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Custodire la democrazia, abitare il pluralismo

Oltre la cultura del nemico: riscoprire la partecipazione e il metodo democratico per rigenerare il Paese attraverso il dialogo
07/07/2026 di Giuseppe Notarstefano

Pubblichiamo l’intervento del presidente Notarstefano al convegno “Ridare voce alla democrazia. Società, partecipazione e istituzioni” tenuto all’Istituto Luigi Sturzo e promosso da numerose realtà dell’associazionismo cattolico italiano

Ringrazio l’Istituto Sturzo per essersi fatto promotore di questa iniziativa. Un’occasione per rilanciare un percorso nato nell’ambito della 50ª Settimana Sociale dei cattolici in Italia e sostenuto dalla spinta del cammino sinodale della Chiesa italiana.
Proseguire il cammino iniziato in questi anni in tale prospettiva e raccogliere le sfide che questo tempo ci pone, è per noi un atto di amore verso il Paese e di fiducia verso le istituzioni repubblicane, oltre che una responsabilità di credenti chiamati ad una testimonianza concreta “nella città degli uomini”.
Viviamo un tempo “interessante”, attraversato non solo dalla recrudescenza della guerra e della violenza come unica possibile soluzione dei conflitti, ma soprattutto da un clima di scontro permanente tra le forze sociali e politiche alimentato da una cultura del nemico.
Ma questa non è una novità.

Commentando tra le pagine di Ricerca, la rivista della Fuci, il clima di contrapposizione che viveva il Paese nel periodo immediato del Secondo Dopo Guerra, un giovane Vittorio Bachelet ricordava che i cattolici non hanno nemici, poiché i nemici – scriveva – “sono individui che si vogliono male e si combattono”. Per i cattolici è diverso, non può che essere diverso, perché è la forza del Vangelo ad operare una conversione di sguardo; pertanto, “è giusto difendere le proprie idee e i propri diritti, che sono anche idee e diritti della Chiesa di Cristo”, ma occorre fare uno sforzo ulteriore “difendere amando coloro che combattono per ideali opposti”.
Non basta semplicemente non odiare, prosegue Bachelet, ma bisogna “avere a cuore la loro vita e il loro buon nome… e saper offrire in ogni momento un gesto di pace e saper fare della polemica un’arma di legittima difesa che serva la verità e la giustizia, ma sempre insieme alla carità”. La vita democratica autentica include una dialettica naturale tra visioni e soluzioni differenti ai comuni problemi sociali, offrendo un metodo che si fonda sulla partecipazione di tutti i cittadini alla vita democratica. Ogni forma di svilimento e di mortificazione di tale partecipazione dei cittadini, indebolisce di per sé le istituzioni democratiche.

La partecipazione richiede consapevolezza e quindi impegno personale nella formazione: sono pertanto importanti luoghi dove poter condividere la “responsabilità sociale” della formazione. Le associazioni e le organizzazioni sociali, insieme alle scuole, alle università, ai centri di ricerca, ma anche le imprese, i sindacati e i luoghi della vita economica esprimono e realizzano un’articolazione e una pluralità di forme diverse di laboratori di partecipazione.

La vita democratica si fonda su una distribuzione dei poteri, sull’opportuna costruzione di un sistema bilanciato di controlli, sulla correttezza e trasparenza richieste agli uffici pubblici e alle persone che li rappresentano e sul riferimento necessario all’interesse generale di ogni azione pubblica. È questa la visione architettonica della nostra Costituzione, di cui noi oggi ci sentiamo certamente eredi e a cui guardiamo con grande fiducia, perché sappiamo che la sua attuazione piena è ancora davanti a noi.
I sistemi politici da molti anni sono stati affascinati nel tempo dalla suggestione e dal fascino dei principi di efficienza e utilità che provengono dalla sfera economica. Il mondo economico pretende scelte sempre più rapide e sempre “meno costose”.
In tal senso, molte volte, i processi democratici così come la regolazione stessa vengono visti con fastidio sino alla critica estrema che viene dai teorici della post-democrazia che casualmente sono anche espressione di poteri economici e finanziari concentrati la cui dimensione globale consente spesso di eludere controlli e regole.
La politica, volendo imitare l’economia e la finanza, forse anche per compiacerla riconoscendole in qualche modo un primato, tende ad internalizzare il principio di concentrazione con l’idea che anche le scelte pubbliche vadano fatte in fretta per dare soddisfazione ai cittadini ridotti al rango di utenti. Un ulteriore processo di mortificazione della vita democratica e della partecipazione.

Le scelte pubbliche non possono che costruirsi con il concorso di tutti, nella dialettica tra maggioranza e minoranza. È giusto, quasi scontato, che le forze sociali competano in libere elezioni per raccogliere il consenso necessario per governare. Ma pensare che la qualità delle scelte pubbliche possa essere assicurata solo dal rafforzamento della maggioranza per poter ignorare le minoranze è una forzatura della dialettica democratica.
La rigenerazione della vita democratica richiede impegno e formazione nella cittadinanza attiva da parte dei cittadini anche nelle forme organizzate. E noi oggi stiamo affermando che questo impegno lo assumiamo sino in fondo cercando di promuovere il dialogo ad ogni livello della vita pubblica, ritenendo che la vita democratica cresca attraverso una capacità di tenere alto questo dialogo e questo stile di discussione pubblica.

Richiede anche che le forze politiche non rinuncino al metodo democratico che deve essere alla base delle modalità con cui esse si confrontano ordinariamente con il Paese, promuovendo tale metodo internamente secondo i dettami dell’art. 49 della Costituzione.
C’è anche un tema della costruzione della rappresentanza nelle istituzioni che deve favorire la partecipazione, la dialettica democratica e la vicinanza alle istanze dei cittadini e dei territori.

Vorrei, infine, dire una cosa che mi sta molto a cuore. Siamo qui oggi per testimoniare il nostro modo di stare nella complessità di questo nostro tempo, uniti dalla nostra appartenenza ecclesiale e dal desiderio di camminare insieme che ha preso forma nell’esperienza sinodale. Sentiamo il nostro pluralismo come una ricchezza che può sostenerci nella ricerca del bene comune. Aderiamo alla visione che ci ha mostrato papa Leone XIV nella sua Magnifica Humanitas, che ci mette in guardia dalla “sindrome di Babele” per scegliere la via alternativa, forse più difficile del progetto di Neemia per la ricostruzione del tempio di Gerusalemme:
Ricostruire oggi significa riconoscere che, nella pluralità di voci e di visioni che talvolta ricorda la dispersione delle lingue, esiste comunque una possibilità luminosa: quella di edificare insieme, trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità. E, dentro questa opera condivisa, i cristiani trovano la loro forma propria di costruire: orientare l’agire a Dio, perché alla sua luce il pluralismo non si disperda nel disordine, ma, nella pratica della sinodalità, diventi lo spazio in cui l’umanità ritrova le sue solide fondamenta e il suo fine ultimo (MH, 10)