Trovarmi
il 25 aprile a Gjadër, una delle due città albanesi in cui il
governo italiano l'anno scorso ha costruito e aperto i tanti discussi
CPR, è stato disturbante, oltre che scomodo.
Al
contrario, invece, vivere 4 giorni in una casa famiglia gestita da
alcune suore della Congregazione
Maestre Pie Venerini che
accolgono bambine e ragazze con problemi familiari, di violenza, di
abuso, di disagio e di estrema povertà è stata un’esperienza
profondamente umana e toccante, segnata fin dal primo momento da
un’accoglienza e una cura autentica.
Nelle
parole delle ragazze che ci hanno concesso di entrare timidamente
nelle loro vite c’era una voglia di rivalsa, che testimonia come
l'amore sia il fondamento e la cura. Ci hanno ricordato che,
nonostante le ferite e le cicatrici rimarranno per sempre visibili,
scegliere di dare una seconda opportunità alla vita e a ciò che ci
circonda, è la testimonianza d'amore più importante che si possa
fare.
In
Albania sono andata grazie all’invito che il centro nazionale ha
ricevuto dalla diocesi di Avezzano che da molti anni porta avanti un
gemellaggio con l’Albania e l’associazione locale degli
ambasciatori di pace.
Partire
- in un momento di tensione internazionale che causa inevitabilmente
a tutti e tutte un grande sconforto - ha significato per me
riflettere su come essere Chiesa in uscita e aprirsi all'altro sia
uno dei modi più concreti per costruire quotidianamente e localmente
la pace. In Albania, però, ero già stata otto anni fa, per
un’esperienza di volontariato che mi aveva fatto promettere che
prima o poi sarei dovuta tornare. E non credo ci fosse momento
migliore per concretizzare tutto ciò.
Nei
volti e nelle parole delle persone albanesi incrociate, ho visto,
ancora una volta, il volto di Dio. Attraverso i loro racconti,
attraverso le testimonianze delle persone che hanno vissuto in prima
linea le atrocità della dittatura – in cui non era possibile
dichiararsi credente - si comprende come Dio continui a operare anche
laddove sembra non esserci altro che morte, laddove vi è solo
sconforto e silenzio.
"Hanno
provato a seppellirci, ma non sapevano che fossimo semi":
così è scritto in una cella della prigione a Scutari, dove furono
rinchiusi tantissimi martiri cristiani durante la dittatura.
E
ciò ce lo ha ricordato bene anche don Antonio Sciarra, compianto
sacerdote fidei donum
della diocesi di Avezzano, che 30 anni fa, in missione a Blinisht, ha
seminato tantissima vita, i cui frutti si continuano a custodire
grazie alla consulta diocesana dei ragazzi dell'Acr di Avezzano: ogni
tre anni, infatti, si mantiene vivo questo legame tra la terra
abruzzese e quella albanese, organizzando un viaggio sulle orme di
don Antonio. In particolare, dal 24 al 27 aprile 2026, attraverso la
testimonianza delle suore cresciute accanto a don Antonio, l’incontro
con gli ambasciatori di pace e la visita ai luoghi fortemente voluti
e costruiti dal sacerdote con l’aiuto di molti, è stato possibile
entrare in una storia viva fatta di semi che continuano a generare
vita, riconoscendo come Dio agisca ancora oggi attraverso le
relazioni, il servizio e la condivisione.
In
quei giorni mentre mi chiedevo come fosse stato possibile costruire
tutto ciò, la risposta che ricevevo era tanto semplice quanto
complessa: Dio, fede e provvidenza.
L'Albania,
ancora una volta, è stata una doccia fredda e un abbraccio
avvolgente.
È
un Paese che necessita di essere ascoltato e mentirei se non dicessi
che vi è tuttora tanto dolore che si abbatte su di esso: è una
terra in cui continua ad esistere la pratica consuetudinaria della
vendetta, che causa morte e fratture familiari. Nei giorni in cui
siamo stati ospiti a Gjadër, nel villaggio vicino, due persone sono
morte a causa di una rivalsa.
Ma
laddove fermenta l'odio, io vedo che la risposta più semplice e
immediata è racchiusa nel desiderio di costruire il bene comune.
Questo
Paese continua a scuotermi, oggi come otto anni fa, in forme diverse.
E mi ricorda come, in virtù dell'immenso amore ricevuto fino ad ora
nella mia vita, io senta il dovere di restituirlo, attraverso modi e
gesti differenti.
C'è
troppo amore per non essere messo in circolo, un amore che ha
necessità di essere sprigionato. Non può stagnare perché l'amore,
come mi è stato ricordato, vince su tutto ed è la chiave di tutto.
Abbiamo bisogno solo di questo: di un amore che si moltiplichi
come il più bello dei miracoli. E quando ognuno di noi sarà
travolto da questa forma di amore, avremo solo voglia di condividerlo
a nostra volta.
Grazie
all'Ac di Avezzano che ha coinvolto il centro nazionale e l’Area
internazionale, facendomi così un dono grande. Tra le altre cose,
festeggiare la Liberazione vicino a un luogo in cui la libertà non è
un valore garantito, è stata l’occasione per ricordare quanto sia
un impegno quotidiano, da rinnovare attraverso i nostri gesti e le
nostre scelte.
Grazie
all'Azione cattolica che ogni giorno educa a camminare insieme agli
altri e a essere Chiesa missionaria,
andando verso l’altro,
coinvolgendo tutte le generazioni e contribuendo concretamente alla
costruzione di un mondo più fraterno.
Infine, grazie agli albanesi e alle albanesi che per la seconda volta mi hanno mostrato un Paese che ha tanto da dare e che ha bisogno della presenza degli altri per sprigionare l'amore che sgorga in ogni sorgente e che straripa da ogni fessura del suo terreno, così da contrastare l'odio che per troppo tempo è stato riversato su questa terra.

