Il gioco delle tre carte o delle tre campanelle, in cui talvolta con abilità e destrezza, altre volte con spavalderia e imbroglio, si nasconde la carta o l'oggetto all'occhio del partecipante, in quel caso poco attento ad osservare la destrezza del master, che gli mostra illusoriamente una cosa ma ne compie un'altra, rischia di dover essere applicato anche alla narrazione interpretativa degli ultimi dati Istat. Per carità, non ci azzardiamo a paragonare l'aspetto truffaldino del gioco (che, ahimè, di piccole e grandi truffe ne ha perpetrate nel corso dei secoli a varie latitudini e longitudini) alla furbata politico-istituzionale (se non di tutti, sicuramente di molti) di far guardare il dito, anziché la luna. Ma i dati Istat non ingannano. Quelli sono nudi e crudi, senza filtri, trucchi e inganni. Da quei “numeri” non ci si può sottrarre se si vuole vedere la realtà e provare ad affrontarla. Il resto rischia di trasformarsi in propaganda. Domanda: stiamo messi meglio o peggio dell’anno scorso o di 5 anni fa, volendo mettere allo specchio l’arco di un quinquennio? Al di là dei colori partitici o del giudizio sui governi che si sono succeduti o delle interpretazioni governative trionfanti che, purtroppo, possono far brindare ben poco. Togliendo di mezzo slogan e propagande, tre sono i dati principali dell’ISTAT da evidenziare e commentare
Il tasso di disoccupazione generale scende a -5,6%, raggiungendo così dal novembre scorso ad oggi il minimo storico dal 2004;
il PIL cresce del +0,7% e ha una previsione per il 2026 di mezzo punto percentuale, inferiore alla media europea (per il FMI, invece, la crescita dell’Italia dovrebbe rimanere stabile)
il tasso di inattività aumenta del +33,7%;
Cosa ci dicono questi tre “numeri”? Prima di tutto, che la crescita dell’Italia resta molto debole, che è il PNRR che sta spingendo verso la crescita e che il Sud continuerà a crescere di più rispetto al resto del Paese, per il momento, per tutto il 2026. Questo perché il Mezzogiorno sta dimostrando di poter essere protagonista della transizione industriale ed energetica del Paese, ma servono scelte politiche che consolidino i risultati e diano continuità agli investimenti. In sostanza, salendo nelle alte vette il numero di coloro che rinunciano a cercare lavoro, queste non possono più essere considerate “disoccupate”, ma, per l’appunto, inattive. Di conseguenza, queste persone spariscono dal radar del gruppo dei disoccupati. La cui percentuale, inevitabilmente, scende nelle statistiche. E, in questo, sta il primissimo trucco del “gioco delle 3 carte”. Perché, salendo il numero degli inattivi, gli stessi, come detto, non possono più essere definiti “disoccupati”. Se, infatti, pensiamo, per esempio, che nel mese di dicembre 2025 quantifichiamo in 15.000 persone in meno il numero di disoccupati, nello stesso tempo non tutti questi 15.000 potenziali lavoratori hanno effettivamente trovato un impiego. Anzi, abbiamo +31mila persone (negli ultimi due mesi) e +163mila persone (in un anno) che hanno alzato l’asticella del tasso di inattività. Più chiaro di così! Tasso di inattività in aumento significa anche aumento della povertà. Ciò vuol dire che i drammatici dati presenti nell’annuale Dossier della Povertà, redatto dalla Caritas Italiana, rischiano, purtroppo, di allargarsi ulteriormente. A ciò aggiungiamoci che 8 lavoratori poveri su 10 ricevono un compenso che, tra affitto, bollette e pasti, non gli consente di arrivare (spesso) a fine mese (1 milione e 200mila italiani lavorano per meno di 9 euro l’ora). Il lavoro di un processo di ricucitura tra i divari economici e le profonde fratture sociali del nostro Paese è abbastanza lontano dall’essere messo in essere. Si denota una netta disattenzione sulle disuguaglianze sociali.
Quindi, se ad una prima lettura, i dati ISTAT in materia di lavoro possono apparire positivi, quando si scende in profondità, con la lente d’ingrandimento, sulle statistiche sul mercato del lavoro, specie quelle delle ultime sei annualità, si nota che, tendenzialmente, il calo della disoccupazione non riflette un miglioramento reale delle opportunità occupazionali, ma piuttosto una riduzione della partecipazione al mercato del lavoro. Il quadro che emerge conferma come il mercato del lavoro italiano continui a essere segnato da problemi strutturali. L’aumento dell’occupazione degli ultimi 5 anni, infatti, è in larga parte riconducibile a fattori di natura temporanea. Tra questi figurano l’aumento delle assunzioni nel settore pubblico, gli incentivi temporanei nel comparto edilizio e l’aumento del costo del capitale, che ha prodotto un effetto di sostituzione temporaneamente favorevole al lavoro. A questi elementi si aggiungano criticità di lungo periodo che continuano a frenare il mercato del lavoro italiano: l’aumento degli occupati non si traduce, automaticamente, in un incremento consistente del PIL; una dinamica negativa dei salari reali; persistenti divari di genere nei tassi di occupazione. In assenza di interventi su questi nodi strutturali, i miglioramenti osservati negli indicatori occupazionali rischiano di rivelarsi fragili e transitori, più legati a fattori contingenti che a un reale rafforzamento del mercato del lavoro.
IL BALLO DEI TASSI: UNDER 35 RALLENTA, OVER 50 CRESCE: CHE SIGNIFICA?
Altri dati più specifici che possono aiutarci nella riflessione:
Nella media nazionale, il tasso di occupazione degli under 35 (specie 25-34 anni) rallenta rispetto a tre anni fa. Il calo, mostrato da dati in picchiata libera, è indicato su base mensile, trimestrale e annuale. Mentre aumenta in quella fascia nelle regioni del Mezzogiorno.
Il tasso di occupazione over 50 cresce fino ad arrivare a 24 milioni e 208 mila occupati (+62,7%).
Quest’ultimo cresce per tre motivi: le pensioni che tardano, sempre più ad arrivare, come la famosa primavera cantata da Battiato in “Povera Patria”; non sempre chi lascia il lavoro, viene sostituito da una persona che gode dello stesso contratto di chi lo ha preceduto; la percentuale di contratti part-time sottopagati in aumento, e con esso il precariato (che, com’è noto, non è dato solo da forme contrattuali a tempo determinato, queste ultime in netto calo). Che continua ad essere una piaga anche nel Mezzogiorno che cresce. Il paradosso più evidente, infatti, è l’aumento dell’occupazione under 35, ma non delle condizioni di vita, né di quelle relative ad opportunità professionali rispetto alle competenze e all’esperienza maturate. Quest’elemento d’instabilità genera, da una parte, una bassa produttività anche del lavoro (e quando è altra, è un andamento ad ondate), dall’altra parte un PIL che, a livello nazionale, nonostante gli encomi da assegnare soprattutto ai settori dell’agricoltura, della pesca, della silvicultura e dell’industria, non decolla oltre lo zero virgola rispetto alle altre grandi economie europee. Dall’altro lato dello specchio, abbiamo la conseguenza più diretta e immediata, di cui tutti parlano ma di cui pochi chiedono conto, soprattutto nei luoghi preposti: il netto calo del potere d’acquisto, dovuto in larga parte anche a stipendi non adeguati. Basti pensare che, in Europa siamo il Paese fanalino di coda in tema di diminuzione dei salari, negli ultimi 30 anni.
LE DUE SFIDE: LAVORATORI POVERI E PIL DEL MEZZOGIORNO
Ora, analizzato per bene tutto questo, c’è ben poco da festeggiare e stare allegri, almeno per il momento. Le due sfide principali da non rimandare riguardano l’aumento dei lavoratori poveri e un Mezzogiorno in piena ascesa. Nella prima, l’in-work poverty ha toccato nel 2024 il 19,4% nel Sud, tre volte maggiore la percentuale presente nel Centro-Nord. Come dire, nel 2026 non basta più avere un’occupazione per uscire dalla povertà. Una ricetta da adottare? Concreti piani industriali e occupazionali, e non le prescrizioni mediche del giorno, volte solo a risolvere l’emergenza (che, poi, quasi mai viene risolta) e a tirare a campare. A partire dall’eredità del PNRR e dai dati sullo spopolamento (che non riguardano più solo le aree interne del Mezzogiorno), la vera sfida generale potrebbe essere quella di consolidare, tutti i segnali positivi e la valorizzazione delle bellezze del singolo territorio, in un percorso di sviluppo duraturo, che renda il diritto a restare (nella propria regione come nell’Italia, come nazione) pienamente esercitabile e la decisione di partire come una scelta, e non una necessità. Occorrerebbe agire su quattro leve: potenziare le infrastrutture sociali e garantire i servizi oltre il PNRR; rafforzare i settori a domanda di lavoro qualificata; puntare sulla partecipazione femminile nel mercato del lavoro, nel sistema della ricerca e nella sfera politica e decisionale; investire sul sistema universitario come infrastruttura di innovazione.
L’altra sfida è quella dell’arrampicata pazzesca del Pil del Mezzogiorno. Tra il 2021 e il 2024 è aumentato dell’8,5%, contro il +5,8% del Centro-Nord. Edilizia, terziario, agroalimentare e manifatturiero sono i settori più sviluppati sui quali costruire anche il futuro post PNRR. E il futuro si costruisce sempre a partire dal presente. Un segnale positivo da tener presente e da non trascurare.
