Pubblichiamo l’intervento del presidente Notarstefano al convegno “Ridare voce alla democrazia. Società, partecipazione e istituzioni” tenuto all’Istituto Luigi Sturzo e promosso da numerose realtà dell’associazionismo cattolico italiano
Ringrazio l’Istituto
Sturzo per essersi fatto promotore di questa iniziativa. Un’occasione
per rilanciare un percorso nato nell’ambito della 50ª Settimana
Sociale dei cattolici in Italia e sostenuto dalla spinta del cammino
sinodale della Chiesa italiana.
Proseguire il cammino
iniziato in questi anni in tale prospettiva e raccogliere le sfide
che questo tempo ci pone, è per noi un atto di amore verso il Paese
e di fiducia verso le istituzioni repubblicane, oltre che una
responsabilità di credenti chiamati ad una testimonianza concreta
“nella città degli uomini”.
Viviamo un tempo
“interessante”, attraversato non solo dalla recrudescenza della
guerra e della violenza come unica possibile soluzione dei conflitti,
ma soprattutto da un clima di scontro permanente tra le forze sociali
e politiche alimentato da una cultura del nemico.
Ma questa non è una
novità.
Commentando tra le pagine
di Ricerca, la rivista della Fuci, il clima di contrapposizione che
viveva il Paese nel periodo immediato del Secondo Dopo Guerra, un
giovane Vittorio Bachelet ricordava che i cattolici non hanno nemici,
poiché i nemici – scriveva – “sono individui che si vogliono
male e si combattono”. Per i cattolici è diverso, non può che
essere diverso, perché è la forza del Vangelo ad operare una
conversione di sguardo; pertanto, “è giusto difendere le proprie
idee e i propri diritti, che sono anche idee e diritti della Chiesa
di Cristo”, ma occorre fare uno sforzo ulteriore “difendere
amando coloro che combattono per ideali opposti”.
Non basta semplicemente
non odiare, prosegue Bachelet, ma bisogna “avere a cuore la loro
vita e il loro buon nome… e saper offrire in ogni momento un gesto
di pace e saper fare della polemica un’arma di legittima difesa che
serva la verità e la giustizia, ma sempre insieme alla carità”.
La vita democratica autentica include una dialettica naturale tra
visioni e soluzioni differenti ai comuni problemi sociali, offrendo
un metodo che si fonda sulla partecipazione di tutti i cittadini alla
vita democratica. Ogni forma di svilimento e di mortificazione di
tale partecipazione dei cittadini, indebolisce di per sé le
istituzioni democratiche.
La partecipazione richiede consapevolezza e quindi impegno personale nella formazione: sono pertanto importanti luoghi dove poter condividere la “responsabilità sociale” della formazione. Le associazioni e le organizzazioni sociali, insieme alle scuole, alle università, ai centri di ricerca, ma anche le imprese, i sindacati e i luoghi della vita economica esprimono e realizzano un’articolazione e una pluralità di forme diverse di laboratori di partecipazione.
La vita democratica si
fonda su una distribuzione dei poteri, sull’opportuna costruzione
di un sistema bilanciato di controlli, sulla correttezza e
trasparenza richieste agli uffici pubblici e alle persone che li
rappresentano e sul riferimento necessario all’interesse generale
di ogni azione pubblica. È questa la visione architettonica della
nostra Costituzione, di cui noi oggi ci sentiamo certamente eredi e a
cui guardiamo con grande fiducia, perché sappiamo che la sua
attuazione piena è ancora davanti a noi.
I sistemi politici da
molti anni sono stati affascinati nel tempo dalla suggestione e dal
fascino dei principi di efficienza e utilità che provengono dalla
sfera economica. Il mondo economico pretende scelte sempre più
rapide e sempre “meno costose”.
In tal senso, molte
volte, i processi democratici così come la regolazione stessa
vengono visti con fastidio sino alla critica estrema che viene dai
teorici della post-democrazia che casualmente sono anche espressione
di poteri economici e finanziari concentrati la cui dimensione
globale consente spesso di eludere controlli e regole.
La politica, volendo
imitare l’economia e la finanza, forse anche per compiacerla
riconoscendole in qualche modo un primato, tende ad internalizzare il
principio di concentrazione con l’idea che anche le scelte
pubbliche vadano fatte in fretta per dare soddisfazione ai cittadini
ridotti al rango di utenti. Un ulteriore processo di mortificazione
della vita democratica e della partecipazione.
Le scelte pubbliche non
possono che costruirsi con il concorso di tutti, nella dialettica tra
maggioranza e minoranza. È giusto, quasi scontato, che le forze
sociali competano in libere elezioni per raccogliere il consenso
necessario per governare. Ma pensare che la qualità delle scelte
pubbliche possa essere assicurata solo dal rafforzamento della
maggioranza per poter ignorare le minoranze è una forzatura della
dialettica democratica.
La rigenerazione della
vita democratica richiede impegno e formazione nella cittadinanza
attiva da parte dei cittadini anche nelle forme organizzate. E noi
oggi stiamo affermando che questo impegno lo assumiamo sino in fondo
cercando di promuovere il dialogo ad ogni livello della vita
pubblica, ritenendo che la vita democratica cresca attraverso una
capacità di tenere alto questo dialogo e questo stile di discussione
pubblica.
Richiede anche che le
forze politiche non rinuncino al metodo democratico che deve essere
alla base delle modalità con cui esse si confrontano ordinariamente
con il Paese, promuovendo tale metodo internamente secondo i dettami
dell’art. 49 della Costituzione.
C’è anche un tema
della costruzione della rappresentanza nelle istituzioni che deve
favorire la partecipazione, la dialettica democratica e la vicinanza
alle istanze dei cittadini e dei territori.
Vorrei, infine, dire una
cosa che mi sta molto a cuore. Siamo qui oggi per testimoniare il
nostro modo di stare nella complessità di questo nostro tempo, uniti
dalla nostra appartenenza ecclesiale e dal desiderio di camminare
insieme che ha preso forma nell’esperienza sinodale. Sentiamo il
nostro pluralismo come una ricchezza che può sostenerci nella
ricerca del bene comune. Aderiamo alla visione che ci ha mostrato
papa Leone XIV nella sua Magnifica Humanitas, che ci mette in
guardia dalla “sindrome di Babele” per scegliere la via
alternativa, forse più difficile del progetto di Neemia per la
ricostruzione del tempio di Gerusalemme:
Ricostruire oggi
significa riconoscere che, nella pluralità di voci e di visioni che
talvolta ricorda la dispersione delle lingue, esiste comunque una
possibilità luminosa: quella di edificare insieme, trasformando la
diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il
terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità. E, dentro
questa opera condivisa, i cristiani trovano la loro forma propria di
costruire: orientare l’agire a Dio, perché alla sua luce il
pluralismo non si disperda nel disordine, ma, nella pratica della
sinodalità, diventi lo spazio in cui l’umanità ritrova le sue
solide fondamenta e il suo fine ultimo (MH, 10)
