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Dal suono della campana del ring all’ascolto di una Parola

Dall’elaborazione interiore al confronto relazionale: perché accogliere lo scontro non significa salire su un ring, ma disporsi a un cammino di spoliazione e ascolto per scorgere, oltre le ferite, il volto dell’altro e la presenza del Signore
28/04/2026 di Emanuele Scarpino

In ogni processo educativo si ripete ormai da tempo che il conflitto non è da evitare, ma da attraversare. Credo profondamente in questa prospettiva, ma osservo la necessità di coglierne lo spessore perché non è difficile che l’ingresso nell’area del conflitto venga percepito come l’entrata in un ring, cui si accede al suono della campana e in cui nessuno potrebbe dirsi comodo. Il suono che prepara al combattimento è inconfondibile: ti mette in allerta e ti chiede di attivare tutte le energie per non correre il rischio di restare schiantato sul terreno della solitudine e dell’isolamento. 

La prima campana che credo di percepire è da situare in un contesto interiore. Sento suonare la campana nel momento in cui valori diversi si intrecciano in decisioni da prendere: ciascuno dei valori mi attrae, mi fa entrare in un mondo che vedo importante da realizzare, ma la storia mi comunica che non è sempre possibile dare forma a tutti gli aspetti colti. È un conflitto che si consuma dentro, capace di assorbire tante attenzioni e che non può rimanere taciuto, perché arresterebbe il cammino. In questo contesto non basta una geometrica considerazione degli elementi: avverto facilmente che le valutazioni sono impastate col mio sentire e che quel conflitto può diventare un grembo capace di vita solo se ammette una trasformazione. La nascita, per quanto sia promessa di vita, è sempre anche trauma di separazione: iconflitti che sperimento dentro richiedono la disponibilità a lasciar andare idee che mi hanno nutrito fino a quel momento.Attraversarlo è come elaborare un congedo con un’immagine di me che forse si sta infrangendo in quel passo che sono chiamato a compiere. 

Sperimento, poi, dei conflitti relazionali, che percepisco come maggiormente minacciosi: questa considerazione non è dovuta a teorie, ma credo sia radicata nella mia memoria, forse anche per l’educazione ricevuta. In linea generale non nascondo di accarezzare in alcune circostanze conflittuali l’idea di mantenere la calma al fine di portare l’altro a rinunciare al ring. C’è in questo punto di vista una sorta di rimozione del conflitto, perché sembra che l’esito ineludibile sia quello della rottura. Attraversarlo non è un qualcosa che si consuma semplicemente nello spazio dei miei pensieri, ma richiede l’apertura a un incontro, un faccia-a-faccia a volte faticoso. 

Il podcast de il Chiostro condotto da Giuseppe Notarstefano


Ci sono due esperienze di conflitto relazionale che riesco meglio a focalizzare. La prima è quella in cui mi sento coinvolto a causa della divergenza di prospettive: la prima campana che ricordo è l’irruenza della voce dell’altro che presenta giudizi e crede di aver colto in te dei punti di vista che non ti hanno realmente animato. È quel genere di conflitto che mi porta a sperimentare l’estraneità e rappresenta una grande provocazione per me: immediatamente sento l’invito ad allontanarmi, a farmi complice di quella percezione, come fosse tutto irreversibile. C’è in questa sensazione la tentazione di risolvere il conflitto con una superficiale eleganza, tesa a non dare respiro a voci che si alzano o parole che potrebbero farsi spigolose. Stare su questo ring a volte può essere mortificante perché le prospettive dell’altro potrebbero ferire, ma ho imparato a cogliere in questa scomodità una disponibilità evangelica che mi permette di intravvedere oltre le parole il volto dell’altro, cui mi dico di poter consegnare ancora una volta quello il mio vissuto. In queste circostanze sento sciogliersi un callo che aveva inspessito le pareti della mia prospettiva, sento di poter tornare a pronunciare parole in modo disarmato, avverto di tornare a sorridere in modo sincero,semplicemente perché mi sono mostrato.

C’è poi il conflitto in cui mi sento tirato: soprattutto nell’esercizio del ministero, dove non è difficile che la voce del prete sia pensata come capace di porre fine allo scontro. Qui la tentazione è grande perché la mia voce non è richiesta per portare un messaggio di ascolto reciproco, ma è voluta per un posizionamento politico nel dissidio. Immediatamente vorrei mostrare con forza l’inopportunità di questa strategia, perché questo meccanismo mi fa sentire usato come un ingranaggio istituzionale: attraversare questo conflitto per me significa mostrare che la mia voce non deve necessariamente pronunciare le parole di una parte. È un processo che mi espone perché delude inevitabilmente le attese di chi aveva immaginato un mio coinvolgimento, ma qui sento un’energia immediata: in questi conflitti potrei voler alzare la voce solo per dare espressione alla delusione, mentre mi appare importante alzare lo sguardo dal mio ombelico per favorire una nuova tessitura. C’è un tunnel da attraversare per riacquisire la fiducia dopo il mancato schieramento, ma è consolante osservare come il Signore possa riuscire a farsi spazio. I percorsi associativi non sono immuni dalle divergenze e dai conflitti: le relazioni, anche nei nostri gruppi, possono spezzarsi o incrinarsi. C’è il rischio di provare a risolvere espellendo chi ha un pensiero divergente; per non correrlo servono tempo e ascolto. Sono testimone di attraversamenti felici, che hanno richiesto pazienza ed equilibrio: parlo di quelle traversate che hanno saputo coinvolgere lo sguardo del Signore nel buio della delusione. È edificante essere testimone di lacrime che rigano il volto perché sentono il Signore aprire spazi di comprensione che si fanno possibilità di riconciliazione. La prospettiva di chi può osservare questi processi – come quella dell’assistente – non offre minimamente la sensazione di chi può dirsi responsabile di quella riconciliazione, ma infonde la serenità di chi è semplicemente testimone di un cammino possibile.