziale della vita democratica, soprattutto quando in gioco vi sono le aspettative e il futuro delle giovani generazioni.
Accanto alla questione del linguaggio, riteniamo urgente riportare l'attenzione sui nodi strutturali del sistema dell’istruzione e dell’università. Alla dialettica personale e polarizzante, che attraversa trasversalmente l’intero arco politico, dovrebbe sostituirsi un impegno serio e continuativo volto ad affrontare le criticità che gravano sul diritto allo studio.
In particolare, appare necessario stigmatizzare lo stato dell’arte relativo al Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO). Il diritto allo studio rappresenta infatti un pilastro imprescindibile della qualità del sistema universitario e dell’inclusione sociale, ed è condizione essenziale per l’attuazione dell’articolo 3, comma 2, della Costituzione,
“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”
Tale disposizione va letta in connessione con l’articolo 4, comma 2, della Carta costituzionale, che richiama :
“Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”
Quando l’accesso allo studio è di fatto precluso, viene compromessa anche questa possibilità di contributo al bene comune.
L’articolo 34 della Costituzione ribadisce inoltre il diritto dei capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, di raggiungere i più alti gradi degli studi. Un principio che trova un’eco significativa nelle parole pronunciate da Papa Francesco nel 2023 davanti ai giovani universitari a Lisbona: «Sarebbe uno spreco pensare a un’università impegnata a formare le nuove generazioni solo per perpetuare l’attuale sistema elitario e diseguale del mondo». Una società diventa ingiusta quando chi ha molto non condivide nulla.
I dati disponibili mostrano come questo monito non trovi ancora piena attuazione. Le borse di studio statali coprono solo una parte degli studenti idonei, con effetti particolarmente penalizzanti per le fasce di reddito più basse e per le aree del Mezzogiorno. Secondo recenti rilevazioni ISTAT, persistono profonde diseguaglianze territoriali nei percorsi di istruzione, non solo tra regioni, ma anche all’interno delle singole province.
Il FFO 2025 non introduce cambiamenti strutturali significativi e, in alcuni ambiti, determina una riduzione delle risorse. In un contesto europeo già critico — che vede l’Italia collocarsi nelle ultime posizioni per numero di laureati — desta particolare preoccupazione la situazione relativa ai dottorati di ricerca. Il CNSU ha segnalato una sostanziale stagnazione dei finanziamenti rispetto al 2023, con il rischio concreto di accentuare la fuga dei cervelli verso Paesi che offrono condizioni lavorative più favorevoli.
Alla progressiva conclusione dei finanziamenti straordinari del PNRR, appare pertanto urgente un intervento strutturale che eviti una riduzione del numero dei dottorandi e un ulteriore aggravio sui bilanci degli atenei. Analoga attenzione merita la condizione dei giovani dottorandi e post-dottorandi precari, per i quali si rendono necessarie forme di stabilizzazione o, quantomeno, un riconoscimento professionalizzante adeguato, anche attraverso collaborazioni con enti esterni e una revisione dei limiti retributivi.
Accogliamo positivamente l’apertura di un tavolo di confronto da parte del Ministero dell’Università e della Ricerca a seguito del dialogo con il CNSU. Tuttavia, riteniamo indispensabile che tale confronto si traduca in riforme legislative strutturali, coerenti e chiaramente orientate al miglioramento complessivo del sistema universitario, della ricerca e dell’istruzione.
Lo ha ricordato anche Papa Leone XIV in occasione della Santa Messa con gli studenti delle Università Pontificie il 27 ottobre 2025, che richiamano lo studio e la ricerca alla loro vocazione più autentica, quale eredità divina affidata all’uomo lungo il corso della storia.
“Chi studia si eleva, allarga i propri orizzonti e le proprie prospettive, per recuperare uno sguardo che non si fissa solo in basso, ma è capace di guardare in alto: verso Dio, verso gli altri, verso il mistero della vita. Questa è la grazia dello studente, del ricercatore, dello studioso: ricevere uno sguardo ampio, che sa andare lontano, che non semplifica le questioni, che non teme le domande, che vince la pigrizia intellettuale e, così, sconfigge anche l’atrofia spirituale.”
Istruzione, studio e cultura sono strumenti fondamentali per alimentare un dibattito pubblico consapevole e per sostenere una democrazia rappresentativa viva, partecipata e comunitaria. Senza cooperazione, rispetto e responsabilità condivisa, non può esservi una democrazia solida né una società realmente orientata al bene comune.
