Un pomeriggio di ascolto e confronto, per interrogarsi sul volto dell’Azione cattolica e sulle scelte necessarie ad abitare con responsabilità il tempo presente. Si sono svolti venerdì 31 luglio, negli spazi della Biblioteca Urban Center dell’ex Caserma Rossani, i gruppi sinodali con i vescovi, inseriti nel programma dell’Incontro nazionale delle Presidenze diocesane e delle Delegazioni regionali dell’Ac.
Nei diversi tavoli si è vissuto un dialogo diretto tra laici e pastori. Non una semplice discussione sui problemi dell’associazione, ma un esercizio di ascolto reciproco, nel tentativo di riconoscere domande comuni e trasformarle in possibili scelte per la vita delle comunità.
Otto le attenzioni affidate alla riflessione: popolarità, pluralità, vulnerabilità, formazione, corresponsabilità, intergenerazionalità, bene comune e alleanze. Temi differenti, ma raccolti attorno a un unico interrogativo: quale Azione cattolica è chiamata oggi a servire la Chiesa e i territori?

Al tavolo dedicato alla pluralità è intervenuto il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana, richiamando la necessità di ricostruire legami reali in un tempo segnato dalla frammentazione. «Costruire comunità in un mondo così sfilacciato è quello che dobbiamo provare a fare», ha affermato. Il Signore, ha ricordato, ci chiede di amarsi non in modo virtuale, «sui gruppi WhatsApp», ma concretamente, nella realtà. Comunità aperte e capaci di accogliere tutte le diversità, perché la gioia non è individuale: noi siamo relazione e insieme occorre superare la cultura dominante dell’“io da solo”
Il tema della pluralità è stato così riletto non come ostacolo, ma come ricchezza da riconoscere, evitando che la fede si riduca alla definizione di confini e identità contrapposte. La sfida è costruire appartenenze che non escludano, capaci di custodire la storia dell’associazione e, insieme, di aprirsi all’incontro.
Al tavolo sulla formazione, monsignor Michele Fusco ha invitato a tornare alla sorgente della Parola, senza darla per scontata. La formazione, ha osservato, non può essere soltanto trasmissione di contenuti, ma deve diventare una scelta personale, interiore, comunitaria ed esperienziale. Al centro c’è l’azione dello Spirito Santo, che conduce alla relazione con Dio e alla fraternità, rendendo ciascuno protagonista di un cammino condiviso. Una prospettiva che richiama una formazione integrale, capace di unire fede, vita e missione.
Monsignor Andrea Andreozzi, intervenendo sul tema della popolarità, ha sottolineato la capacità di riconciliarsi e di non provare disgusto per nessuno. Proprio la dimensione laicale dell’Ac, ha spiegato, permette di arrivare lontano e di raggiungere i lontani. Di fronte a una Chiesa italiana che rischia di perdere il proprio carattere popolare, la domanda è come tornare a essere lievito. Una possibile risposta è stata individuata nel dialogo intergenerazionale, inteso non solo come tema, ma come metodo per riaprire il confronto tra esperienze e sensibilità differenti.
Dai tavoli è emersa anche l’esigenza di una corresponsabilità più concreta tra laici, presbiteri e consacrati, di un’attenzione non assistenzialistica alle vulnerabilità e di alleanze stabili con parrocchie, scuole, istituzioni e realtà sociali.
Il pomeriggio ha consegnato soprattutto un metodo: camminare insieme, ascoltare le differenze e trasformare il confronto in scelte verificabili. Una sinodalità chiamata a uscire dai documenti per diventare stile ordinario della vita associativa ed ecclesiale.
