Passa al contenuto

Diamo linfa al bene comune

Beni confiscati, comunità rigenerate: tre decenni di legge 109
07/03/2026 di Tatiana Giannone

30, 109, 1 milione: i primi numeri che vengono in mente se pensiamo alla legge sull’uso sociale dei beni confiscati alle mafie. Il 7 marzo 2026 la legge 109 compie 30 anni, da quando, grazie anche al milione di firme raccolte su impulso di Libera, venne approvata in Parlamento. Libera, insieme alla rete associativa nazionale, per festeggiare e onorare questi trent’anni di impegno collettivo promuove il 6/7/8 marzo “109 piazze per la legge 109”. Tre giorni di iniziative con più di 150 luoghi e spazi animati in tutta Italia da attivisti e volontari per promuovere e valorizzare il significato di trent'anni di beni confiscati restituiti alla collettività. Da Trieste a Milano, da Torino a Genova. E ancora Bologna, Pistoia, Ascoli Piceno, Roma, Campobasso, Napoli, Palermo dove saranno centinaia le piazze, luoghi e spazi animati da iniziative, banchetti, visite ai beni confiscati (elenco in aggiornamento su www.libera.it). 

Un enorme lavoro corale, insomma, che dopo 30 anni ci chiede però uno scatto ulteriore di impegno, intelligenza e determinazione.” E in occasione della tre giorni “109 piazze per la legge 109”, Libera scende nelle piazze con la campagna “Diamo linfa al bene” per chiedere a tutte e tutti di difendere questa legge e per ribadire una richiesta chiara: una firma per chiedere che il 2% del Fondo Unico Giustizia venga destinato al riutilizzo pubblico e sociale dei beni confiscati. Un gesto concreto per fare uno scatto in più per diventare tempestivi ed efficaci nel prenderci in carico quei beni e renderli subito operativi, perché ogni giorno di ritardo fa il gioco delle mafie.

https://www.libera.it/it-schede-2809-109_piazze_per_la_legge_109  

Una rete consolidata e sempre più numerosa come dimostrano i numeri presentati nella nuova edizione del report “Raccontiamo il bene” - Le pratiche di riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie. Un censimento del mondo del sociale e dell’associazionismo che racconta, dopo trenta anni, il Belpaese, dove in silenzio opera una comunità alternativa a quella mafiosa, impegnata a realizzare un nuovo modello di sviluppo territoriale. Un paese con 1332 soggetti della società civile organizzata che gestiscono beni confiscati, più di 739 associazioni di diversa tipologia in 19 regioni e in 448 comuni con 35 scuole di ogni ordine e grado che usano gli spazi confiscati come strumento didattico e che incidono nel tessuto territoriale e costruiscono economia positiva. E con 67 esperienze legate all’impegno per la legalità e la giustizia della Chiesa italiana. Un Paese che ha reagito alla presenza mafiosa e si è riappropriato dei suoi spazi. 

Tra le esperienze significative ricordiamo la villa di via Bernini a Palermo, riutilizzata dall’Azione cattolica diocesana con il progetto Semi di Speranza, insieme con il Centro studi Paolo e Rita Borsellino. Semi di speranza ospita iniziative educative, formative e di socializzazione, con un focus sulla cultura della legalità democratica e sul contrasto alla criminalità organizzata.

Il report analizza anche la tipologia degli immobili confiscati oggi utilizzati per finalità sociali.

La distribuzione è la seguente:

  • 39,8% appartamenti e abitazioni

  • 17,3% ville, palazzine e fabbricati su più livelli

  • 16% terreni agricoli o edificabili

  • 10,8% locali commerciali o industriali (magazzini, negozi, uffici)

In molti casi una singola esperienza di riutilizzo coinvolge più beni confiscati, anche di tipologie diverse. Le attività realizzate nei beni confiscati sono molto diverse tra loro, ma tutte hanno un forte impatto sulle comunità locali.

In particolare:

  • 57,6% delle realtà svolge attività legate al welfare e alle politiche sociali

  • 23,2% promuove cultura, educazione e turismo sostenibile

  • 9% opera nei settori agricoltura e ambiente

Trent’anni fa, con la legge 109/96, l’Italia ha scelto di restituire alla collettività ciò che le mafie avevano sottratto. Oggi le esperienze di riuso sociale dimostrano che quei luoghi possono diventare presìdi di democrazia, inclusione e sviluppo territoriale. Recuperare questi beni significa valorizzare un patrimonio pubblico e rafforzare le comunità che scelgono di prendersene cura.