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Artigiani di pace nella vita ordinaria delle comunità

L'intervento del Presidente nazionale al convegno “Per una pace disarmata e disarmante”
01/01/2026 di Giuseppe Notarstefano

“La pace esiste, vuole abitarci, ha il mite potere di illuminare e allargare l'intelligenza, resiste alla violenza e la vince. La pace ha il respiro dell'eterno: mentre al male si grida "basta", alla pace si sussurra "per sempre". In questo orizzonte ci ha introdotti il Risorto”.

C’è qualcosa di immenso e di originario che rinvia direttamente alla relazione e alla contemplazione del mistero di Dio che irrompe nella storia umana, istituendo una forma nuova nel concepire ogni connessione tra le creature, il creato e il Creatore che ci viene rivelata da Gesù Cristo. La sua pace “è disarmata” – spiega Papa Leone XIV – “perché disarmata fu la sua lotta (…) e di tale “novità i cristiani devono farsi, insieme, profeticamente testimoni”. Vi è in questa affermazione del pontefice la consapevolezza della condizione drammatica e agonica della rinuncia ad “armarsi” e l’annuncio liberante a divenire profeti artigiani di pace. Siamo, pertanto, esortati a sottrarci alla incombente e seducente “cosmogonia della guerra” ordita da poteri che intendono unicamente celebrare sé stessi, per adottare la nuova visione del Discorso della montagna in cui riecheggia l’antica cosmogonia di Isaia, laddove ogni azione e ogni strumento di morte vengono convertiti in azioni e strumenti di vita. Siamo chiamati, in tale prospettiva, ad un percorso spirituale da vivere in primo luogo interiormente e in profondità, ma senza cedere alla tentazione di ridurlo ad un fatto privato, astratto e avulso dalla carne e dalla storia. Al contrario, ci ricorda il pontefice citando S. Agostino, siamo chiamati a fare della nostra storia un cammino concreto di pace. Il Signore ci chiede di lasciarci abitare dalla Pace, fare sì che essa prenda dimora in noi e cominci a darci coraggio – come accadde agli apostoli stupiti e turbati che ascoltarono per primi quel saluto che oggi ripetiamo nelle nostre liturgie, talvolta stancamente, talvolta sospettosamente complice l’igienica prassi pandemica.

Ci ricordava Carlo M. Martini che proprio in quanto dono del Risorto, “la pace… scende come dono e benedizione sulla comunità di coloro che hanno accolto il messaggio di Pasqua (e) si presenta come imperativo etico per la Chiesa e per i cristiani”.

È, dunque, nella vita comunitaria, intessuta di pratiche fraterne e solidali, rigenerata nella condivisione e nella sinodalità, che prende forma l’artigianato di pace a cui siamo tutti chiamati ogni giorno. Le nostre realtà ecclesiali tutte insieme sono invitate a diventare case della pace “dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono. Oggi più che mai, infatti, occorre mostrare che la pace non è un’utopia, mediante una creatività pastorale attenta e generativa” .

Non possiamo così non riconoscere quella “profezia sociale” che “ci richiama alla cura reciproca, all’interdipendenza e alla corresponsabilità per il bene comune”, proprio in questo tempo lacerato da violente contrapposizioni, dal riaffiorare di una cultura bellicista e dalla logica della polarizzazione e dello scontro sociale, diventa urgente scegliere uno stile di ascolto e dialogo per riconoscere nelle nuove sfide epocali i segni disarmati e le ragioni disarmanti di una nuova fraternità universale. Il santo Padre nel suo messaggio li indica con chiarezza ed estrema lucidità: l’educazione a stili di vita non violenti a cominciare dai linguaggi e da una nuova ecologia nelle comunicazioni sociali, l’impegno comune per riprendere un percorso condiviso di disarmo integrale e di conversione delle politiche di difesa e sicurezza, la ripresa di nuove relazioni diplomatiche tra gli stati fondate sulla mutua fiducia e sul diritto internazionale e la necessaria rigenerazione di regole e organismi che abbiamo capacità di custodirlo e interpretarlo, il dialogo ecumenico e interreligioso come vie di pace e linguaggi dell'incontro fra tradizioni e culture, lo sviluppo di società civili consapevoli, di forme di associazionismo responsabile, di esperienze di partecipazione non violenta, di pratiche di giustizia riparativa su piccola e su larga scala.



Il passaggio epocale che stiamo attraversando, più volte ricordato da papa Francesco come un cambiamento complesso e multidimensionale, oltre a mettere in discussione il modello di globalizzazione troppo schiacciata sulla dimensione finanziaria e tecnocratica, sta provocando mutamenti sociali profondi e di importante impatto antropologico. Tra queste trasformazioni, si fa strada l’insidiosa cultura della guerra, della prevaricazione del più forte a cui tragicamente affidare la difesa di piccole rendite di posizione e di spazi di sopravvivenza a breve termine. La concentrazione dei poteri e delle risorse nelle mani di pochi comprime, e talvolta irride, le prassi e le istituzioni democratiche, in ragione delle logiche prevalenti dell’efficienza e dell’accelerazione dei risultati, spesso sacrificando valori, principi e regole comuni.

La singolarizzazione sociale, grado estremo della frammentazione, rende sempre più onerose e difficili le pratiche di mediazione e intermediazione ad ogni livello della vita pubblica. Proprio in questo tempo scosso in profondità da ciò che Vittorio Bachelet - di cui celebreremo tra qualche settimana il centenario della nascita - definiva “l’aratro della storia” è ancora il tempo opportuno per accogliere il seme buono del messaggero che annuncia la pace. A noi spetta il compito, oggi come in ogni altra epoca, di fare sì che si allarghi il perimetro del terreno fertile, dissodato dall’impegno quotidiano della formazione di coscienze libere e allenate al pensiero critico, di gruppi anche piccoli ma fraterni, accoglienti e solidali, dediti al discernimento comunitario e al dialogo paziente e che sappiano custodire la memoria buona del Bene vissuto e toccato con mano. Di comunità che siano capaci di “prontezza”.

L’allusione è certamente alla categoria con cui l’Unione Europea ha ripensato le linee strategiche di difesa dopo aver opportunamente rinunciato, almeno nell’espressione linguistica, alla parola “riarmo”. Ma mi permetto di offrirne una interpretazione alternativa. Mi riferisco ad una prontezza che è soprattutto postura spirituale, di cui parla papa Leone nel Messaggio per la LIX giornata della Pace: una disponibilità radicale, responsabile, generosa ad accogliere il dono del Risorto, “di non dimenticare il bene, di riconoscerlo vincitore, di sceglierlo ancora e insieme”.

Vorrei, infine, chiudere il mio intervento ricordando una figura che appartiene a una generazione che visse in modo straordinario e luminoso questo stile di prontezza: quella che attraversò un altro significativo cambiamento di epoca nel secolo scorso, quando governi autoritari e conflitti bellici di dimensione globale costrinsero l’umanità a fare i conti con la propria coscienza e con la propria umanità. Tra i tanti testimoni che, in modi molto diversi, ebbero modo di narrare la propria speranza, vi è certamente il giovane eporediese Luigi Pistoni, detto Gino.

Cresciuto in una famiglia di commercianti, appassionato di sport e di montagna come Pier Giorgio Frassati, morto un anno prima della nascita di Gino, in quella stessa Torino in cui Pistoni compie gli studi e si appresta a lavorare nel negozio di famiglia. Mentre si prepara alla maturità, Gino incontra l’esperienza della GIAC, cui aderisce e, non senza qualche riluttanza, accoglie l’invito del suo presidente, il futuro storico della letteratura italiana Giovanni Getto, a fare da segretario diocesano. Parla poco, scrive poco: soprattutto verbali di adunanze, mappe e itinerari per le gite in montagna, di cui è un vero esperto.

Viene chiamato nel ’44 per il servizio militare dalla RSI, cui prontamente risponde, nonostante molti dei suoi amici lo incoraggiassero a non farlo. Prima di arruolarsi, all’interno di un ritiro regionale della GIAC, incontra Carlo Carretto, che lo incoraggia a prendere parte alla Società Operaia, fondata da Luigi Gedda, un sodalizio di speciale consacrazione laicale, nel quale entra prontamente il Giovedì Santo dello stesso anno. Dopo un breve periodo al distretto militare di Ivrea, decide di abbandonare le fila di un esercito di cui non condivide i valori che rappresenta e, dopo aver organizzato un falso assalto alla caserma con un gruppo di partigiani, si unisce a loro, assumendo il nome di Ginas.

Il 25 luglio, durante uno scontro con i nazifascisti, mentre il suo gruppo ripiegava, dopo aver salvato con successo alcuni compagni feriti, si attarda per aiutare un soldato della parte nemica. Un gesto che gli costa la vita: una scheggia di mortaio gli recide un’arteria, mettendo termine alla sua esistenza dopo pochi minuti di agonia, giusto il tempo per scrivere sulla tela del suo tascapane, con il proprio sangue: «Offro mia vita per Azione cattolica e per Italia. Viva Cristo Re».