Assuefarci al brutto è più facile di quanto si creda; dopo una prima reazione di sdegno, pian piano troviamo il modo di adattarci anche ai contesti dove di bellezza non c’è nemmeno l’ombra.
Ci abituiamo a immagini terribili di morte e devastazione, talmente ricorrenti da spegnere in noi ogni sentimento di vero dolore. Ci adattiamo a vivere tra il grigiore deprimente del cemento; ci sediamo in un vivere autoreferenziale che taglia fuori gli altri, e non ci accorgiamo di aver dato briglia sciolta al nostro cuore di pietra, davvero brutto.
La bellezza non è primariamente un prodotto dell’ingegno umano. Ci attira, ci chiama, eppure rimane al di là dei nostri gusti, della nostra soggettività.
È nel rapimento davanti a un tramonto dai colori infuocati; è commozione per la perfezione anche dei fiori più comuni e spontanei; è appello e provocazione di fronte ad un gesto inatteso e gratuito di bene. Difficile definirla, più semplice riconoscerla, uscendo nell’esclamazione così comune, eppure mai banale: “Che bello!”.
La bellezza ha la forza di crearsi un pertugio attraverso i nostri sensi per giungere a toccare il cuore, fino a muoverlo a riflettere su ciò che lo ha così ferito. Sì, la bellezza vera è una ferita: punge e scava, incide e apre. Ogni volta che ci visita, ogni volta che la incontriamo, suscita in noi desiderio e nostalgia, meraviglia e struggimento: vorremmo abbracciarla in un istante non rapito dal tempo, noi così piccoli e inadeguati di fronte al suo splendore. Sarà mai possibile che tanta distanza venga colmata?
Se lo domandava anche Agostino, che fece della bellezza uno dei temi centrali della sua riflessione. La parola di Dio gli incise una ferita dentro di sé, salutare e provvidenziale: gli aprì gli occhi del cuore sull’incomparabile bellezza di Dio, «tanto antica e tanto nuova». Eterna, ricca di bene e di verità e al tempo stesso prossima, comunicativa, non chiusa in se stessa, anzi tanto umile da fare il primo passo verso Agostino, così da scuoterlo, chiamarlo, e alla fine convertirlo:
«Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai. Sì, perché tu eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Eri con me, e non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te. Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, e respirai e anelo verso di te, gustai e ho fame e sete; mi toccasti, e arsi di desiderio della tua pace» (Agostino, Confessioni 10,27,38).
La bellezza è Dio che ci tocca con la sua misericordia, proprio lì dove noi siamo chiusi nelle nostre brutture, e il suo sfiorarci ci risveglia, ci apre gli occhi, ci ridona vita nuova.
La bellezza è l’unico, vero antidoto al brutto che sfregia l’umanità. Ha la forza di esporci fuori da noi stessi, di provocarci all’estasi.
La bellezza dell’amore, della carità. Agostino lo aveva intuito, e se ne lasciò conquistare il cuore, la vita, interamente. La sua conversione continua ad essere per tutti un grande messaggio: cerca la bellezza, lasciati toccare dalla bellezza, coltivala con paziente cura. Inizia col darle spazio nel piccolo orto del tuo cuore: la vedrai crescere, diffondersi e contagiare molti.
«Quale amore è capace di rendere bella l’anima che ama? Dio è la bellezza. Ci ha amati per primo lui, che sempre è bello; e come eravamo noi quando ci ha amati se non brutti e deformi?Non l’ha fatto per lasciarci brutti come eravamo prima,ma per trasformarci e renderci belli, da brutti che eravamo. In che modo diventeremo belli? Amando lui, che è sempre bello. Più cresce in te l’amore, più cresce la bellezza: la carità è appunto la bellezza dell’anima» (Agostino, Commento alla prima Lettera di Giovanni 9,9).
Il grande testimone e annunciatore della bellezza infinita di Dio è l’umile Gesù. Bellezza su bellezza è il Verbo fatto carne che si umilia per noi fino alla morte e alla morte di croce, per liberarci dalla bruttezza orribile della morte e restituirci alla bellezza che non finisce: l’amicizia eterna del Padre.
Contemplare la bellezza dell’umile Gesù non stanca mai; gustiamoci, in una sosta di silenziosa contemplazione, questa pagina di Agostino:
«Bello è Dio, Verbo presso Dio;
bello nel seno della Vergine, dove non perdette la divinità e assunse l’umanità;
bello il Verbo nato fanciullo, perché mentre era fanciullo, mentre succhiava il latte, mentre era portato in braccio, i cieli hanno parlato, gli angeli hanno cantato lodi, la stella ha diretto il cammino dei magi, è stato adorato nel presepio, cibo per i mansueti.
È bello dunque in cielo, bello in terra;
bello nel seno, bello nelle braccia dei genitori:
bello nei miracoli, bello nei supplizi;
bello nell'invitare alla vita, bello nel non curarsi della morte,
bello nell'abbandonare la vita e bello nel riprenderla;
bello nella croce, bello nel sepolcro, bello nel cielo.
Ascoltate il cantico con intelligenza, e la debolezza della carne non distolga i vostri occhi dallo splendore della sua bellezza»
(Agostino, Esposizione sul Salmo 44,3).
